Buon appetito (VI – Fiaba del bambino che sognava di vedere un aereo schiantarsi)

di Roberto Albini

In queste occasioni, non c’è nient’altro da fare che arrendersi. L’aria nello studio s’è fatta irrespirabile, così decido di uscire pure io. Fuori il sindaco e il suo scagnozzo sono spariti, e così sembra pure il resto della popolazione. Le strade di Manate sono quasi sempre deserte, preda di un vento che sferza in qualsiasi stagione. Quelli di Manate, lo chiamano il “manantino”. Più che un vento, in realtà è una brezza, ma costante, implacabile, sufficiente a farti alzare le spalle per i brividi se ti becca impreparato. Pure ad agosto. Un po’ per questo, un po’ perché in verità per strada a Manate non c’è molto da fare, qui le vie sono pressoché disabitate, come questo pomeriggio.
Passeggio per Corso Manate, diretto come sempre a piazza Manate, per sedermi sulla fontana di Manate. Lo faccio senza pensarci, come seguendo una rotta prestabilita. Poi in lontananza scorgo Giuseppe, seduto proprio sulla fontana. Non mi vede arrivare: sta ascoltando della musica e si agita come si trovasse a un concerto di Marilyn Manson. Ha gli occhi chiusi e una chitarra fantasma tra le braccia. Nemmeno quando mi siedo accanto a lui sembra accorgersi della mia presenza. E’ così concentrato a suonare l’aria senza perdere un colpo, che il resto intorno gli è scomparso. Osservo la sua cresta rada lottare contro il manantino. Penso: “Siamo solo peli al vento”. O l’ha detto qualcuno prima di me? C’è sempre qualcuno che ha parlato prima di me. Inizio a raccontare la storia a Giuseppe. Gli racconto della telefonata, della mail che dovrà arrivarmi, delle parole del sindaco a proposito del progetto di Ugo Pizzi. Gli dico che forse apriranno un centro commerciale, perché ultimamente quando parlano di novità, di solito sono solo i centri commerciali. D’altronde cos’altro potrebbe riportare “la bella gente” a Manate?
Mi volto per dare un’occhiata a Giuseppe, che non mi sta nemmeno ascoltando. E’ salito con i piedi sopra il bordo della fontana e saltella tutt’intorno con una gamba sola. Il manantino mi si infila dentro il colletto della camicia, un brivido gelato mi fa chiudere gli occhi per un istante, e quando li riapro davanti a me c’è un ragazzino. A Manate non esistono più bambini da almeno quarant’anni, questo da dove è saltato fuori? Guardandolo meglio, in effetti è un bambino un po’ strano: è vestito in doppiopetto, gessato; indossa dei mocassini neri e un cappello sulle ventitrè, con una piuma nella falda. Avrà all’incirca otto o nove anni. “Mi racconti una favola?”, mi domanda guardandomi negli occhi. Cerco soccorso in Giuseppe, ma quello adesso sta facendo le flessioni mentre ulula il ritornello di una canzone che sente solo lui. “Non conosco favole, mi dispiace”, rispondo. Il ragazzino si guarda intorno, poi, con tono perentorio: “Raccontami una favola”. Questa volta non m’è sembrata una richiesta. Scuoto la testa e ripeto che non ne conosco, ma il ragazzino fa due passi verso di me, si porta vicinissimo e quasi sussurrandomi un segreto dice: “Sono sicuro, che se ti concentri una favola ti viene in mente”. Mi ha fatto paura. Ha gli occhi neri, profondi, sembrano abbiano visto più di quello che avrebbero dovuto. Chi è questo bambino? Da dove è uscito?
Veloce penso a qualcosa, cerco nei meandri dei miei ricordi, senza risultato. Decido allora di inventare. Farei di tutto pur di levarmi questa presenza inquietante da davanti. “Va bene”, gli dico. “Ascolta”.

Fiaba del bambino che sognava di vedere un aereo schiantarsi

C’era una volta un bambino piccino picciò, che abitava in una casetta di fronte ad un aeroporto, trascorrendo le giornate a osservare gli aerei passare. Un fischio e poi un rombo, le finestre tremavano insieme al suo cuore, e lui pensava: “Gesù, piccino picciò, fai che precipiti un aereo proprio qui, fai che possa vedere il fumo nell’aria, udire le genti gridare, la notte schiarirsi di fuoco”. Ma tutte le volte l’aeroplano si allontanava, e lui rimaneva sconsolato in attesa di un’altra occasione.  Il tempo passava, il bambino piccino picciò si annoiava, ma non riusciva a staccare gli occhi dalla finestra. A volte dimenticava persino di mangiare. Quando passava un aereo, poi, sembrava tornare a nuova vita. Saltava in piedi felice e guardando quella macchina gigante pregava: “Gesù, piccino picciò, regalami un areo che cada qui, anche solo una volta. Tu che ne fai morire tanti al giorno, che ti costa farne crepare alcuni qui?”.
 Un bel giorno, Gesù, piccino picciò, decise di accontentare il bambino piccino picciò. Prese un aereo pieno di gente che andava a Ibiza, di operai e sciampiste, tatuati i primi e con le unghie colorate le seconde, lo agitò un po’ nel cielo e lo schiantò. Il bambino piccino picciò sentì un sibilo e poi un rumore assordante. Si affacciò e vide l’aeroplano in fumo nel cielo, era sicuro che questa volta sarebbe stata quella buona. Però poi l’aereo all’improvviso virò, cadendo proprio sopra la sua casetta.


C’era una volta,
e mai più ci sarà,
un bambino piccino picciò
col suo corpicino sparpagliato qua e là,
il cranietto spaccato a metà
la linguetta, poco più giù,
che non prega più.

Rimango impressionato dalla mia vena. Non mi aspettavo fossi così bravo a inventarmi una favola in così poco tempo. E’ uno di quei segnali che mi fa pensare che nell’eventualità sarei un buon padre. Soffia una folata di manantino. Il ragazzino rimane zitto, senza sorridere, mi guarda e basta. Poi inizia a fare un passo indietro senza voltarsi, poi un altro. Il ticchettio delle suole in cuoio dei mocassini riecheggia per la piazza deserta. Di colpo si volta e inizia a correre, s’infila in una via secondaria e sparisce.
A ben pensarci, forse non sarei un buon padre.

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