Gli asparagi selvatici non attraversano la strada (Atto III – Gli sbadigli della Luna)

di Roberto Albini

Chu-Wen fuggì dalla Cina cinque mesi dopo la rivoluzione. Non è che non gli piacesse il grande programma per la Cina di Mao, semplicemente lui aveva un’idea in mente. Non un’idea qualsiasi, ma l’idea risolutiva. L’unica, immensa idea che avrebbe potuto ribaltare l’intera sorte dell’umanità. Voleva fuggire in Europa, ma lui a mala pena sapeva che esisteva l’Europa, quindi andò in una biblioteca, chiese all’inserviente dove trovare delle mappe e si mise a osservare molto attentamente le cartine europee. C’era un disegno dell’Europa dentro un libro impolverato, si mise a informarsi circa le città, i fiumi, i monti, i confini. Gli sembrò buffo il modo in cui suonavano i nomi in cinese, e fu colpito da quel piccolo Stato a forma di scarpa, l’Italia. Pensò: “Vado lì, in Ita-li”. Tornò a casa e dichiarò il piano a sua moglie, che scosse il capo dimostrando approvazione, anche se il suo assenso era un complemento non una condizione. Partirono. Erano già gli anni Settanta. Chu-Wen vendette il rene destro di suo zio a un tedesco per pagarsi il viaggio, e arrivò in Italia, un posto di cui non sapeva nulla. Aprì un ristorante incaricando sua moglie di gestirlo, si costruì, in uno scantinato, una sorta di laboratorio fai-da te, e si dimenticò del mondo. La sua compagna, Chun-Lee, rese quel posto florido, assunse camerieri, cuochi, diede alla luce Chun-Won, il loro unico figlio, e con il tempo si scordò di essere sposata. Chu-Wen passava le giornate nel suo laboratorio-scantinato, tutto occupato a sviluppare la sua idea rivoluzionaria e tutto quello che sapeva dire durante il giorno era “fame” e “sonno”. Chun-Lee morì nel 1992, il medico legale scrisse “indisposizione” come fosse un padre che doveva giustificare l’assenza da scuola al figlio. Alla gestione del ristorante subentrò Chun-Won, il primogenito, che a quel tempo aveva dieci anni. Chu-Wen proseguiva imperterrito i suoi esperimenti, e non gli importava nulla di quello che succedeva appena un piano sopra. Chun-Won crebbe solo in mezzo ai camerieri. Divenne un grande cuoco, e il suo ristorante ben presto si trasformò in  uno dei punti di attrazione della zona. A Chu-Wen non importava nulla. Sopra di lui America e Russia si facevano la guerra fredda, le Brigate Rosse gambizzavano borghesi e manager, i papi morivano come mosche. Ma lui aveva uno scopo nella vita: rivoluzionare il genere umano. Ben presto il loro ristorante divenne il punto di attrazione principale di tutta la regione. Non c’era nessuno che non avesse mangiato almeno una volta al “Cielo di Maggio dietro la Grande Muraglia dopo la Pioggia”. Chun-Won era molto orgoglioso del proprio lavoro, anche se non si rassegnava al pensiero di essere solo, con l’eccezione di suo padre che era come fosse morto. Tutto durò fino al Duemilaotto. Dopo, i clienti diminuirono a vista d’occhio, giorno per giorno, come se una malattia infettiva li avesse sterminati tutti. Nel Duemilatredici, Chun-Won dovette licenziare il novanta per cento del personale e, anche se la sua cucina era la migliore della zona, dovette arrendersi all’evidenza che il suo ristorante era sull’orlo della bancarotta.
Quando Fabio passa di fronte al celebre ristorante “Cielo di Maggio dietro la Grande Muraglia dopo la Pioggia”, ignaro di tutto, Chun-Won sta scendendo le scale verso il laboratorio del padre. Vuole dirgli che è tutto finito, che sta partendo per l’Australia, che non c’è più nulla da fare per i loro affari. Nello stesso momento Chun-Wen sta per uscire fuori dal suo rifugio, perché ha concluso i suoi esperimenti e finalmente può annunciare all’umanità la sua scoperta. Uno bussa, l’altro apre. Tutti e due sorridono al vedersi, come in “Carramba che sorpresa”, emozionati. Tra loro non c’è alcun rapporto, oltre quello che stabilisce la discendenza sanguigna.
Fabio osserva il lettore CD. E’ fermo. Che cazzo succede? Poco prima gli è venuto in mente il suo Libro delle Giovani Marmotte. Un capitolo spiegava che se uno si mette a correre sotto la pioggia per raggiungere un riparo, si bagna di più. Lui questa cosa non l‘ha mai capita. E’ solo un libro per bambini, si era risposto, quindi per lui è normale che se uno guida ubriaco, se il sonno gli lambisce le palpebre, bisogna accelerare per arrivare più in fretta a casa. Più hai sonno, più devi sbrigarti a ritornare, pensa.
Chun-Won guarda suo padre, Chun-Wen, come fosse la prima volta. E’ da tanto che non lo incontra, anche se vive appena un piano sopra di lui. Vorrebbe dirgli tante cose, ma l’emozione gli riga il volto di lacrime. Dice: “Padre io…”, ma non può proseguire il discorso. Chun-Won lo abbraccia forte, lo bacia sulle guance. “Figlio mio”, gli sussurra in un orecchio, “finalmente ce l’ho fatta. Siamo lib…”. Ma non fa in tempo a finire la frase. Un’esplosione dipinge tutto di rosso. Il ristorante, la campagna intorno, tutto va a fuoco in un istante.
Fabio rallenta, quasi si ferma, e come lui due o tre auto che lo precedono. La notte è illuminata a giorno per qualche momento, e colonne altissime di fiamme e fumo provano a raggiungere la Luna, che dal canto suo osserva la Terra distratta. La Luna aspira a essere una stella, e del mondo pensa sia come una periferia cosmica, la Prenestina dell’Universo.
A Fabio viene da ridere. Non lo sa nemmeno lui perché. Le spiegazioni, le sciocche spiegazioni dei lucidi, da ubriaco non valgono. Per lui è un grande fuoco artificiale. Allora si ferma. Accosta sul ciglio della strada, e scende. “Fuoco e fiamme, fuoco e fiamme!”, urla mentre tutto intorno a lui diviene cenere.
La Luna lo guarda, la Luna vede tutto.
E sbadiglia.

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