I viaggiatori – 5. Limes

di Roberto Albini

Lo spiego per quelli che non hanno mai visto la stazione della metropolitana di Rebibbia, a Roma. L’entrata è una grande bocca semicircolare che affaccia su una piazzetta delimitata da  alti muri di mattoncini grigi. La fermata si trova accanto alla Tiburtina da un lato, e al fiume Aniene dall’altro. D’inverno la sera su quella piazza si forma una specie di nebbiolina, acre, densa, composta di tutti gli scarichi delle fabbriche che il corso d’acqua raccoglie nel suo percorso verso le fogne. La maggior parte delle volte, dei cinque lampioni piazzati nel perimetro, ne funziona solo uno; l’ambiente è spettrale, se ci si dimentica dei claxon e dei rombi dei motorini che scorrazzano a meno di centro metri. Proprio lì, in mezzo ai miasmi, un uomo basso, grasso, pelato a chiazze, cammina avanti e indietro, con fare nervoso. Indossa un camice da dottore, ma non si capisce bene perché quel suo agitarsi lo fa continuamente uscire dal campo illuminato dall’unica fonte di luce in quella piazza. Da dentro la stazione, il barrire di una bestia gigantesca rimbomba nei cunicoli sotterranei. Dall’uscita sbuca un drappello di persone. Il ciccione si blocca, scruta tra la gente, grugnisce e torna a fare passetti a vuoto. Dopo poco, solitario, esce trafelato un ultimo passeggero. E’ un giovane di colore, ha il fiatone, e trasporta un pesante fardello con sé. Si vede solo un attimo nella scena, perché appena fuori sparisce nel buio, e possiamo capire i suoi spostamenti solo concentrandoci sui suoi occhi bianchi, splendenti anche nelle tenebre. Lo vediamo ricomparire per intero solo quando si porta sotto il lampione. Allora scarica il suo bagaglio, e ansimando chiede scusa al grassone. Quello lo osserva serio. “Che cazzo hai fatto Kal? Qui andiamo male Kal, lo sai vero?”. Il giovane di colore, scuote la testa, fa un grande respiro per recuperare l’aria spesa nel correre. “Mi devi scusare, ma mi è successa una cosa incredibile. Cioè non so neppure se mi, anzi ci, è capitata sul serio…”. Il pelato si gira, dandogli le spalle. “Ma come, io trascuro pure il lavoro per essere puntuale. E tu mi fai aspettare venti minuti? Cose da pazzi…”. Il ragazzo cerca di fargli capire: “La metropolitana…”. L’altro fa qualche passo avanti, si allontana nell’oscurità. “Non me ne frega un cazzo, Kal. Stai zitto. Hai portato almeno quello che dovevi?”. Kal si china sul fagotto, lo apre e infila le mani dentro scuotendole. Produce un rumore metallico che rimbomba tra i muri di mattoncini. “Bene”. Sentenzia il ciccione. Poi fa sparire una mano dentro il camice e tira fuori una pistola. Stende il braccio, che entra nell’inquadratura del fascio di luce, e la canna della pistola arriva a meno di tre centimetri dal naso del ragazzo.
Da dietro irrompono dei passi. Qualcuno si sta avvicinando lentamente. Il ciccione riporta la mano al suo fianco, senza smettere di impugnare l’arma, e si gira animale a guardare chi arriva. Kal osserva prima la pistola, poi l’ombra che si distingue tra la nebbiolina acida. C’è un uomo, pochi metri più giù, tiene qualcosa in mano che quando arriva vicino al lampione distinguiamo essere un uccello. Lo stringe a doppia presa, tenendolo leggermente proteso in avanti. La bestia è immobile, non si comprende se è un placido vivo o un morto fervente. Lo sconosciuto si ferma a pochi passi dal ciccione che lo guarda come un cane da caccia osserva una lepre. “Sapete?”, dice l’ospite, “Questa mattina una persona si è buttata sotto un treno. Il mio treno. Io c’ero. Alle sette e tredici in punto.” Silenzio. “Allora ho pensato che oggi non mi andava di andare a lavoro. Ho camminato un po’ per le strade, senza meta. Avevo uno stato d’animo strano. Non so se avete presente i barattoli di latta. Ecco. Ad un certo punto l’ho visto”. E con il naso indica l’uccello, fermo che pare imbalsamato. “Voleva attraversare la strada. Me lo ha fatto capire: mi guardava e indicava l’altro marciapiede. Così l’ho preso, e gli ho dato un passaggio. Ero soddisfatto, avevo svolto un bel lavoro, ma quando vado a rimettere l’uccello a terra, quello non si muove. Era praticamente stecchito, come ora. Vedete?”. Mostra l’uccello ai due agitandolo in aria, inutilmente, perché non muove nemmeno la testa. Sembra di plastica. “Voi pensate sia io? A fare queste cose intendo”. Il ciccione lo osserva con la sua solita faccia da toro castrato, Kal, invece, scuote la testa leggermente. A quel lieve movimento la pistola scatta minacciosa come un serpente a sonagli. I tre rimangono zitti. Dentro la stazione della metropolitana si spengono le ultime luci, ronzando calano le serrande rinchiudendo per la notte la bestia gigantesca che la abita. Il traffico è diminuito, e c’è un’insolita aria di calma urbana.
All’improvviso l’uccello si anima, sbatte forte le ali fremendo in cerca della libertà. Emette un sibilo stridulo che da fastidio alle orecchie. L’uomo che lo teneva tra le mani si spaventa, compie un balzo e tira il volatile verso il ciccione che prima lo atterra con un pugno e poi gli spara. In pieno muso. Adesso l’uccello giace decapitato in una pozza di sangue più scuro di quello umano. I tre guardano il cadavere, in silenzio. L’uomo arrivato dalla nebbia, indietreggia, lentamente fino a scomparire nel buio. Senza voltarsi attraversa un piccolo tunnel, esce dalla piazzetta, sbuca su un prato, e sempre camminando all’indietro arriva fino al marciapiede. Forse avrebbe attraversato, ma urta contro una ragazza, allora si volta. “Sa?”, gli dice, “Oggi alle sette e tredici in punto un uomo si è gettato sotto un treno, il mio. E questo pomeriggio, mi si è pietrificato in mano un uccello al quale, questa sera, un pelato ha sparato, uccidendolo, davanti a me.” La donna lo guarda, ma non gli risponde. “Mi dica che esiste qualcosa di meglio”.
La donna infila una mano nella borsetta, che tiene a tracolla sul gomito, ed estrae un cellullare. Preme qualche tasto, poi lo offre allo sconosciuto. Lui lo prende, legge sullo schermo un paio di secondi e quando rialza lo sguardo è sbigottito, quasi sconvolto. Lei annuisce triste. E si abbracciano.

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