Gli asparagi selvatici non attraversano la strada (Atto VII – Umidità)

di Roberto Albini

Fabio è rimasto incollato con gli occhi alla coda sanguinolenta. Da quando l’ha vista non è più riuscito a distogliere lo sguardo, ed è così concentrato che nemmeno si rende conto che l’accendino si sta fondendo tra le sue dita. Una stilata di dolore, direttamente sulla falange del pollice, lo risveglia da quell’ipnotismo. E’ sempre un dolore a svegliarci.  Si guarda intorno un po’ intontito, noi lo osserviamo da non troppo lontano sempre in rigoroso silenzio. Lui alza la testa verso il cielo poi torna su quel tronco di carne, ma è chiaro che non capisce bene cosa sta capitando. Ciondola in balia di brezze che spirano solo nella sua testa, e ascolta i suoi pensieri che urlano tutti assieme sguaiati, per questo non si raccapezza. Fa qualche passo in avanti, agitando la mano per raffreddare la sua unica fonte di luce, poi si blocca. Qualcosa, lo vediamo anche noi, si sta muovendo nell’oscurità. E’ un movimento lento, quasi impercettibile, un flebile alzarsi e abbassarsi di un busto che prova a respirare faticosamente. Fabio gira il capo, si muove come se cercasse disperatamente aiuto, accenna un pianto che non si sostanzia e finisce per diventare isteria. Se non fossi solo uno spettatore della storia, a questo punto avrei voglia di consolarlo. Ma non posso raggiungerlo, né lui può vedermi. Posso solo restare da una parte, descrivere ciò che succede senza poter far nulla anche solo per modificare di poco il corso degli eventi, stando ben attento a non lasciarmi contagiare dagli umori di quello che mi circonda, e soprattutto ricordando che io ci sono nello stesso modo nel quale c’è l’umidità.
Poi la figura si alza di scatto. Fabio ne distingue a malapena i contorni, gli pare una specie di animale, non capisce quale ma quello che lo spaventa di più sono quei due bagliori che brillano innaturalmente sul volto della creatura. Ha visto qualcosa di simile accadere ai gatti, la notte, ma questo non è sicuramente un gatto. Gli cade l’accendino che si perde nel nulla. L’essere ansima, sembra intenzionato a ritrovare le forze. Fabio lo vede ispirare ed espirare sempre più forte, addirittura prende ad avanzare, compie un passo, poi due, mentre Fabio è sempre immobile in completa balia di ciò che avverte come un sogno ad occhi aperti. La cosa agita le braccia, forse vuole ghermirlo ma a Fabio ormai non importa più nulla. Che se lo portasse via, che lo facesse a pezzi, sarebbe meglio morire, evaporare, qualsiasi cosa più d’alleviare l’ansia di questo casino. Cento volte migliore sarebbe scomparire che campare cento anni preda di un rimorso, di un rimpianto, del senso di colpa d’aver ammazzato qualcuno a colpi di gin tonic e coglionaggine. Così chiude gli occhi e aspetta che un paio di artigli sconosciuti gli strappino la carotide. Attende la giusta pena per la sua colpa, e il soffrire per essa gli dona il sollievo della consapevolezza di una sorta di giustizia universale. E’ tutto più dolce tra le braccia dell’alcool, tutto emana una luce altrimenti invisibile in sua assenza, pure la morte sembra essere in grado di riparare agli sbagli dei vivi. La bestia rantola mentre si sbraccia, indica maldestramente direzioni incomprensibili, si palpa il corpo e poi allunga le mani verso di Fabio che tiene ancora gli occhi serrati e non si accorge di nulla. Sta pensando che arrendersi è meraviglioso che una volta che si è scelto il naufragio, la rotta perde la sua importanza: non resta che attendere l’onda perfetta che lo porti via per sempre. La bestia però scuote la testa. Lascia cadere ciondoloni le braccia lungo il corpo. Guarda a destra e a sinistra, porge una mano, forse il suo ultimo vano tentativo di comunicare. Poi, come una foglia portata via da un colpo improvviso di vento, scompare con un balzo dietro il guardrail.  Fabio apre gli occhi e quel mostro non c’è più.

In lontananza albeggia. L’auto soffre un po’, tossisce, probabilmente non ha nessuna voglia di ricominciare un viaggio che non gli appartiene, ma alla fine si piega alla volontà della chiave e si rimette in marcia. Il suo rombo cala sulla valle come una nebbia, ed è per questo che Fabio non si accorge delle grida che provengo da lontano. Noi rimaniamo lì, in quel tratto di strada ancora inzozzato di sangue. Lasciamo Fabio che scompare per sempre dalla nostra vita, come si addice al protagonista di una qualsiasi storia umana. La luce è ormai sufficiente affinché per la prima volta possiamo distinguere il paesaggio.
Ci giriamo un po’ stanchi nella direzione da cui sembrano provenire quei suoni. Laggiù, dove un sole pigro gareggia con la propria volontà di issarsi in cielo, una processione avanza minuscola seguendo il filo irregolare dell’orizzonte. Anche da qui si distinguono chiaramente gli schiamazzi di quella gente, si vedono le loro braccia muoversi in un’agitazione scomposta.
In mezzo a loro, disperato e solo, un elefante barrisce al mondo.

FINE

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