Gli asparagi selvatici non attraversano la strada (Atto V – Per l’appunto)

di Roberto Albini

Fabio pensa che dovrebbe fare qualcosa. Ma non è un pensiero fisso, non è un’urgenza com’è logico che sia. Nella sua testa c’è un minestrone di pensieri, annacquati dall’alcool e dalla paura, dove galleggia, tra gli altri, un senso vago d’emergenza al quale nessuna forza presta l’adeguata attenzione. Gli torna in mente quella volta che suo cugino Paolo, ancora minorenne, aveva rubato l’auto al fratello, una 127 turchese, con il mangianastri della Panasonic nuovo nuovo. Aveva appena finito di cenare quando Paolo suonò al citofono di casa di Fabio: “Cumpà, scenni che s’addivertimo!”, gli aveva annunciato tutto agitato. Allora Fabio s’era inventato una scusa ed era sceso di corsa ma non s’aspettava proprio di vedere suo cugino al volante di quella macchina. Lo stereo gracchiava una canzone degli Wham!, e Paolo rideva dell’espressione allibita di Fabio. “Sali scimu, corre!”, e lui non se lo fece ripetere due volte. La vecchia Fiat schizzò letteralmente tra le stradine di campagna e quei due pazzi urlavano e saltavano sui sedili approfittando del senso di immortalità che accompagna la giovinezza di chiunque. Ai lati della mulattiera che fungeva da pista, crescevano alti ciuffi di asparagi selvatici resi di bronzo dalla luce del tramonto estivo, e che Fabio graffiava con il braccio teso fuori del finestrino mentre incitava il cugino a spingere sull’acceleratore. Poi all’improvviso una ruota finì su un cespuglio d’asparagi, l’auto spiccò il volo sollevandosi di qualche centimetro e quando riatterrò sul suolo terroso e irregolare, Paolo fu sbalzato dal posto di guida. Dopo, all’interno dell’abitacolo, tutto si mischiò come dentro un frullatore: la musica, lo sgomento, la paura che ancora non aveva il sapore acre dell’irreversibilità che acquista con l’età adulta. L’auto fece un mezzo giro su se stessa e si sarebbe capovolta se gli arbusti non avessero prontamente fermato quel ruzzolare di lamiere. L’avventura, quella volta, non ebbe altre conseguenze se non le botte del fratello di Paolo quando fu avvertito di quello che era accaduto, e l’orma indelebile che lasciano le esperienze negative nella vita delle persone, come pietre miliari della strada che porta alla maturità.
La maturità, appunto.
Fabio pensa che dovrebbe fare qualcosa. Si domanda se sia possibile che gli asparagi selvatici attraversino la strada, magari di notte, per non essere visti. Cerca di ricordarsi se ha mai letto qualcosa in merito, giusto per trovare una prova che avvalori questa teoria. Sarebbe un bel sollievo in fondo, vorrebbe dire che ha semplicemente investito un vegetale, una forma minore di esistenza. Le piante soffrono? Ci riflette un po’. Forse, ma non lo dicono, quindi è come se non lo facessero. Come succede a sua nonna che da anni vive in una casa di riposo, che passa le giornate a sbavare sopra una sedia, a guardare attraverso i vetri della finestra il traffico della tangenziale, e che quando la va a trovare alla domanda “come stai?”, risponde facendo colare un rivolo di saliva dall’angolo della bocca. In quei momenti Fabio si convince che ormai sua nonna non senta più nulla, che sia come una pianta tenuta in vita grazie all’acqua e al sole, e alla quale non è più concesso essere felice, ma neppure essere triste. Arriva sempre il momento in cui si sta come gli asparagi ai bordi della strada, in attesa dell’autunno. A volte prima, a volte poi. Ma arriva.
Fabio pensa che dovrebbe fare qualcosa. Scruta nella notte sperando che basti guardarla insistentemente per farla desistere dalla propria oscurità. Poi si decide, apre lo sportello, scende, e con fare incerto controlla se ci sia qualcosa davanti all’auto. Un faro si è fulminato, e la luce di quello rimasto gli illumina il volto dal basso, come i cattivi dei film horror anni Venti. Il parafango è stato divelto, il cofano ha come un cratere al centro. Se ha investito un asparago, doveva essere gigantesco. Ma c’è del sangue, anche nella penombra si nota: c’è una chiazza enorme di sangue scuro che imbratta tutto il lato destro dell’auto, compresa la ruota che ha lasciato una scia lunga fino a dove la luce del faro riesce a rischiarare. Le piante sanguinano? Ci pensa un po’, poi si scorda cosa stava pensando, e decide di seguirla. Fa qualche passo sbilenco, si allontana di poco dall’auto e poi inciampa su qualcosa di caldo.  Dalla tasca estrae l’accendino aiutandosi con l’esile fiamma per capire cosa ha urtato.
A questo punto, curiosi, anche noi usciamo dall’auto e ci dirigiamo verso il punto in cui Fabio si è fermato a osservare quella cosa in mezzo alla strada. Ci sono opinioni discordanti tra noi, la visibilità è pessima. A me personalmente sembra una specie di coda, come quella dei canguri, mozza, cioè staccata dal corpo dal quale penzolava. Dall’espressione anche Fabio è arrivato alla stessa conclusione. Ci sono canguri selvaggi in Italia? Ci penso un po’.

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