Buon appetito (II – Gioventù bruciata)

di Roberto Albini

Io lo splendore di Manate non l’ho mai vissuto, e da quello che vedo ora mi rimane difficile addirittura immaginare che possa essere esistito. Nacqui qui, all’ospedale centrale, quando ancora c’era un ospedale, nel 1972. I caroselli erano già stati soppiantati dagli spot, i formaggini non avevano più appeal nelle persone che iniziavano a scoprire la cocaina. Quell’anno a Manate ci furono solo cinque nascite, l’anno seguente nessuna. La gente se ne stava lentamente andando dalla cittadina, emigravano attratti di film di Fellini su Roma, dalle promesse di benessere di Milano. Si aveva la sensazione che ovunque si potesse vivere meglio che qui. Così, lentamente ma inesorabilmente, Manate perse abitanti, fino ai giorni nostri dove, fonte i registri dell’anagrafe, vivono tremila anime tutte ultrasessantenni. In paese, la gioventù sono io e il mio amico Giuseppe, tutti e due quarantenni.
Giuseppe lo conobbi al Liceo Artistico di Caprarola, un paese qui vicino, che frequentavamo con l’illusione di poter vivere d’arte, una volta diventati grandi. Non mi era particolarmente simpatico, ma era l’unico ragazzo della mia città in quella scuola, e ci venne naturale attribuirci a vicenda il ruolo di migliore amico. Stavamo sempre insieme. Con lui ho fumato la mia prima sigaretta, con lui ho sfogliato il primo giornaletto pornografico e fu sempre Giuseppe a farmi scoprire i Doors. Dopo la scuola le nostre vite per un po’ si separarono. Io andai a Roma per frequentare un corso di grafica pubblicitaria, mentre lui rimase a Manate perché il padre gli aveva rimediato una raccomandazione per fare il custode della biblioteca comunale. Giuseppe a quel punto mise da parte i pennelli e le tempere e ancora ora, quando ne riparliamo, mi dice che lui è riuscito nell’intento di vivere con l’arte, anche se non sua, mentre io mi limito a fare la puttana. Giuseppe si sposò con l’unica donna di quei cinque nati nel 1972 a Manate, ma non ebbe figli. Poi, un paio d’anni fa si lasciarono. Non mi ha mai rivelato il motivo della separazione. Dopo il divorzio Giuseppe volle riprendersi la sua gioventù perduta, come la chiama lui, e iniziò a vestirsi ed atteggiarsi da punk. Va in giro con una cresta composta da una squadra di quattro capelli tenaci, tenuti insieme dal gel, dalla lacca e secondo me anche da un po’ di silicone. Se li è tinti di rosso e spiaccicati con le mani tirandoseli in su, cercando in quel modo di far dimenticare che è praticamente calvo. Indossa sempre delle magliette ultra aderenti nere, che a malapena riescono a coprirgli la pancia prominente, e un paio di jeans scuri attillatissimi che gli finiscono sopra un paio di grandi anfibi fuori misura, avuti in regalo dallo zio ricordo dei suoi anni di militare a Macomer. Si smalta le unghie delle mani e forse per questo ultimo irreparabile errore e probabilmente anche per gli orecchini,  la gente del paese pensa sia gay e che sia questo il motivo della sua separazione. Giuseppe lo sa, e quando passeggia per le vie di Manate ogni tanto all’improvviso si gira verso le persone tirando fuori la lingua e mostrando il dito medio.
Giuseppe mi dice sempre che, in quanto unici rappresentanti della gioventù di Manate, abbiamo una responsabilità, e cioè quella di non far appassire del tutto la coscienza della comunità. Io gli faccio notare che non voglio nessun tipo di responsabilità, soprattutto rispetto la società, e lui immancabilmente mi risponde che questo è un chiaro segno che la mia giovinezza non mi ha ancora abbandonato. A volte penso abbia ragione perché, anche se questo discorso lo abbiamo affrontato mille volte, ancora non ho trovato una battuta efficace a questa illazione.
Ci ritroviamo tutte le sere, dopo cena, a piazza Manate. Ci sediamo sulla fontana e osserviamo il mortorio che ci circonda. Giuseppe arriva rombando con il suo scooter pieno di adesivi di teschi e simboli anarchici, senza casco, con la peluria rossastra spettinata dal vento. Poi inizia a raccontarmi cose mentre fuma canne, e io mi limito ad assentire e a commentare di tanto in tanto, un poco rimbambito dalle esalazioni d’erba, un po’ rincoglionito da questa gioventù stagionata che vorrei tanto passasse in fretta trasformandosi in altro. E sarà per colpa della mia giovane età, ma io a questo “altro” ancora non ho saputo dargli un nome.

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