Buon appetito (XI – Il carattere riservato delle mie emozioni)

di Roberto Albini

Attraversiamo di nuovo l’immenso giardino dei Pizzi, questa volta nella direzione opposta. Questa volta in tre. Giuseppe dice che a lui non importa se il facocero lo segue, che se ne occuperà lui, che io non devo preoccuparmi di nulla. La bestiola ci scodinzola e saltella intorno alle gambe, allegra di una felicità che nessun essere umano potrà mai comprendere. Giuseppe chiama il facocero Dito, e quando gli domando il perché di questo nome assurdo, lui si gira di scatto verso il cucciolo ficcandogli sotto il naso il dito medio della mano destra. Dito gli risponde al principio scrollandosi il muso, poi sganasciandosi dalle risate. Insomma, almeno così sembra, cioè uno che si sta divertendo. In verità non è la stranezza di quel nome a lasciarmi perplesso, piuttosto il fatto che Giuseppe sia riuscito a trovarne un senso.
Una volta abbandonata la villa, la strada verso il paese è buia, e in discesa. Ci orientiamo grazie a una fonte di luce, che a noi appare lontana e che tuttavia è in grado di indicarci la direzione. Da dove siamo a noi, si potrebbe scambiare per il bagliore di un circo, o di un concerto. Sembra provenire proprio dal centro di Manate, dove una volta c’era la fontana. Poi mano a mano che ci avviciniamo, il traffico stranamente aumenta. C’è un grande via vai di persone a piedi, in gruppi, parlano ad alta voce, cantano. Una volta entrati a Manate per le vie c’è calca, grande confusione, e ci facciamo largo a fatica. Non capisco cosa succede, ma non sono abituato a tutta questa umanità e ne sono disturbato; mi manca l’aria, l’odore delle persone mi disgusta. Giuseppe mi segue imbambolato tenendo Dito in braccio. Non riesco a orientarmi, cerco solo di passare dove vedo meno gente; poi all’improvviso svolto in un vicolo e sbuchiamo proprio su piazza Manate, ma non possiamo proseguire. Hanno montato un palco enorme che riempie metà dello slargo, mentre nell’altra, lugubre e misterioso, si erge un muro altissimo che cela la gigantesca opera edilizia. Intorno è tutto un brulicare informe di umanità, pressata e agitata come vermi in un barattolo, e noi non possiamo far altro che rimanere.
Tra la gente riconosco Sandro, il macellaio, quello che viene da me per i cartelli dei prezzi. Agita una bandiera, quella del Brasile credo. Più giù Pino, delle pompe funebri, sempre elegante, ma sudato. Accanto a lui, Bettino Cenci, l’idraulico, anche lui con un drappo in mano, quello dei Savoia.  Di bandiere in cielo ne sventolano tante, tutte diverse, tutte colorate. C’è l’immancabile stemma sardo, il Che, la bandiera dell’Italia, qualche celtica nera in campo rosso, qualcuno che tiene in mano un quadro di Padre Pio, persino chi sbandiera le sciarpe dell’Inter. Io e Giuseppe ci guardiamo, Dito scorreggia. Poi suona un gong, e all’unisono, come si fossero messi d’accordo, tutti tacciono. Dito ripete. Bisogna metterlo a dieta.
Dal palco si odono dei piccoli passi rapidi, l’occhio di bue inquadra una figura che non riesco a distinguere, la gente applaude fragorosa. A causa del chiasso, le finestre dei palazzi della piazza vibrano. “Ameni i amegue!”, tuonano le casse. E’ il sindaco, Capece. Infatti subito dopo la solita voce del baffone traduce “Amici e amiche!”. Da qui in poi le parole originali del Primo Cittadino scompaiono, si sente solo il suo aiutante, mentre Capece muove le labbra con veemenza. La folla grida ed inneggia il suo nome e quello di Pizzi. Capece alza le braccia in aria per attirare a sé l’attenzione, e la massa torna alla quiete. “Amici e amiche, concittadini tutti. Ho indetto questa festa, perché volevo tutti partecipassero ai festeggiamenti della nostra rinascita. La crisi è finita per sempre a Manate e, grazie a noi, questa città potrà riprendersi il posto che le compete in Europa. Ora è il momento di rialzare la testa, di crederci, di tornare a produrre perché possiamo, perché dobbiamo. Tutti voi sapete ormai, che dietro queste mura si nasconde una delle più grandi opere di architettura contemporanea, nonché il nuovo food center del nostro, sempre sia lodato, concittadino Ugo Pizzi. Ebbene, se loro vi hanno sempre e solo illuso, se loro vi hanno sempre riempito di tasse, se loro vi hanno ridotto in questo stato, bhé, lasciatemelo dire: noi, no!”. La folla urla felice, e io mi domando: “Ma loro chi? Sono trent’anni che governa Capece”. Il sindaco torna ad alzare le mani per riprendere la parola. “Noi, no. Noi siamo riusciti a riportare Pizzi alla sua terra natia, e a coinvolgerlo in questo poggetto che si basa sulla capacità di noi, popolo di Manate, sulla caparbietà che ci ha sempre contraddistinto, fin dai tempi dei formaggini. Pizzi ha creduto in noi, ha creduto in voi, e adesso tutti insieme, tra soli dieci giorni potremo finalmente dire: futuro!”. A questo punto la piazza letteralmente esplode. Pino, il becchino si è tolto la giacca e la camicia. Gira tutto sudato a torso nudo urlando come un pazzo. Giuseppe saltella, ma secondo me non capisce perché. Dito non fa che ridere e scorreggiare.
Mi guardo intorno, ci provo, ma a causa del carattere riservato delle mie emozioni, non riesco a capire di cosa dovrei essere contento.

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