Buon appetito (VII – Di piedi e vecchi fasti)

di Roberto Albini

Mi avvicino a Giuseppe e gli do un pugno sulla spalla. Il cretino si riprende, si accorge che ci sono dopo mezz’ora che gli sto parlando. Mi sorride e mi abbraccia, dice che è contento di vedermi. Poi mi chiede di Ugo Pizzi. Ho appena finito di raccontargli tutto quello che è successo fino ad ora, e quello mi domanda cosa è successo fino ad ora. Credo di avere una scorta giornaliera di pazienza, sempre più esigua, che uso per tentare di comprendere il mondo. Il ragazzino l’ha consumata quasi tutta, Giuseppe si è portato via le briciole. Mi invento che il manentino m’ha fatto venire il mal di testa, che devo lavorare, che questa storia mi ha un po’ spossato e che ho voglia di rimanere da solo. L’ultima affermazione è l’unica vera. Giuseppe annuisce, poi tira fuori qualcosa dalle tasche del suo “chiodo” e mi mette qualcosa in mano. “Ci vediamo dopo”, dice, poi monta in groppa allo scooter e sparisce. Rimango solo. Nel vero senso della parola.
Sì, ma quale parola. Perché le parole sono belle, a volte affascinanti a volte evocative, ma poi con le parole fino in fondo non riesco a esprimere quello che vorrei dire. Come quando si prova a raccontare un amore: un amore che si può raccontare è poca cosa. Quando ci provo a parlare delle onde che mi abitano, dei timori che mi scuotono, delle fonti delle mie gioie, ad un tratto diventano ridicole. Per evitare di nominarle, per non rischiare di rompere l’incantesimo, percorro delle strade lunghissime e mi rivolgo a loro solo attraverso metafore.
Decido di tornare allo studio.
Appoggio la giacca su una sedia, mi tolgo le scarpe che getto in mezzo alla sala, accendo il computer e metto sulla scrivania il pacchetto che mi ha dato Giuseppe. C’è un pezzo di fumo e una cartina con un po’ di tabacco. Ma sì. Preparo una canna che assomiglia alla struttura in cartone di un rotolo di carta igienica. In effetti sto un po’ fuori allenamento. Mentre faccio i primi tiri lancio il programma di posta elettronica il quale, con il rumore che fa un unghia che batte su un bicchiere, mi avverte che sono arrivate delle mail. La verità è che mi sento molto più rilassato. Potrei provare a descrivere le sensazioni che lentamente mi stanno scendendo dentro come il sipario su un palco, ma commetterei l’errore di ridurle a una semplice declinazione comprensibile da tutti, un codice per rappresentare in maniera bilaterale una cosa che è di per sé unilaterale, visto che la provo solo io. Dunque non mi ci spreco nemmeno. La prima mail è di una russa che in un italiano tradotto da chissà quale lingua da Google, ci tiene a comunicarmi che vorrebbe sposarmi, precisando che gli piacciono le buone letture e le gite in campagna. La seconda mail mi domanda se desidero allungarmi il pene di dieci centimetri in due mesi, indicando una crema alle alghe thailandesi come fautrice di questo prodigio. Tra la seconda e la terza mail il sipario scende completamente. Nella stanza galleggiano delle dense nuvole di fumo che odorano di esotico. Il messaggio mi propone un contratto telefonico. Prevede la possibilità di effettuare cinquecento minuti di telefonate al mese, di mandare quattrocento SMS e di connettermi a internet per un tempo illimitato, il tutto per una cifra bassissima. Rifletto che io non ho tutte queste cose da dire. Non ho cinquecento minuti al mese di cose da esprimere impellentemente al mondo. Poi arrivo alla quarta mail, e questa mi spaventa già solo dall’indirizzo perché dopo la chiocciola finisce con ugopizzi.com. L’oggetto, scritto in lettere maiuscole, recita: “ARRUOLAMENTO UNITA’ DI PRODUZIONE GRAFICA. PROGETTO “BUON APPETITO” – N. PROT. 00AX7”. Aspiro due volte dal Domopak che mi sto fumando, profondamente. Guardo la stanza come convinto che dopo che avrò finito di leggere, non la rivedrò mai più uguale come ora. Ho la consapevolezza di vivere nel momento esatto in cui la vita che conoscevo prima, muta in qualcosa di diverso; l’attimo del concepimento di un’altra era della mia esistenza. Penso che questo fumo è proprio buono. E inizio a leggere:

“Ill.mo, veniamo con la presente  a notificarle l’accettazione da nostra parte, della sua richiesta di impiego”. Cioè, ma io non ho mai fatto mai nessuna richiesta… “La dettagliano quindi sulla mansione a lei assegnatagli da svolgersi, come da precedente comunicazione…” Quale? “…in quarantotto (48) ore lavorative a partire dalla data di ricezione di questa notificazione (avrà valore legale l’orario di spedizione registrato nei nostri calcolatori; pena per l’eventuale ritardo da stabilire in sede di giudizio penale e civile). Necessitaci il marchio per un ristorante di prossima apertura chiamato “Buon Appetito”. Il ristorante avrà un target top, infragenerazionale, interclassista e sarà dislocato in località Manate. Il marchio sarà composto di due parti: una visiva e una nominale. La parte visiva sarà la sagoma di un piede (in allegato) mentre quella nominale sarà composta dalle parole “Buon Appetito”, in carattere Comic Sans, corpo dodici, corsivo, color prugna. Resta a sua completa discrezione la collocazione nello spazio compositivo degli elementi, alla quale siamo fiduciosi la sua creatività saprà dare l’adeguata originalità plastica. Distinti saluti. Eva Drak (General Manager)”.

La rileggo una seconda volta, più lentamente. Aspiro una lunga boccata dal cartoccio. Cerco di capire come può essere che a qualcuno viene in  mente di mettere un piede come simbolo per un ristorante. Ultimamente la mente umana vive di un fasto antico che sembra proprio non appartenergli più.

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