Un mal di testa (2 di 2)

di Roberto Albini

La mattina dopo mi sveglio con la sensazione di essermi scordato qualcosa. Ho bevuto troppo ieri, dopo quella specie di visita. In verità non volevo ubriacarmi, non lo voglio mai, è colpa del mio Io, che dovrei cominciare a chiamare Altro, visto che fa tutto quello che gli viene in mente tranne quello che piace a me. Comunque, di fatto, ho iniziato con una birra. “E’ estate”, mi sono detto “una birra ci sta”. C’è questa fase che mi perseguita: “solo un po’”. Ecco nell’esatto momento in cui dico “solo un po’”, l’Altro che sta dentro di me già sta chiamando la cameriera per ordinare un altro bicchiere. E’ matematico, dopo una mezz’ora seduto su quel tavolo l’Io non c’è più e, a giudicare da quello che faccio quando mi sbronzo, nemmeno l’Altro. Divento una barca senza remi né capitano, e non dico che è una cosa brutta, anzi è una cosa meravigliosa, se poi quando passa qualcuno puntualmente non si presentasse con il conto di tutte le cazzate che ho compiuto in quei momenti. Il primo a pretendere la sua parcella è il corpo, che sento scricchiolare da tutte le parti, poi, in file ordinate si presenta tutto il resto.
Avevo messo la sveglia alle sette, da che mondo è mondo i viaggi iniziano sempre presto, ma il mal di testa si è svegliato prima di me trascinandomi fuori dal letto in stato semi vegetativo. Ho la vaga sensazione che avevo un piano, ma ci metto mezz’ora a ricordarmi che “devo” andare in vacanza. L’idea di mettermi in viaggio in queste condizioni non mi allegra, ma ho fatto una promessa con me stesso, e non c’è niente di male a fare bella figura con se stessi di tanto in tanto. Ancor prima di fare colazione mi preparo un bibitone con due bustine di Aulin, che ingoio con le stesse aspettative con le quali un credente si mangia l’ostia. La differenza è che l’Auilin dopo poco fa il suo dovere, o almeno ci prova, dio invece sono tremila anni che blatera senza compiere un benemerito cazzo. Non vi converrebbe adorare l’Auilin? Mi preparo per partire. In pratica prendo uno zaino e ci metto qualche paio di mutante, un po’ di magliette e dei calzini. Il mal di testa è diminuito, in teoria non dovrei lamentarmi perché le cose potrebbero andare peggio e questo alla maggior parte delle persone basta. Invece io mi incazzo come una bestia, perché le cose potrebbero andare anche molto meglio e a me tocca sempre il meno peggio. Comunque parto. Me ne infischio che non ricordo bene la strada, che il sole ha surriscaldato l’abitacolo e che mi sento come una patata arrosto: sto in vacanza cazzo, è l’unico momento in cui quelli che gestiscono il pollaio mi lasciano respirare un po’. E’ mio preciso dovere stare bene, non perché mi senta tale, ma perché è convenzione che uno in vacanza debba stare per forza bene, e il fatto che non mi stia capitando mi fa sentire una specie di emarginato. Cerco di convincermene e per un po’ regge, fino a quando la maledizione del “un po’” si compie puntualmente rendendo tutti gli sforzi vani.
A metà del viaggio mi accorgo con orrore che ho scordato l’Auiln a casa.  Di colpo anche il mal di testa si rende conto che sono senza difese e ne approfitta. Sono in vacanza da un’ora, e già la normalità mi ha raggiunto. Forse avrei dovuto scegliere una meta più lontana, forse avrei dovuto bucare le ruote alla realtà. Penso che non c’è bisogno di fare il solito esagerato, che posso resistere e che basta trovare una farmacia aperta per risolvere il problema. Così decido di uscire dall’autostrada appena un malinconico cartello mi indica che da quella parte c’è un posto che si chiama Acquapendente. Provo a immaginarmi chi è stato a dargli quel nome, al motivo per cui l’ha scelto e soprattutto come cazzo hanno fatto tutti gli altri a non avere più fantasia di quell’idiota e ad accettare di abitare un paese dal nome così ridicolo. Sembra una questione di lana caprina, mentre a me sembra la metafora di come vanno le cose, continuamente tese a sottrarre stupidità alla logica, come in una nave che imbarca acqua. Comunque svolto e mi ritrovo in una stradina a doppio senso dove uno dei due è sicuramente quello dell’umorismo, visto com’è stretta la via. Dovunque guardi ci sono solo campi e colline, di tanto in tanto una villetta, di quelle fatte “a mano”, silenziose e apparentemente disabitate. Mi piacerebbe incontrare un essere umano, mi accontenterei anche solo un mammifero che sappia darmi indicazioni per la farmacia, ma proseguo per almeno altri cinque chilometri senza imbattermi in niente. Poi, dietro una curva, noto una signora intenta a raccogliere qualcosa ai lati della strada. Rallento tentando