Il Papa Giallo

di Roberto Albini

Marzo 2028. In un’insolita fredda mattina, alle nove e trentaquattro Francesco I, distratto da una novizia intenta a rassettargli il letto, inzuppa in maniera frettolosa una fetta biscottata integrale nel suo latte e caffè. Un angolo di biscotto, rimasto quasi intonso, nel precipitargli nello stomaco si incastra nella trachea. Vani tutti i tentativi dei Messi Pontifici, che provano ad effettuare maldestre manovre di Helmlich, alle ore nove e quarantadue, sommerso da una bava densa e marrone, Papa Francesco I muore.
Naturale sgomento del mondo cattolico. Il Vaticano, in un primo momento, dichiara che si è trattato di un attentato islamico. Dopo due ore smentisce la prima versione e attribuisce la scomparsa del Pontefice a una rara infermità genetica. Alle ore ventidue e diciotto, incalzata dalla stampa estera, finalmente la Santa Sede ammette la verità.
 Due giorni dopo, i cardinali si riuniscono in conclave per l’elezione del nuovo Papa. Massiccia la presenza del prelati africani che sperano nella candidatura di Mons. Miranka Banka Mutubari, Cardinale Vicario di Taga Baga, famoso per aver convertito al cristianesimo l’intera regione sperduta di Ndostai e per un presunto miracolo effettuato sul sindaco di Taga Baga riguardo la guarigione delle sue emorroidi. In totale disaccordo i cardinali sudamericani che invece propongono, come successore di Francesco, Jose Luis Romero Martin Bendito De La Vega Primera Verguenza, consigliere intimo di Alberto Vergana Pancha Camancho Primo De Rivera, storico cardinale di Machu Picchu, nonché vincitore del premio “Tonache senza Frontiere” per ben cinque anni di seguito. Dopo due mesi di fumate nere, nel giugno 2028, in un caldo pomeriggio, mentre due milioni di pellegrini provenienti da tutte le nazioni del mondo sostavano in piazza di San Pietro fino ad occupare tutte le adiacenze dell’immensa basilica,  finalmente, con grande tripudio delle folle, dallo storico comignolo vaticano sortì l’attesa colonna di fumo bianco che si disperse nel cielo terso della capitale.
 Venti minuti dopo, la finestra del balcone si aprì, e fu annunciato al mondo Baldassarre I, nuovo Papa. Primo di nome e di fatto visto che sarebbe stato il primo Papa cinese di tutta la storia del cattolicesimo. 
Da quel momento in poi la Chiesa non sarebbe stata mai più la stessa.
Secondo fonti non ufficiali, gli unici due cardinali cinesi presenti nel conclave, quando già sembrava ufficiale l’elezione del candidato sudamericano, hanno fatto notare a tutti i gli altri il potenziale di conversioni in Cina. Si dice che Baldassarre I abbia semplicemente alzato un braccio indicando con le dita il numero tre, che in questo caso non rappresentava la Trinità ma i tre miliardi di possibili nuovi adepti al cattolicesimo. Fu un attimo, e Baldassarre I dopo dieci minuti stava già salutando i suoi fedeli nella piazza affacciato sul balcone e godendosi un generoso Ponentino.
La prima lettera pastorale del nuovo Papa, “Venimos in pacis autem ne tantum” (Veniamo in pace ma nemmeno tanto), annunciò al mondo le prime linee guide del suo programma spirituale. Si rivendicava, riassumendo, il diritto sacrosanto (nel vero senso della parola) del Vaticano a riprendersi i territori persi durante il Risorgimento prima e il concordato dopo. Nell’introduzione alla lettera si legge “Abbiamo lasciato che troppe pecore si allontanassero senza far nulla di concreto per trattenerle nel nostro ovile. Ce le riprenderemo, con le buone o con le cattive. Dio è con noi, e pure se non ci sta lo convinceremo noi”. Molti rimasero impressionati da questa presa di posizione, ma gli storici dicono che nessuno si oppose veramente a questa condotta. Restarono tutti spiazzati e rimasero in attesa degli sviluppi, sicuri che in fondo il Papa non facesse sul serio, ma intendesse solo rivendicare una nuova rinascita della Chiesa cattolica. Una metafora, affermarono in tanti, un linguaggio moderno adatto ai tempi moderni, dichiararono altri.
 Fatto sta, che appena dopo sei mesi di papato cinese, le guardie svizzere passarono da mille e duecento a quindicimila, furono posizionati fili spinati sopra le mura che abbracciano il Vaticano e limitato l’accesso in alcune zone per i turisti. Il mondo guardò a questa crescente militarizzazione ecclesiale snobbandondola. Obama nella sua prima visita ufficiale ebbe a dire “Ah! Ah! Ah! What a nice Pope!”. Il primo ministro italiano Alfonso Piero Berlusconi, nipote del famoso Silvio, in un incontro con i cardinali più vicini a Baldassarre I, dichiarò alla stampa: “Hic!”. Gli storici sono ancora divisi sull’interpretazione  da dare a questa affermazione. L’accrescimento dell’esercito vaticano non fu l’unica misura discutibile del Papa Giallo, come fu ribattezzato Baldassarre I. Infatti, in una seconda lettera pastorale, il cinese ristabilì la legge del silicio per i peccatori, la pena di morte per chi si professasse anticlericale prorogando il divieto al matrimonio per i preti che però potevano adottare i bambini.

