Buon appetito (IV – Dubbi e perplessità di un mattone un attimo prima di diventare tale)

di Roberto Albini

Dunque. A Manate c’è nata gente famosa, ma alcuni famosi solo in paese, altri, pochi in verità, in tutto il mondo. O quasi. Tra i primi rientra sicuramente il sindaco, Mario Capece, che ha iniziato come giardiniere di Pier Giorgio Manate, per poi diventarne il maggiordomo, poi l’autista, poi l’aiutante e poi il portaborse. Si dice che nel testamento del magnate fosse indicato chiaramente che, alla sua morte, a prendere le redini della città, almeno i per primi tempi, dovesse essere proprio Capece. Ma poi il notaio non ha saputo quantificare questi “primi tempi” e la gente non si è mai lamentata. Così sono trent’anni che a Manate abbiamo lo stesso sindaco, eletto da nessuno. Praticamente un re. Poi ci sono il conte e la contessa Pizzi, nominati nobili da Pier Giorgio Manate in persona, per meriti legati alla qualità delle patate del loro terreno, così care all’inventore della brugola torta. Subito dietro di loro possiamo annoverare Umberto Cocchi, il notaio, Fabio Tini, il commercialista, e ultimo ma non ultimo Beato Nullo, il direttore della filiale cittadina della Cassa di Risparmio di Terni. Da notare che ognuno di loro è circondato da una schiera di comparse i quali, solo a causa della frequentazione con tali personaggi, hanno a loro volta assunto il ruolo di VIP. Però, se veramente cercate la celebrità di Manate, se davvero volete conoscere chi ha dato lustro a questa comunità, colui che solo a nominarlo inumidisce per l’emozione le pupille dei suoi concittadini tutti, bhé senza dubbio questo è Ugo Pizzi.
Ugo Pizzi, classe 1972, è stato uno dei cinque fortunati nati a Manate insieme a me e Giuseppe in quell’anno. Però lui, a differenza nostra, è figlio dei conti. Altra storia. Notato già dalle elementari per la sua intelligenza sopra la media, viene spedito a studiare a Tokyo, dove a soli dodici anni, ottiene la laurea in Scienze delle Comunicazioni. Il giovane conte però non si dimostra particolarmente attratto dalla materia e così decide di iscriversi al conservatorio di Okinawa dove si diplomerà, a ventidue anni, Maestro di Hikiriki, tradizionale strumento a fiato giapponese. Segue un periodo di concerti in tutta l’Asia, che lo porterà a essere incoronato Baronetto di Lopburi, ridente cittadina tailandese. Però, a venticinque anni, Ugo Pizzi si stanca di quella vita fatta di continui spostamenti, interviste e cene di gala, e per questo decide di concedersi una vacanza tornando nella sua tranquilla città natale. Io me lo ricordo ancora quando venne a trovare i suoi genitori. Il sindaco fece vestire da samurai tutti i componenti della banda comunale. Vennero allestiti dei sontuosi banchetti, pagati dalla comunità, a base di piatti tipici giapponesi, e la strada dalla stazione fino al castello dei conti Pizzi venne lastricata di petali, i quali al principio dovevano essere di loto ma che poi vennero sostituiti, per mancanza di materia prima, da semplici crisantemi. Dopo tre giorni di festeggiamenti e baccanali, il piccolo conte però dovette, causa impegni di forza maggiore, lasciare Manate alla volta di Teppey. Da quella volta, Ugo Pizzi non fece mai più ritorno a Manate.
Questo naturalmente non vuol dire che le sue gesta leggendarie non continuino a essere seguite più o meno come la carriera di Lady Gaga da tutta la stampa e televisione locale. Su “La Gazzetta di Manate”, per esempio, c’è sempre per lo meno un trafiletto che lo riguarda, e pure il telegiornale di “Tele Monte Manate”, chiude sempre le trasmissioni con un aggiornamento della vita di Pizzi. Da quello che so, dopo qualche anno dalla sua visita, il Maestro di Hikiriki abbandonò la professione di musico per dedicarsi alla cucina. La leggenda narra che una volta tornato in Giappone, Ugo sia stato letteralmente folgorato dalla vista della preparazione del no-topo makkei, cioè  milza di gatto cotta al vapore con sesamo e zenzero, piatto tipico di Okinawa. Si trovava in quel tempo a passeggiare per le vie della città durante la festa della fertilità, quando il suo sguardo venne catturato da un camioncino di bibite e panini dove  due venditori ambulanti erano impegnati nel cucinare il no-topo makkei. I pochi testimoni di quell’illuminazione, giurano che Pizzi si denudò in mezzo alla folla e, alzando le braccia al cielo, urlò: “E’ questo!”.  Poi scomparve per una decina d’anni, che trascorse in un convento buddista a studiare la sacra arte della cucina tantrica, una particolare tecnica culinaria che utilizza la respirazione per cuocere gli ingredienti. Una cosa che ci saranno due tre persone in tutto il mondo a saperla fare. Tornò in pubblico un po’ ingrassato, calvo e con una lunga barba. Aprì un ristorante a Iburi, nel nord del Giappone, che ebbe un impressionante successo di critica e di pubblico. Fu così tanta la popolarità acquisita, che ne aprì altri cinque nel giro di tre anni, per poi sbarcare negli States dove iniziò contemporaneamente una trasmissione di cucina molto popolare in Arkansas e Idaho. Gli vennero attribuiti numerosi premi, una trentina di programmi di ricette e altrettanti libri sullo stesso tema. Ugo Pizzi, in pratica, è veramente l’unico personaggio famoso di Manate.
Eppure, nonostante queste premesse, io sono inquietato del suo ritorno. So per certo che le persone come me sono utili alla gente come lui solo come utensili per favorirli in qualche modo. Come gli operai agli industriali, i cinesi a Steve Jobs, i muli al contadino, i disoccupati al sistema, il preservativo all’amplesso. Quelli come me, quelli che se non comprano non compaiono nemmeno nelle statistiche, nelle società di tutti i tempi e in ogni longitudine, sono come la sabbia che qualcuno usa per fare il cemento delle case di chi se le può permettere. Di solito la gente è felice di avere almeno una betoniera dove poter rotolare inutilmente insieme agli altri granelli perché l’alternativa, per un granello di sabbia, è quella di venire spazzato via dal vento. Eppure… Eppure io non sono contento, ecco. Io non voglio né vagare nell’aria, né diventare mattone. Non mi serve Pizzi, perché tutto quello che ho mi basta e tutto quello che vorrei, lui, non potrà mai darmelo.

Annunci