I viaggiatori – 4. Campo di Carne

di Roberto Albini

E’ che ti devo dire una cosa. Ti ricordi, l’altro ieri, quando ti ho racontato che avevo passato una mattinaccia, che avevo avuto dei casini per andare a lavoro. E’, proprio quella mattina stavamo tutti appiccicati, nel treno Nettuno-Roma, alla stazione di Campo di Carne, e un uomo, alle sette e tredici in punto, s’è buttato sui binari. Ce l’ha detto pure l’altoparlante, cioè non l’ha detto proprio come te lo sto dicendo io, ma ce l’ha fatto capire insomma. Uno dietro di me ha subito urlato: “Ma perché s’ammazzano tutti a quest’ora?”. Il tizio era uno col cappelletto di lana e la canottiera. Gli altri pure non erano di buonumore: anche se non avevano il coraggio che aveva avuto quel ragazzo, si sentivano bestemmie e parolacce provenire da un po’ ovunque, come una nebbia di incazzature. Io pure, te lo confesso, ho pensato che in fondo, se hai proprio deciso, cerca almeno di non coinvolgere gli altri nelle tue scelte personali. E’ una questione di stile, di etica. Non mi dire che il mio ritardo dà più senso al tuo suicidio. Comunque stavo lì, in piedi, avvinghiato per forza a una ragazza cicciona con i pantaloni che le coprivano solo mezzo culo, mentre lo zaino da attraversata del Polo Nord di un altro, dietro di me, mi si conficcava nella nuca. Così, come dire, ho cercato un po’ d’aria, ho sgomitato  e mi sono liberato dell’esploratore, e poi con un’altra ginocchiata “casuale” mi sono portato davanti alla culona. Alla fine mi sono ritrovato con il poggiamano di un seggiolino sulla milza, è vero, però proprio davanti a me c’era il finestrino. Un lusso.
Dal punto in cui mi trovavo, potevo vedere benissimo i binari e parte della banchina. Dal lato estremo destro del vetro sporgeva una macchia scura che brillava sopra le barre di ferro. Scorgevo la schiena di gente col camice intenta a fare qualcosa, in maniera concitata. Appena un po’ più in là di dove stavo, stava succedendo qualcosa d’interessante, e a me, guarda che sfiga, mi era toccato il puro e semplice paesaggio. A quel punto la cicciona ha scorreggiato, però ho fatto finta di nulla. Mi sono messo a guardare fuori. La banchina all’esterno era delimitata da un piccolo steccato, di una tinta indefinita compresa tra il color vecchio e il color abbandonato. Dietro c’era una specie di capannone mezzo diroccato. Era delimitato da quello che una volta doveva essere un recinto in mattoni, e che adesso sembrava solo un rudere lasciato da una qualche civiltà dimenticata. Tra l’entrata del recinto e quella del capannone c’era un bel po’ di spazio, così che mi sono immaginato che quello una volta doveva essere stato il parcheggio. Uno strano brillare ha attirato la mia attenzione. In un angolo di quella rovina erano accatastati dei barattoli di latta, in parte ancora lucidi. E allora mi sono ricordato. E’ stato un flash e ad un tratto mi rivenuta in mente tutta una storia che non so per quale ragione avevo completamente dimenticato.
Ti ricordi, da ragazzini, quando almeno un mese d’estate lo passavamo da zia, che abitava proprio da queste parti? Ti ricordi che poi andavamo sempre a giocare alla fabbrica di barattoli di latta? Il  capannone  abbandonato era la fabbrica. Ci andavamo spesso, dopo le cinque, quando chiudeva. Approfittavamo di tutto quello spazio vuoto, solitario, solo per noi, e soprattutto dei barattoli. Con i barattoli ci si potevano fare un numero esagerato di giochi: usarli come palloni, tirarseli addosso, costruire mostri robot, e soprattutto ci si poteva giocare alla guerra.  Te lo ricordi adesso? Come no… Mettevamo tutti i barattoli in fila e li disponevamo come due eserciti che si affrontavamo, l’uno davanti all’altro. E poi tiravamo un sasso a turno, e chi faceva cadere tutte le lattine dell’avversario vinceva. Ma ti ricordi quanto tempo ci abbiamo passato a tirare pietre ai barattoli? Ti ho rivisto con quei tuoi pantaloncini dell’Adidas falsi, con l’elastico sbrindellato, che cercavi ti tenerti su con le mani. Ho rivissuto quelle espressioni, e per un momento mi è venuto da riflettere su quanto siamo cambiati, noi due, da allora. Ma poi sono tornato a guardare il paesaggio, e ho notato che pure tutto il resto è cambiato. Che tanto, anche se non cambi tu, cambiano le cose.
L’ultima volta che siamo stati nella vecchia fabbrica, il guardiano ci ha scoperto. Avevamo appena schierato i nostri eserciti, eravamo pronti al massacro, e invece proprio sul più bello è sbucato quel matto urlando, nemmeno fossimo stati terroristi islamici. E siamo scappati, veloci, spaventati, senza guardarci alle spalle. Abbiamo lasciato lì i nostri soldati. Tutti in fila, pronti per una battaglia che non si è mai svolta. Ed è questo che ti volevo dire.
Io mi sento un po’ come quei barattoli.

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