Un mal di testa (1 di 2)

di Roberto Albini

Allora comincia a fare quell’espressione sua, quella che proprio mi sta sul cazzo, da vecchio combattente libanese che scruta il tramonto guardandoti senza dire nulla, come perso in qualche tipo di ragionamento a te presuppostamente incomprensibile. Si aggiusta la cravatta verde marcio che a causa del sudore gli rimane appiccicata alla camicetta di vero cotone 100% bianca a righine azzurre. Ecco, ora mi fissa, sospira. “Insomma Giorgio, la cosa inizia a farsi seria”. Si riferisce al mio mal di testa, è un mese che ho mal di testa, un cazzo di dito nel culo costante che invece delle chiappe è infilato dentro le tempie. “La scienza sottovaluta la psicosomatica, prona agli interessi delle multinazionali della farmaceutica che impongono la cura che non cura ma dà la sensazione, la speranza più che altro. Tu credi che ti stai adoperando per il tuo benessere, e invece?”. E mi fissa ancora. Forse si aspetta che continui la frase, mentre io penso a cosa ci sto facendo in questo studio di psicologia, con questo cretino davanti che continua a voler fare a tutti i costi il maestro di vita. Bello mio, con me non funziona: io ti conosco. Paolo è un mio cliente. Si è presentato in studio sudato, a gennaio, chiedendomi che voleva realizzare dei biglietti da visita. Ha iniziato a descrivere come desiderava fossero osservando un punto indefinito nella parete, come in preda a una visione mistica. Pure in quel momento io lo ascoltavo annuendo di tanto in tanto per non farlo sentire solo facendomi intanto gli affari miei. Poi quando ho capito che aveva finito di descrivermi la Cappella Sistina, gli ho detto che non c’erano problemi e che gli avrei spedito una bozza per posta elettronica. Prima di uscire mi ha chiesto se mi servivano altre indicazioni, ma io nemmeno gli ho risposto e lui se ne è andato convinto che ero già concentrato nel suo progetto. Iniziai a lavorare al suo capolavoro alle diciotto meno dieci, alle diciotto già stavo in macchina bestemmiando per la pioggia. Alle tre e venticinque di notte squilla il telefono: è lui. Lo sento ansimare mentre cerca di spiegarmi in preda a una crisi che il rosso di non so cosa è troppo rosso, e il numero di telefono andrebbe messo più in alto, poi ho appoggiato il cellulare sul comodino senza attaccare e ho lasciato si sfogasse un po’. La mattina dopo mi ritrovo tredici sms allarmati, e da lì è stato un continuo andirivieni di stati d’ansia misti a esaltazione e fugaci quanto impellenti guizzi di un’ispirazione lunga almeno quindici giorni. Quindici giorni e diversi ettolitri di sudore per partorire un cazzo di biglietto da visita: tre righe su un fottuto rettangolino di carta.
Ci risiamo. Ho la sensazione di averla già vissuta questa scena, forse perché non è una sensazione ma l’ho vissuta veramente, un numero imprecisato di volte. Il solito cretino che per qualche congettura spazio temporale si è ritrovato in un ruolo che non gli sarebbe mai appartenuto se questo non fosse un mondo di idioti, dove gli idioti migliori vengono incitati dagli altri idioti ad occuparsi di loro, e i geni sono trattati da disadattati. Mi piacerebbe dirglielo che per fare un biglietto da visita ci ha messo due settimane sforzandosi più di un tecnico della Nasa; muoio dalla voglia di chiedergli come cazzo fa a pensare di potermi insegnare qualcosa una persona che sta peggio di me. Ma in fondo non lo pago. Col cazzo se no che ci venivo in uno studio psicologico a farmi vendere i bastoncini della felicità come Do Nascimiento e Wanna Marchi. Quindi lo lascio parlare, faccio pure finta di essere interessato all’ansioso che vuol curarmi l’ansia. “E invece cerchiamo fuori la nostra serenità, tra le persone, tra gli oggetti, tra il superfluo dimenticando che la risposta è dentro di noi, e solo noi la sappiamo”. Che scoperta del cazzo. Chissà quanti gin tonic d’università ti ci sono voluti per capire quello che io già avevo intuito a sei anni. E allora? “Dunque mi sembra chiaro che l’origine del tuo mal di testa è da interpretare come un segnale: il tuo Io sta cercando di dirti qualcosa”. Sì, che è ora di accendersi una sigaretta. “Il mio consiglio Giorgio è di prenderti un periodo di riposo. Stacca, crea una falda emotiva tra te e i tuoi normali ritmi quotidiani. Prova a colpirlo alle spalle il mal di testa. Sorprendilo!”