Buon appetito (III – Il ritorno di Ugo Pizzi)

di Roberto Albini

Se le sere le passo a osservare le strade deserte di Manate, le giornate le trascorro nel mio studio di grafica, al quale non ho mai dato un nome. Qui non ce n’è bisogno: tutti sanno che questo è l’unico studio di grafica del paese, e chi vuole trovarmi mi trova. E poi odio il modo con il quale i miei colleghi amano nominare la propria attività, tutte parole mezze inglesi che finiscono con “graphic”, tutti a fare a gara tra loro a chi è più fantasioso, più originale. Alla fine, chissà perché, ottengono il risultato contrario alle intenzioni e finiscono per assomigliarsi tra loro nella forma e nella sostanza. Per questo, insomma, io un nome, lavorativamente parlando, non ce l’ho. Ma poi a che serve la fantasia a Manate? Tiro avanti impaginando il giornale del comune, “La gazzetta di Manate”, quattro pagine al mese che la comunità mi paga come fossero cinquecento, visto che quando hanno fatto la gara d’appalto l’unico a presentarsi sono stato io. Così ho proposto il prezzo più alto che m’è venuto in mente che, data l’assenza di concorrenza, era anche il più basso. Poi ogni tanto viene il macellaio a farsi fare i cartelli con i prezzi del macinato, o dell’abbacchio, oppure il signor Pino, che ha un’agenzia di pompe funebri, per rinnovare il suo catalogo di bare. Ho fatto i loghi di tutti i liberi professionisti di Manate, ma non mi azzarderei a riconoscerne la paternità nemmeno a uno. C’è da capirli è gente anziana. L’idraulico per esempio, titolare della ditta “Idraulica Manate di Bettino Cenci”, è venuto da me con un foglio dove suo nipote di sette anni aveva scarabocchiato una specie di chiave inglese in mano a un Teletubbies malformato. Tutto entusiasta della vena creativa del suo pupillo, mi ha chiesto di riprodurlo identico ma stando attento a non usare né il giallo né il rosso che lui è della Lazio e i colori della Roma li odia. Per questo dalla mia professione non mi aspetto più nulla. Entro in ufficio la mattina senza un orario prestabilito, che non mi aspetta nessuno, mi metto davanti al monitor, bevo un caffè, poi fumo una sigaretta, do un’occhiata alla finestra, mi risiedo, e attendo l’orario di chiusura, che decido io. Quando proprio non ce la faccio a sopportare la noia mi chiamo al fisso dal cellulare, faccio finta di essere un cliente importante, mi commissiono cose, poi le realizzo e le appendo al muro. Una volta ho fatto finta persino di essere il Papa, chiedendomi di fare il restyling dell’insegna papale. Ho tolto le chiavi, i drappi, quei simboli araldici, la conchiglia che non ho mai capito che c’entra, e l’ho trasformato in uno “smile” triangolare. Molto più attuale. Al Papa è piaciuto un sacco, si è complimentato, e adesso dietro la scrivania c’è un poster enorme con un triangolo giallo che sorride. Il signor Pino quando l’ha visto ha scosso la testa. Lui che ne sa. Lui è uno di Manate, vuole che tutto cambi ma che tutto resti uguale.
Stamattina, per esempio, mi è venuto in mente di telefonarmi impersonando il produttore di una fiction televisiva in cerca di un grafico che gli elaborasse la scritta del titolo. Fico, ho pensato, non ho mai lavorato per la televisione. Allora compongo il numero dello studio, ma lo trovo occupato. Nello stesso momento squilla il fisso. Lì per lì non capisco cosa stia succedendo. Il telefono che suona, nella mia vita professionale, è un fenomeno paragonabile al passaggio della cometa di Halley vicino l’orbita terrestre. Alzo la cornetta quasi in trance, e dall’altra parte una voce femminile dice “Pronto”. Pronuncia la “r” in modo strano, la sua lingua invece di battere decisa sul palato, scivola trasformandola in una mezza “s”. Deve essere straniera, penso.
– La contatto da parte del signor Ugo Pizzi.
Quel nome non mi è nuovo, ma non le rispondo. Lei fa una pausa in attesa di un cenno, poi si accorge che non lo otterrà, e allora prosegue.
– Avremo bisogno di un lavoro delicato, ho controllato sull’elenco e qui a Manate di grafico c’è solo lei. Vorremo sapere se è impegnato perché abbiamo bisogno di un lavoro urgentemente.
Il suo è un accento sicuramente straniero, credo tedesco, o svizzero. Penso che se non mi dice di cosa si tratta non posso risponderle. Ho il titolo di una fiction della televisione di cui occuparmi, in fondo. Glielo faccio presente.
– Per telefono non posso dirle nulla, mi dispiace. Se mi dà il contatto mail, le invierò una richiesta ufficiale, con la descrizione dettagliata di quello che ci occorre, ma avremmo bisogno di una risposta entro la giornata di oggi. E’ una questione molto importante e, come le ho accennato, molto urgente.
Un indirizzo mail… Ce l’avevo una mail, ma chi se la ricorda più. Le dico di attendere un attimo mentre cerco in un cassetto. Devo averlo trascritto da qualche parte, e infatti lo trovo e glielo detto.
– Molto bene. Tra poco le manderò le nostre richieste. Buongiorno.
E attacca.
Io rimango un attimo a guardare il telefono. Ugo Pizzi. Non sarà mica… Non faccio in tempo a finire il pensiero che l’apparecchio riprende a squillare. Esito un poco, ancora intontito da tutto questo improvviso trambusto. E’ Giuseppe.
– Hai saputo?
Io non afferro, tanto per cambiare, e non rispondo.
– E’ Tornato. Ugo Pizzi è tornato.

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