Buon appetito (VIII – Comic Sans)

di Roberto Albini

Il Comic Sans è per i grafici di professione, persino per uno come me, tipo l’aglio per i vampiri. Solo la mente malata che ha ideato un piede come logo per un ristorante, può essere così perverso da abbrutire ancora di più il tutto usando l’unico carattere in grado di farlo. Costringermi a selezionare proprio questa font tra tutte quelle contenute nella lista a tendina, è pura cattiveria. Esattamente come ordinare a un chirurgo di operare senza anestesia, anzi di più, come costringere il Papa a fare l’Angelus in mutande. E’ prima di tutto umiliazione della mia professione, e quindi della mia sensibilità. In un primo momento decido di rinunciare all’incarico, ma poco dopo, sbollentata la furia, opto per una soluzione più fina al problema. Non c’è bisogno che mi indigni, che abbandoni. Decido che realizzerò il logo del ristorante così come me l’hanno chiesto, seguendo pedissequamente le loro istruzioni, ma in più farò una prova tutta mia. Quando si troveranno di fronte alla loro orrorifica creazione, squallido tentativo fallito di una velleità che non gli appartiene, e la metteranno al confronto con la mia idea, sarà come si guardassero allo specchio. Quello che crei sei, e se crei un piede con il Comic Sans, sei veramente niente.
Dunque mi metto a pensare. Ho due o tre tracce in testa: la prima è che deve essere la cosa più lontana da un piede, questo è fondamentale. Secondo: deve essere semplice, quasi elementare, un’indicazione chiara per tutti, perché Manate non la conosce nessuno. Terzo: deve essere facile da ricordare, e non perché faccia schifo. Le idee a me mi vomitano dentro. Cioè non è mai come una lampadina che s’accende, ma piuttosto come un’influenza intestinale. Mi ribollono i pensieri accavallandosi l’uno sull’altro, calpestandosi, si superano a vicenda e poi crollano come una valanga. Si fermano solo a valle, e proprio lì c’è la mia idea. Nello specifico è questa: il ristorante si chiamerà “Il punto”. Il logo è un punto, naturalmente, sotto riporterò in caratteri più lineari possibile il suo nome. Tutto nero, o perla. Ora ci penso meglio.
Lo finisco in cinque minuti, ma non è un difetto, anzi. Vuol dire che è veramente sentito, veramente mio, è come il primo bacio ad un amante, pieno di passione e di eternità. Poi apro l’allegato che mi hanno inviato. Un piede che sembra fatto da un ragazzino con problemi comportamentali, misura un centimetro per sette millimetri, una risoluzione indecente anche per l’ultima delle massaie lucane. Sospiro, e glielo ricostruisco. Sudando, scrivo “Buon Appetito” con il Comic Sans. Spero nessuno mi abbia visto. Zippo tutto, e spedisco.
Sorrido sornione al monitor in attesa che venga compiuta la mia vendetta. La vita è fatta così. Chi è superiore vince, e l’inferiore, nel caso della nostra specie, apprende e cerca di elevarsi al livello del maschio alfa. E’ semplicemente la natura umana. Io in questo momento, in questo “territorio di caccia”, sono il maschio più forte. Loro se ne renderanno conto. Un blink interrompe i miei sogni di gloria. Mi hanno già risposto. Cazzo meno di un minuto. La mail dice: “Il piede è fantastico. Complimenti. Passi a ritirare il suo compenso. Saluti. Eva Drak (General Manager)”.
Spengo il computer e vado a dormire.
La mattina mi sveglia un suono strano. Al principio sembra un uccello, un uccello esotico che sibila invece di fischiettare. Dopo, mano a mano che vado svegliandomi, capisco che quei gridolini fanno parte di un eco più grande di rumori. Mi alzo e mi dirigo vergo la finestra, mi sembra di scorgere del fumo. Quando apro la persiana sono invaso da un boato incredibile di rumore e capisco che il fumo in verità sono nuvole di polvere e terra che si levano dal suono. Stanno costruendo qualcosa, qualcosa di enorme in pieno centro. Ci sono degli elicotteri che sorvolano il paese, e sotto l’imponente figura del Monte Manate si stagliano, come torri, decine di gru. E soprattutto c’è questo brusio, questo armeggiare di strumenti, cigolare di macchine, vociare di operai. Qualcuno fischia. E’ Giuseppe che mi chiama dal portone. Annuisce indicandomi con la fronte i cantieri, come per dirmi “hai visto?”. Gli rispondo alzando le spalle. Prende a gridarmi qualcosa, ma c’è troppa confusione e non lo sento. Gli faccio cenno di aspettare, voglio andare a vedere cosa succede laggiù, dove la vita fa polvere e rumore.

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