Gli asparagi selvatici non attraversano la strada (Atto VI – Un aprirsi e chiudersi di occhi)

di Roberto Albini

Io me lo ricordo benissimo quando sono nato: questa mattina, alle cinque e dodici, per la precisione, anche se l’ora esatta l’ho saputa in seguito. La prima cosa mi ha colpito è stato che all’improvviso vedevo, ed era affascinante. Sì ha come la sensazione di essere usciti da una grotta dove si è stati imprigionati per anni. E gli odori. Ecco, sì, gli odori sono bellissimi. La prima cosa che vidi, qualche secondo dopo essermi abituato al bagliore, fu la faccia sorridente di zio Wen. Io non solo non sapevo chi fosse, ma sostanzialmente non capivo neppure cosa fosse. Era tutto così meravigliosamente nuovo, misterioso e stavo tutto protratto all’esterno a sforzarmi di recepire qualsiasi cosa.
Circa un’ora dopo già riuscivo a cogliere le differenze tra le figure animate e quelle inanimate. Percepii la sensazione di trovarmi in un luogo chiuso, ma non mi spaventai, non mi sentivo costretto. Zio Wen mi teneva sempre in braccio, mi dava da mangiare insegnandomi a condividere le giornate con i miei nuovi bisogni.
Alle sette della mattina avevo appreso a camminare. Zio Wen era sbalordito, non faceva altro che ridere e prelevarmi il sangue che poi infilava in certi macchinari. Lui mi parlava in continuazione, anche se io non capivo nulla di quello che mi diceva. Mezz’ora dopo avevo imparato a usare una radio che zio Wen teneva su una mensola, praticamente dimenticata. In un orario compreso tra le otto e le otto e un quarto, scoprii la musica. Oh, non sapete proprio che avete inventato signori miei: la musica!, e io me la sono ritrovata già bella e fatta. Quando l’ho ascoltata la prima volta, mi sono sentito leggero, come se qualcuno mi avesse carezzato tutto il corpo e tutti i sensi. Ho pensato che questa cosa che mi era capitata, insomma, questo aprirsi di occhi, ne era valsa veramente la pena.  Dopo dieci minuti iniziò a spuntarmi la coda. Erano le nove meno tre.
Zio Wen non la prese bene, non so perché. La controllava, la misurava, la pesava, si grattava in continuazione la testa. Io volevo fargli delle domande, ma la voce non mi usciva. Mi sforzavo, agitandomi con le braccia di fargli capire che era tutto a posto, che io stavo benissimo. Lui non voleva saperne. Il problema più grande per zio, era che la coda continuava ad ingrandirsi, insieme al mio corpo. Alle nove e trentasette, come lessi più tardi sugli appunti di Wen, io ero alto un mentro e settantadue, e la mia coda era lunga sessantasette centimetri. Zio Wen era una persona precisa. Non lo capii mai in fondo il perché, ma per mio zio la coda era diventata un’ossessione. Non rideva, mi trattava con indifferenza preferendo passare il tempo lavorando al computer tra le sue provette.
Verso le dieci la vita mi sembrava un triste ripetersi di solitudine. La musica mi prometteva dolcezza mentre il mondo faceva di tutto per spazzarla via. Quando diciassette minuti dopo raggiunsi la statura di un metro e novantasette, zio Wen decise di legarmi con una catena. Ancora una volta provai a convincerlo che cercavo pace non violenza, che il mio aspetto non aveva nulla a che vedere con le mie intenzioni, ma a causa del mio mutismo i miei gesti esagitati e scoordinati finirono con lo spaventarlo. Alle undici e venticinque zio mi sedò con una siringa. Fu come un viaggio al contrario. Le cose sfuggirono veloci, allontanandosi come il paesaggio visto attraverso i finestrini di un treno in corsa. Non ci sono rimpianti. La vacanza è finita, si torna a casa. In fondo è tutto un aprirsi e chiudersi di occhi.
Mi riebbi molte ore dopo. Durante il sonno avevo smesso di crescere. Fuori era già buio e la prima cosa che mi venne in mente è che avevo passato metà della mia vita a dormire. Le stelle, che intravedevo tra uno spiraglio e l’altro degli infissi, per qualche momento attrassero la mia attenzione, ma non ci trovai nulla di poetico, né m’ispirarono particolari sensazioni. Ero solo nella stanza, anche se udivo chiaramente provenire dall’alto, lì dietro una porta in cima alle scale, due voci che s’intrecciavano euforiche. Mi misi in piedi con uno scatto e guardai intorno, in cerca di una fuga, ma c’era solo una maledetta porta ed era in cima a quelle cazzo di scale e io volevo solo aria e levarmi quella stronza di catena, allora schiantai la coda contro quei marchingegni e con uno scatto della gamba divelsi i ferri che mi tenevano legato e poi subito dopo. L’esplosione. Non avevo mai visto così tanta luce, così tutta insieme. Il calore. Così tanto calore. Da qui in poi non so più dare un orario alle cose che mi successero.
Mi ritrovai in un prato, sdraiato. Ricordo l’erba umida sfiorarmi per la prima volta la pelle, una brezza che assomigliava alla musica. Annusai l’aria che sapeva di fresco, di cenere, allora mi alzai e presi al principio a camminare poi, sempre più veloce, a correre sorretto da un’energia che non aveva nulla a che fare con la mia volontà. Più il vento batteva il mio sguardo, più aumentava l’euforia per una presa di coscienza profonda della mia nuova condizione di libertà. Superai il prato correndo rapido, e poi una radura di cespugli balzando agile aiutato dalla coda. Gioii nel comprendere che finalmente avevo trovato le mie vere origini di abitante dell’aria; mi feci adottare dalla natura che mi riconobbe come figlio. Ero così felice che spiccai un balzo lunghissimo, così lungo che per un attimo pensai di poter cogliere la luna. Quando riatterrai l’erba non c’era più, sembrava di calpestare di nuovo il freddo pavimento del laboratorio.
Da questo momento in poi mi ricordo solo un ronzio, un bagliore improvviso.
Bum.
E ho chiuso gli occhi.

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