Buon appetito (V – Non c’ho capito un cazzo)

di Roberto Albini

Due colpi alla porta. Rimango con la cornetta in mano, Giuseppe sta dicendo qualcosa, ma la sua voce arriva da lontano, distorta e non capisco. Entra un uomo basso, grasso, con due lunghi baffi neri arricciati come i boxeur di inizio secolo. Lancia un’occhiata rapida alla stanza, si sofferma sul triangolo sorridente dietro le mie spalle mentre riattacco lentamente. Non so cosa fare. L’uomo si mette di fianco all’uscio, sull’attenti, appoggiato allo stipite. Dietro di lui sguizza un’altra persona che riconosco essere Capece, il sindaco di Manate. Passa rapido attraversando tutto lo studio, non si interessa a nulla, non saluta, e alla fine si ferma davanti alla finestra. Resta immobile dandomi le spalle. Prendo fiato per cercare almeno di salutare, ma quello sulla porta intercettando il mio intento, alza il mento facendomi capire di zittirimi. “Mannanami ano”. In sindaco rompe il silenzio per primo. Capece, qualche anno fa, ha avuto un ictus che l’ha lasciato con la bocca semiparalizzata. L’aiutante aspetta che il suo capo abbia finito la frase, poi ripete: “Parliamoci chiaro”. Io annuisco alle spalle di un uomo fisso davanti alla finestra.
“Enno a unnomo ca e”, continua il sindaco, e come eco l’altro: “Quello è l’unica cosa che c’è”. Il grassone parla senza alterazione di toni, senza espressioni, come una segreteria telefonica. Poi Capece inizia un discorso incomprensibile che dura quasi cinque minuti, durante i quali non volta mai lo sguardo. Quando termina, per qualche secondo torna il silenzio. L’uomo sulla porta sembra stare per iniziare la traduzione, ma fuori passa uno in macchina con lo stereo a tutto volume. Il pavimento vibra ritmicamente, e il tizio segue il tempo con la punta della scarpa. Inizia solo quando cessa l’ultimo tremore: “Quella montagna, quell’ammasso di rocce e sterpaglia, è tutto quello che c’è”. Capisco allora che il sindaco sta osservando dalla mia finestra il Monte Manate, che tra l’altro è visibile da qualsiasi punto di Manate. “E sai quanto costa a Manate il Monte Manate? Seicentomila euro l’anno. I bei tempi dei formaggini sono perduti per sempre. Nessuno viene più a visitare Manate per la sua montagna. La popolazione sta scomparendo: sono rimasti solo i vecchi, gli stupidi e i codardi. Il secolo il quale la sua prima decade è già trascorsa, ci impone una domanda stoica, perentoria, ineludibile: cosa ci vogliamo fare di Manate? Me lo avessero chiesto appena una settimana fa, avrei risposto di venderlo. Ai cinesi per esempio. Sai quante richieste arrivano dalla Cina per comprarsi Manate e il suo monte? Centinaia al mese. I formaggini da loro sono arrivati adesso, e a causa della crisi l’Invernizzi ha deciso di riproporre i vecchi caroselli.  Per loro il nostro passato è il futuro. Vogliono tutti venire qui, come ai bei tempi. E allora ho pensato: “Ma sì. Gliela do a loro Manate, che mi frega?”. Insomma, ero a un passo. Poi qualcosa è successo. La buonanima di Piergiorgio Manate deve aver compiuto un miracolo, perché un momento prima della fine, è giunta una notizia che ha cambiato tutto. Ugo Pizzi, sempre sia lodato, è tornato. Ma non solo: ha in mente un progetto grandioso che rilancerà Manate nel circuito internazionale. Parleranno tutti di noi e torneranno i turisti; ha detto che Manate si trasformerà in una piccola Cortina D’Ampezzo, turismo di lusso, benessere, bella gente. Mi ha pure detto, però, che per far sì che questo prodigio avvenga, tutto deve ruotare come un meccanismo perfetto. In quest’ambito, come Primo Cittadino di Manate, ho il dovere di avvertire ogni abitante del paese, che, se qualcosa non va, sarà anche per colpa sua. Perché un meccanismo affinché sia perfetto ha bisogno che ogni ingranaggio faccia il suo dovere, che si comporti da ingranaggio appunto. Ligio, puntuale, affidabile”. Annuisco alle spalle del sindaco, mentre tento di capire se il ciccione ha finito di parlare. Capece si schiarisce la voce, facendo gorgogliare una piccola pozzanghera di catarro nella gola. All’improvviso si gira di scatto e mi fissa come volesse uccidermi. “Niecca arire auomo, uminnà”, mi ringhia serrando gli occhi, e subito dopo dalla mia destra: “Cerca di capire al volo, nullità”. Il sindaco con uno scatto si porta fuori. Il grassone, pure lui, mi guarda in cagnesco per qualche secondo, poi esce scondinzolando con i baffi.
Rimango calmo, impassibile. Non c’ho capito un cazzo.

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