di sfoderare tutta la gentilezza che il mal di testa mi ha lasciato e le domando se conosce una farmacia aperta nei dintorni. La vecchietta al principio non capisce, si avvicina con un mazzo di fogliame in mano e mi chiede di ripetere. Io lo faccio, e lei annuisce. Bene, lo sa, magari con un po’ di sforzo me lo può anche dire. Alla fine mi dice di andare dritto ancora per poi girare a sinistra “appena vedo una chiesa”, e che la farmacia si trova a pochi metri da lì. “Non si preoccupi”, aggiunge, “c’è solo quella nel raggio di quindici chilometri, non può non trovarla”. Quindi eseguo i suoi ordini alla lettera. Percorro quindici chilometri, vedo la chiesetta e giro a sinistra, però non solo non ci sono farmacie ma neanche nessuna traccia di vita terrestre. Vado avanti per un po’ sbirciando in tutte le direzioni per lo meno per trovare qualche indizio utile. Per fortuna un ragazzotto sovrappeso e sporco di grasso sta dandosi da fare con il suo motorino sotto il sole cocente. Gli chiedo della farmacia. Quello mi guarda con un’espressione allegra, come fossi lo spettacolo più interessante che ha visto negli ultimi trent’anni. Pure lui mi dice che di farmacia ce n’è solo una nei dintorni e che non si trova lontano. Devo tornare alla chiesa e girare a destra. Dunque torno indietro, ritorno a quella cazzo di chiesa e mi dirigo dove mi ha detto il giovane burino. Effettivamente in quella direzione ci sono un paio di case in più, che in quel posto sembrano una metropoli. Della farmacia non c’è traccia. Allora mi fermo ed entro in un bar. Il barista, un vecchio col naso rosso, mi dice che è strano che non abbia notato la farmacia perché “c’è solo quella nel raggio di quindici chilometri”, e che “tutti” sanno dove si trova. Così mi suggerisce di tornare alla chiesa e proseguire verso sinistra, come mi aveva detto la signora all’inizio, e io gli do retta. Quando ripasso per quella strada il ragazzotto sta ancora lì a perdere tempo con quel catorcio, e mi saluta allegro ignorando che io vorrei sputargli in faccia. Il mal di testa, nel frattempo, esaltato dal caldo, comincia veramente a darmi fastidio. Proseguo la mia personalissima ricerca del Santo Graal, giungendo a un altro agglomerato di casette spalmate lungo quella che sembra l’unica strada del pianeta, quella che ricongiunge tutto e tutti, ma dopo poche centinaia di metri l’urbanizzazione sfuma e io mi ritrovo di nuovo in piena campagna. Inizio a pensare che mi stiano prendendo per il culo, e la cosa non fa bene al mio umore. Ritorno indietro, supero il coglione con il motorino, arrivo alla merda di chiesa, mi fermo un attimo per vedere se tante volte mi fosse sfuggita un’ulteriore via, ma ce ne sono solo due: una che va a destra e una che va a sinistra. Dunque dove cazzo sta questa cazzo di farmacia? Decido di tornare al bar, ma nel frattempo ha chiuso. Decisamente scoraggiato proseguo oltre il paesino, passo un supermercato sperduto in mezzo ai campi, supero un cavalcavia e giungo nella piazzetta di un altro paesetto dove un gruppo di gente sta parlottando seduta su delle panchine. Mi fermo, un’altra volta, scendo dall’auto e mi dirigo ormai ghignando verso di loro. Chiedo di nuovo della farmacia e uno di loro alza un braccio. Mi indica la direzione contraria a quella da cui arrivo. “E’ vicino la chiesa, lo sanno tutti”. Lo guardo ma in verità non vedo più lui. Un velo m’è calato di colpo dentro il cervello. Gli rispondo che voi non sapete proprio un cazzo, che siete convinti di sapere, che vi illudete di sapere dove andare ma che in verità avete solo una vaga percezione delle direzioni. Certo che lo sanno “tutti” che c’è una farmacia, certo che lo sanno “tutti” che proseguendo da questa parte ci aspetta l’estinzione, se tutto va bene, ma poi sapete indicarmi qual è la direzione esatta per raggiungere quello che tutti cercano? Sapete solo indicare punti sperduti tra le vostre speranze. Sono due ore che faccio avanti e indietro davanti a quella merda di chiesa, e sono quaranta anni che faccio avanti e indietro davanti al nulla, e quando mi lamento tutti a dirmi che è facile, che lo “sanno tutti”, che è colpa mia, che non sono stato attento, e allora spiegatemi perché nessuno arriva mai  da nessuna parte? Quando finisco di parlare, quella gente mi guarda a bocca aperta, non dicono nulla e senza salutare si disperdono lasciandomi solo in compagnia del mal di testa in mezzo alla piazzetta ormai deserta.
Per un po’ non penso a niente, poi per fortuna “per un po’” compie il suo dovere.
Io lo so dove si trova la farmacia: a dieci metri da dove abito.

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