I viaggiatori – 2. Next stop i don’t know

di Roberto Albini

Seduto al mio fianco destro, c’è un immigrato. Porta una polo di quelle dai colori improbabili, tutti sul tono del marroncino, che non si capisce mai se sono sporche o è proprio così che sono state progettate. Indossa dei sandali di cuoio che sfumano su suoi piedi della stessa tinta. Tra le gambe sorregge un fardello pieno di mercanzie. Il suo sguardo, e forse anche i suoi pensieri, restano nascosti dietro quel borsone, così che l’umanità non saprà mai quale sono le fantasie che lo abitano, a quest’ora della sera.
Prossima fermata: Santa Maria del Soccorso. Next stop: Santa Maria del Soccorso.
Seduta al mio fianco sinistro, intenta a leggere una rivista dalla quale sbircio ogni tanto per il semplice gusto di capire gli altrui gusti, una studentessa, o presunta tale. Credo sia un’universitaria, perché ha uno zaino di stoffa che giace sulle sue ginocchia a far da guardia alle sue cosce giovani che una gonna jeans un po’ troppo corta lascia alla mercé del pubblico non pagante. Mentre sfoglia la rivista si morde le labbra. Forse la lettura l’entusiasma, ma è più probabile abbia solo fame.
Prossima fermata: Pietralata. Next stop: Pietralata.
La voce metallica che annuncia le fermate, non distoglie la piacente signora in piedi davanti a me dalla sua personale caccia al sedile libero. Nella metropolitana le esigenze si assottigliano fino all’essenziale: diventa preziosa la sedia di plastica, l’equilibrio durante le fermate. Lo spazio vitale si riduce al minimo, così che quando si scende ci si sente liberi almeno per un minuto buono. Forse per questo nessuno bada al lavoro della voce che ripete tutti i giorni, tutte le volte che la metro si ferma, il punto esatto del viaggio in cui ci si trova in quel preciso momento della vita, a quell’ora esatta, evitandoci lo spiacevole equivoco di stare nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Non è un vantaggio da poco, se ci si pensa. Ma la signora, meches appena fatte, questa cosa la sottovaluta, e sguinzaglia i suoi occhi a maledire chi, imberbe borghese, gli ha scippato un posto a sedere.
Prossima fermata: Quintiliani. Next stop: Quintiliani.
Per qualche oscuro motivo, a Quintiliani scendono quasi tutti. Quintiliani non è il nome di un quartiere, chissà forse nemmeno di una via. Quintiliani è il nome di una fermata e basta, per molti, compreso me. Una parola a caso, come quelle che si dicono ai cani per impartire ordini. Quintiliani,  intima la voce di quella signorina, e tutti scendono: la pappa è pronta. A quest’ora della sera ci sono poche cose che hanno importanza come il concetto di “casa”, “doccia”, “cibo”. La signora mechata sogghigna nell’intravedere la preda, e prima che l’ultimo passeggero sia sceso, già mette il suo sedere al sicuro sopra un sedile. L’immigrato scarica il pesante carico al suolo, rivelando il volto poco usato di un giovane poco più che ventenne. La ragazza, invece, ripone il giornale accartocciandolo dentro lo zaino, e prende a fissare quel punto indefinito che tutti nella vita almeno una volta abbiamo preso ad ammirare durante qualche attesa, o nella vana speranza che una ricerca di messa a fuoco sia abbastanza impegnativa da spingerci a smettere di pensare, almeno per un po’. Nel vagone, che riparte mesto, siamo rimasti solo noi, in questa sera che non si decide a diventare notte e che promette solo un altro giorno da viaggiatori.
Un fischio cattura la nostra attenzione. Sembra lo stridire dei freni, se non fosse che una leggera eco ci lascia intuire sia colpa degli altoparlanti. La signora scuote la testa infastidita. Assume un’espressione di rimprovero e disgusto allo stesso tempo; l’immigrato non fa una piega; la ragazza mi guarda come volesse chiedermi qualcosa. Un viaggiatore lo sa, gli imprevisti nella metropolitana, a Roma,  sono prevedibili, e non stupiscono come fuori, in superficie.
Prossima…
La voce dell’annunciatrice di fermate tentenna. Giurerei abbia cambiato persino tono.
Prossima fermata…
Che si sia incantato il disco?
Prossima fermata, non lo so. Fate voi. Next stop i don’t know.
Annuncia con tono sbarazzino.
Ecco un imprevisto non prevedibile. Finalmente, penso. E ci guardiamo tutti e quattro, nello stesso momento, per la prima volta. L’immigrato alza le ciglia stupito, e capisco finalmente che è vivo. La signora si pettina nervosa con le mani, e la ragazza ride leggermente isterica.
Dove vi piacerebbe vi facessi scendere?
Domanda per nulla turbata la signorina nascosta da qualche parte nella vettura.
Coraggio…
Insiste sfidando la nostra capacità di valutare il possibile.
Che ne dite di Longwood, a New York? Prossima fermata: Longwood. Next stop: Longwood.
Il treno si ferma, noi restiamo immobili, aggrappati ai sedili come fossero l’unica prova dell’esistenza della realtà. Le porte si aprono dopo un istante e un uomo di colore, un ragazzino smilzo con i pantaloni larghi e un cappellino con delle iniziali cucite sopra, si affaccia un attimo prima di rimanere basito nel capire che qualcosa non va. Fa in tempo solo a sibilare “What’s fuck..”, prima che le porte si richiudano lasciandoci in balia della voce metallica e dei suoi capricci. Tra di noi solo un muto sgomento. L’immigrato agguanta il suo fardello, nervosamente,  per paura che tutta questa storia non sia altro che una scusa per portargli via le sue cianfrusaglie, che con questi occidentali non si può mai sapere.
Prossima fermata: Mayakovskaya. Next stop: Mayakovskaya.
Annuncia la signorina che nel frattempo ha ritrovato la sua consueta atonalità nell’annunciare. Ma dove diavolo si trova la fermata di Mayakovskaya? La ragazza si alza in piedi e non bada al suo zaino che le cade dalle gambe. “Insomma, cosa succede?!” urla al tetto. Di scatto tutti ci giriamo verso l’altoparlante che resta silenzioso mentre nello stesso momento le porte si riaprono. Questa volta non c’è nessuno, ma a giudicare dai mosaici colorati di cui sono ricoperte le pareti di quella stazione, è chiaro che non ci possiamo trovare in nessun posto conosciuto. Quando, dopo qualche secondo, le porte si richiudono e il vagone riparte,  la signora si alza in piedi dirigendosi verso l’interruttore dello stop d’emergenza. Lo fa prendendo la decisione in totale autonomia, come si trovasse sola. Ma poco prima di raggiungerlo, un nuovo fischio, questa volta più assordante la costringe a tapparsi le orecchie. Qualcuno da dentro la lamiera si schiarisce la voce, ed ad ogni colpo di tosse finta una eco di altoparlanti mal regolati ci pungola l’udito, poi sentenzia:
Prossima fermata: Rebibbia, capolinea. Next stop: Rebibbia, end of journey.
La donna guarda verso la fine della vettura, non sa che fare. L’immigrato si riporta il borsone sulle gambe, la ragazza si risiede. Ognuno di noi torna a fissare nessun posto, impegnati in qualche elucubrazione solitaria, a cercare la nostra personale versione dei fatti, senza consultarci, senza condividere l’imbarazzo dell’assurdo, piuttosto presi dal contenerlo il più possibile. Ed è solo in quel momento che capisco che tutto è tornato alla normalità.

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