. Ma sta parlando di un dannato mal di testa o di un cazzo di marito dal pisello moscio? Dio mio quante stronzate. Insomma tutto questo giro di parole per dirmi che devo fare una vacanza? “Devi farti una vacanza”. Questo uomo riesce a sbalordirmi come il programma elettorale di un partito politico qualsiasi. “Scegli un posto non troppo lontano, non ti devi sentire solo. Che ne so… una campagna, delle colline, silenzio. Basta quello, sai? Stacci almeno una settimana e quando tornerai sono sicuro che il tuo mal di testa sarà completamente sparito”. E sorride.
Io non rispondo. Mi alzo da quella poltrona in finta pelle che mi ha avuto l’unico merito di favorire la sudorazione del mio interno cosce, e gli do una pacca sulla spalla. Gli dico che ha ragione, e l’ebete continua a sorridere soddisfatto ignorando che lui, bolla fastidiosa di questo immenso morbillo che è l’umanità, fa parte di quel minestrone avariato che contribuisce a farmi venire il mal di testa. Lo rassicuro che seguirò il suo consiglio, che ha ragione, e che mi è stato utile, così spero per lo meno mi lasci fuggire subito da questo posto che puzza di disinfettante da due lire cinese. Mi avvio alla porta e faccio per andare via quando lo sento tossire di quella tosse posticcia che si usava negli anni Sessanta per attirare l’attenzione. Allora mi volto e domando con l’espressione cosa succede. “Giorgio, poi, quando torni, mi servirebbe una brochure dello studio… Ma tu non devi fare nulla, ho già tutto in mente io…”. Lo annuncia grattandosi nervosamente la testa. Annuisco senza rispondere. Ed esco.
Uscire dalla gabbia. Questo è quello che tutti pensano sia la soluzione al proprio stress. E non ci si rende conto che si esce da una prigione solo per entrare in un’altra, che è tutto calcolato, anzi no, che non c’è proprio un cazzo di calcolato ed è per questo che tutto funziona come funziona. Mi viene in mente la scena di una scimmia allo zoo che sta morendo di tristezza dentro una gabbia sporca e sudicia, così il direttore pensa bene di spostarla in una gabbia più grande. Però quella non migliora, anzi sta peggio, allora il solerte direttore la sposta in una gabbia ancora più grande, con sbarre più larghe, però la scimmia alla fine crepa. Quel cazzo di direttore non è stato nemmeno in grado di immaginarla la libertà, le ha solo concesso una prigionia più areata. Ed è questo che ci sta succedendo, che mi sta succedendo. Ci si sposta da una gabbia all’altra, magari in una spiaggia, magari in uno stadio o in un pub o in una discoteca, ma le sbarre, anche se non le vediamo, ci sono sempre. Puttanate, ecco cosa siamo in grado di fare. Bucatini all’amatriciana con il bacon, nemmeno con il guanciale.
Mi accendo una sigaretta. Ogni sigaretta mi accorcia la vita di due minuti, dicono, ma si sono scordati di dirlo a mio zio Alfio, che è morto a novantasette anni con un sigaro in bocca. Perché questa mania di vivere a lungo? Cosa può aspettarci da cadaveri peggio di quello che ci capita tutti i giorni?  Personalmente avrei preferito morire verso i vent’anni. Dopo quell’età non succede più un cazzo di buono. Credo che non sia un caso che i più grandi artisti del pianeta siano morti tutti giovani: i geni che campano troppo diventano patetici.
Tutto questo parlare di vecchiaia mi ha fatto tornare in mente mio nonno, che vive in campagna, o almeno quello che uno di città interpreta come campagna. Vive nel viterbese, lì è tutto colline e erba. Legale purtroppo. Magari potrei passare a trovarlo, non lo vedo da quando ho fatto la prima comunione. Un “ciao nonnino come stai”, e gli imbocco a casa a scroccargli il prosciutto una settimana. Sì, si potrebbe fare. Le nuove generazioni si nutrono di quelle vecchie e quando quelle saranno terminate, bhè…

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