Dall’editoriale de “L’Osservatore Romano”, del 17 settembre 2028: “Quello a cui stiamo assistendo è una vera e propria rivoluzione nell’ambito della chiesa. Questo nuovo Papa, questo Santo venuto da lontano a ridare speranza a noi cattolici, non è altro che un messaggero divino sceso in campo per riportare l’ordine e la disciplina che i tempi attuali, lascivi e atei, aiutati dalla più violenta e bieca ondata marxista-leninista degli ultimi cento anni, hanno scippato alle nostra società”.
(Nel filmato possiamo vedere un bambino appartenente al corpo dei Giovani Svizzeri, mentre, vestito con la sua uniforme a righe bianche e gialle, saluta il Papa nella sfilata annuale a via della Conciliazione, agitando la sua alabarda che scintilla al sole).

L’opinione pubblica era divisa, e le forze politiche era troppo occupate a festeggiare il la ricorrenza del Ventennale della Crisi. Era un’epoca di smarrimento e confusione e la storia ci insegna che è in questi periodi di tormento e povertà che trovano spazio gli estremismi più esasperati.
 Ma il peggio doveva ancora venire.

Da “Il Messaggero” del 22 novembre 2028: “Ieri sera, alle ventitre e cinquanta, sorprendendo il mondo intero, Baldassarre I  ha dichiarato guerra a Roma. Dalla nota depositata al Capidoglio dal Cardinale Vicario si legge che lo stato pontificio non intende muovere le sue truppe verso lo stato italiano, quindi non è una dichiarazione di guerra rivolta alla Repubblica ma specificamente alla città di Roma. Sgomento del Sindaco che ha subito indetto una giunta straordinaria in cui si è stabilita la crisi generale. Anche lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano si è riunito in nottata, ma non esiste nessuna legge che regola le forze armate in caso di attacco ad un comune. Per questa mattina è prevista una riunione del Consiglio dei Ministri per stabilire il da farsi. Alcune indiscrezioni anticipano che è già pronto un decreto legge ad hoc, ma in questa situazione speciale, nulla è certo e nessuno sembra essere sicuro sul da farsi”.

Il 23 novembre 2028, all’alba, un esercito di diciottomila Guardie Svizzere marcia, alabarde alla mano, verso il Campidoglio. I  pochi  romani svegli che assistono alla  sfilata dell’esercito color canarino, salutano dalle finestre i soldati, sicuri si tratti di una festività di cui si sono dimenticati. Il sindaco di Roma nel frattempo precetta mille e duecento vigili urbani che pone a difesa del municipio. Il Gen. Sputazzi, comandante in campo delle forze municipali capitoline, intervistato da una televisione locale il giorno dopo la battaglia dichiarerà: “Il sindaco ci ha mandato al massacro armati solo di manganelli e  fischietti. Con quelli abbiamo affrontato uno squadrone ben attrezzato e soprattutto motivato. La storia ci ricorderà alla stregua dei disperati mandati in Russia nella seconda guerra mondiale”. 
Alle otto e venticinque dello stesso giorno l’esercito vaticano e i vigili urbani si affrontano davanti alla Bocca della Verità, ad un passo da Circo Massimo. I vigili, disorganizzati e demotivati, costruiscono improbabili trincee usando i sacchi dell’immondizia e provano a fermare gli svizzeri con la proverbiale forza di volontà tipica dei dipendenti comunali. Ma la lotta è oggettivamente impari e i municipali avranno la peggio.
(Nel filmato: una vigilessa prova a fermare i colpi di alabarda di una Guardia Svizzera con il blocchetto delle multe. Si avverte il pubblico che le immagini possono essere particolarmente impressionanti).
Alle undici e quattordici l’esercito capitolino capitolava (scusate il gioco di parole) e i vaticani marciavano compatti verso il Campidoglio. Un’ora dopo Christo Von Spostenjyk, generale delle Guardie Svizzere, sedeva al posto del sindaco nell’aula del municipio di Roma. Del primo cittadino non si avranno più notizie. C’è chi afferma di averlo visto darsi ala macchia verso Tivoli appena appresa la sconfitta, altri diranno che è stato ucciso da un sindacalista e i suoi resti gettati nel Tevere. 
Alle tredici e diciotto, il Papa Giallo si affaccia al balcone di Piazza San Pietro pronunciando quello che gli storici ribattezzeranno “il discorso del Cesare Straniero”: “Popolo di Roma! Un futuro celibe già si staglia come divina speranza nel cielo della capitale. Non abbiate paura perché Dio è con noi! E se lo dice Lui, ci dovete credere!”.
(Nel filmato: un gruppo di romani esulta alle parole del pontefice sventolando stendardi bianco oro dove spicca la frase “Roma libera, Roma papalina” in caratteri nero intenso).

