Oslo

di Roberto Albini

E’ un po’ che me lo chiedo cosa ci sto facendo su questa barca per turisti, a Oslo. Ma è una domanda placebo, l’accendersi una sigaretta senza accorgersene, il giocherellare delle dita con qualcosa. E ne avrei di tempo da far perdere ai miei pensieri se questi due ragazzini isterici, italiani, la smettessero di scorrazzare urlando commenti scemi, mentre i loro genitori discutono sulla quantità di cibo che hanno portato. Si perdono il sole, fisso da ore al centro di un cielo al quale manca qualcosa, anche se non riesco a capire che.  Si perdono lo spettacolo delle espressioni e dei modi degli altri passeggeri, come me, che rispetto a loro ho il vantaggio della solitudine. L’acqua è immobile. Solo qualche imbarcazione lontana, incollata a un orizzonte di piccole isole verdi e istmi, sembra poter smuovere la sua pigrizia. A Oslo fa caldo, ma non sudo.
In lontananza gli alberi delle foreste ognipresenti, si confondono con le gru dei nuovi quartieri in costruzione, mentre il registratore ci spiega che quel cumulo di pezzi di vetro in mezzo al mare, è l’opera d’arte di un italiano il cui cognome mi ricorda una marca di salumi. I ragazzini continuano a indicare il nulla, chiamandolo con i nomi che i loro genitori inutili gli hanno insegnato, e il cielo è sempre lì. Simile a quello che mi sono lasciato alle spalle, ma al quale continua a mancare sempre un dettaglio per essere un vero cielo.
E’ imbarazzante il poco tempo che ci mette l’eccezionale a trasformarsi in normalità. Per questo già non mi chiedo più cosa ci sto facendo a Oslo da solo. Mi sembra quasi io sia sempre vissuto qui, a galleggiare nell’acqua, contornato da imbecilli, ma stranamente la cosa non m’inquieta. Anzi, sono curioso di conoscere quale sarà il prossimo stupore a essere catturato dal mio cellullare, e quale sarà la sua forma una volta che sarà divenuto ricordo.
Torno a guardare il cielo. C’è solo quello da guardare, finalmente. Non c’è neanche un uccello in volo, questo è il particolare che mancava. Non ci sono nemmeno i gabbiani, che a Roma svolazzano pure sulle pozzanghere. E’ un cielo disabitato quello sopra la mia testa.
Poi un grido.
La gente che all’improvviso si alza in piedi facendo cadere le sedie di legno, una donna che si porta le mani nei capelli, il registratore che smette di spiegare troncando l’ultima frase. Guardano un punto che non distinguo nell’acqua, sono concitati, qualcosa li allarma. Io mi giro ad osservarli senza scomodare il mio umore. Il cielo deserto, l’acqua cheta, il sole che scalda. E’ tutto esattamente come prima.
Eppure manca un particolare.

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