Buon appetito (IX – Il nano)

di Roberto Albini

Giuseppe è nervoso, non parla, scuote la testa, e a ogni movimento la sua cresta rossa sventaglia ridicola. Io non dico nulla. Dietro la prima fila di palazzi la polvere sale in piccoli vortici a causa del solito vento. Più andiamo avanti, più il rumore aumenta, più gente vedo, la maggior parte operai col caschetto giallo. Giuseppe allora inizia tutto un discorso che deve avere avuto origine da quella cosa che mi ha urlato quando stavo affacciato, quella che non ho capito. Oppure la discussione è iniziata dentro di lui, e non gli importa di verificare se io so di cosa sta parlando o no. Dice che tutto cambia, ma le cose piccole lo fanno più rapidamente mentre quelle grandi mutano lentamente, ed è più difficile accorgersi del momento esatto in cui non sono più quello che erano. Prende ad esempio una stanza: basta cambiare la disposizione di un tavolo per farla sembrare un altro posto. Poi confronta la situazione con una città, che se sposti un lampione non se ne accorge nessuno. Dice che anche l’amore quando muta lo fa poco a poco, di anno in anno, come i piani regolatori delle grandi metropoli; appaiono rotonde, spariscono vecchi edifici, sorgono multisala. Fino a quando un giorno  ti soffermi a osservare un ristorante cinese, dove per tutta la tua vita al suo posto c’era stata una tintoria, e pensi: “Come è cambiata questa città”. Eppure stavi lì, insieme a tutto, e tutto ti ha ruotato intorno diventando altro. Non oso interrompere l’orazione di Giuseppe. Mi diverte di più scoprire dove vuole andare a parare. Aspetto che continui, invece lui si è azzittito un’altra volta, e scuote greve i suoi quattro peli al manentino.
Imbocchiamo Corso Manate, lui  cammina leggermente avanti, come mi guidasse. E’ diretto verso Piazza Manate, come al solito, per sederci alla solita fontana. Che poi a pensarci bene la fontana nemmeno si vede più, la polvere e la gente la devono aver coperta. A un certo punto Giuseppe si ferma di colpo, mi osserva e poi fissa in mezzo alla coltre, da dove si intravede una cosa che pare una muraglia. “Non c’è più”, sussurra laconico. Realizzo che la piazza e la fontana sono scomparse dietro questa baraonda di operai, di polvere e rumore. Domando: “Ma che è successo?”, e Giuseppe: “Te l’ho detto prima scemo, hanno levato la fontana perché è qui che stanno costruendo…”. Non ce la fa a finire la frase per la commozione, ma io ho capito perfettamente. Parla del ristorante di Pizzi. “Zona centrale”. Ma certo… Proprio in mezzo al paese l’ha costruito quest’animale. Mi viene in mente che devo andare a riscuotere i soldi, e che questa può essere una buona occasione per domandargli come gli è venuto in mente di sostituirsi all’unico monumento di Manate. Intimo a Giuseppe di accompagnarmi a villa Pizzi, sede dei Conti Pizzi.
Non me la ricordavo così. Erano anni che non venivo da questi parti. La residenza dei Pizzi è una specie di città nella città. Qualcuno pensa che il loro giardino sia addirittura più grande di Manate stessa. E un po’ dev’essere vero, perché quando il cancello principale ci si spalanca di fronte senza nemmeno aver suonato, quello che vediamo ha dell’incredibile. La villa si scorge solo in lontananza, ci saranno due o tre chilometri tra noi e lei. Intorno la vegetazione assomiglia alla tundra norvegese ma mano a mano che avanziamo sfuma, cambiano i colori e le specie di piante. Adesso giurerei di trovarmi in Amazzonia. Tra i fogliami si agitano delle creature; versi di uccelli esotici rimbombano tra le sequoie. Poi il paesaggio muta ancora, diventa desertico, c’è sabbia da tutte le parti. Perfino la temperatura sembra aumentata. All’orizzonte, sopra una duna, noto una piccola folla di uomini agitarsi. Al centro della manipolo qualcosa di enorme si erge in piedi. Sembra un elefante, ma sono senza occhiali quindi probabilmente mi sbaglio. Dopo aver attraversato una palude, scalato una piccola catena montuosa, dopo aver attraversato un fiume, finalmente giungiamo davanti all’entrata della villa. Alla porta ci sono due guardie svizzere, immobili. Giuseppe ha il fiatone, mi domanda dove cazzo l’ho portato, e siccome non lo so, non gli rispondo. Le guardie nemmeno ci degnano di uno sguardo, così decido di avanzare verso la porta, ma non faccio nemmeno un passo che sbuca una specie di maggiordomo. Mi chiede dove andiamo, e quando gli dico del compenso mi risponde che io posso passare ma Giuseppe no. E mentre lo dice lo squadra da cima a fondo. Giuseppe tira fuori la lingua come uno dei Kiss, e con le mani fa il segno del “metallo”. Quello si gira impassibile, apre la porta e fa cenno di passare.
Entro in una sala enorme. Nel soffitto ci sono stucchi dorati che riproducono complicati giochi geometrici, mentre le pareti altissime sono tappezzate di quadri di tutte le dimensioni. Avanzo fino a quasi il centro della stanza, quando proprio davanti a me, con un sibilo meccanico, il muro si apre in due rivelando essere una porta gigantesca. Mi blocco come paralizzato, non so che fare, forse dovrei tornare indietro, forse ho fatto scattare qualche allarme o… Qualcuno esce dal passaggio segreto. Una persona piccola. Cammina svelta ma  non distinguo i suoi tratti, perché la luce che filtra dal portone, dietro di lei, ne oscura i tratti. Lo riconosco solo quando mi arriva di fronte. E’ il ragazzino di ieri, quello della favola. Mi distendo e gli porgo la mano, ma lui non risponde e con il braccio si apre la metà del gessato scoprendo una pistola, infilata nei pantaloni. Sorrido nervoso. “Vuoi che ti racconto una favola?”, chiedo amichevole. Lui fa un passo verso di me. “Sono un nano, non un ragazzino. Coglione”.

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