Gennaio 2028. Dopo quasi tre mesi di papato militare  squadre di focolarini armati, battevano ogni strada, ogni vicolo alla ricerca di atei e agnostici da sacrificare nella pubblica piazza. Chiuse le scuole e le università pubbliche, l’istruzione era in mano ai Benedettini che avevano modificato tutti i libri di storia, di fatto limitando il programma fino al 30 dopo Cristo, e sostituito lo studio della lingua italiana con quella latina. Nei cinema solo opere sacre, alla radio solo messe in polacco. La città sembrava tornata indietro di mille anni.
 Niente ormai sembrava in grado di arrestare il delirio del Papa. Persino l’ONU, che pur diffuse un documento con il qualche condannava l’azione vaticana, non prese mai una decisione risolutiva del problema.

Da “Fama Angelorum”, rubrica “La posta dei lettori”, del 16 marzo 2029: “Ieri mio figlio è stato fatto inginocchiare sui ceci per cinque ore, solo perché, interrogato, non ricordava il nome del cugino dell’apostolo Simone. Mi domando dove andremo a finire di questo passo, che tipo di futuro intendiamo lasciare alle nostre progenie. Questo non è cristianesimo: questo è nazismo!” (lettera anonima).

Da questo punto in poi, a causa della ferocissima censura da parte del Vaticano che ha praticamente eliminato qualsiasi notizia scritta non autorizzata, le fonti per ricostruire la storia si basano esclusivamente su dichiarazioni orali, tramandate di generazione in generazione. Di certo si sa solo che il “regno” di Papa Baldassarre I, cessò la notte di Natale del 2031, perché da quella data in poi non sono più stati ritrovati documenti ufficiali.
La redazione di questo blog, in cooperazione con l’Università di Bagno Calabro e con la collaborazione del Callaghan Institute di Bryghton (California), è riuscita a scovare uno dei pochi sopravvissuti a quel periodo è lo ha intervistato in esclusiva per i gentili lettori. Trattasi di Betto Paoloni, testimone oculare della fine del papato di Baldassarre I, ora novantatreenne, ex muratore in nero, che all’epoca dei fatti aveva poco più di vent’anni. Di seguito la trascrizione quasi integrale delle dichiarazioni fiume del Paoloni.

N: Dunque Sig. Paoloni, lei era lì quel giorno di dicembre del 2031, a piazza S. Pietro. Cosa ricorda di quella notte?
P: Ci avevano preso in casa. I focolarini passavano dentro ogni palazzo e ci trascinavano verso piazza S. Pietro. Chi si rifiutava veniva immediatamente spedito nelle carceri di Castel Sant’Angelo o, peggio ancora, nelle residenze private dei cardinali dove, si diceva, venivano sottoposti ad abusi sessuali selvaggi. Da me vennero verso le nove di sera. Presero me, mia moglie e mio suocero, allora ottantenne. Non dissero niente, perché non avevano bisogno di farlo: sapevano che non ci saremmo opposti. Quando arrivammo la piazza era gremita di gente. Davanti i più facinorosi, i più convinti. Dietro, noi deportati per fare massa.
N: Il Papa si affacciò subito?
P: No. Restammo ad aspettare per quasi due ore, mentre intorno a noi veniva sparata in maniera ossessiva a tutto volume, da enormi altoparlanti, “Astro del cielo”.
N: Deve essere stato duro…
P: Io… (piange, n.d.r.) Mi scusi. Io non mi scorderò mai di quello che vidi quella notte…
N: Lo capiamo Sig. Paoloni. Vada avanti. Cosa successe dopo?
P: Ad un certo punto la musica cessò di colpo. Da dietro la basilica spararono dei fuochi d’artificio che in cielo disegnavano delle colombe. C’erano anche dei laser celesti puntati verso la folla, e dei fumi, come quelli che si vedono ai concerti rock. Un centinaio fra monache e preti cantavano una nenia in latino di cui non ricordo il testo. E poi si affacciò…
N: Baldassarre I?
P: Chi?
N: Il Papa, Baldassarre I…
P: E chi è?
N: Bene. Può bastare per ora. La ringrazio Sig. Paoloni.

(Titoli di coda. Sigla).

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