Gli asparagi selvatici non attraversano la strada (Atto II – Esfridei staik sandei! Uen uself trik trein!)

di Roberto Albini

Quando un uomo ubriaco ritrova la sua macchina, in verità lancia un gande messaggio all’umanità. E’ un messaggio di pace, sicuramente, e di speranza. Non chiedetemi altro. Accontentatevi della pace e della speranza, come sempre. Con queste due parole si è detto tutto, senza dire nulla, proprio come un ubriaco e il suo tentativo di ritrovare la propria auto. Comunque Fabio Misino ce la fa. Sorride ebete davanti allo sportello del guidatore, in piedi traballante. Sta pensando che è un grande, che la sua mente va oltre, che nemmeno il tasso alcolemico di una pesca immersa nella grappa può fondergli la coscienza. C’è una parte di lui che non muore mai, la sente pulsare dentro, anche ora che infila la mano nella tasca e afferra malamente le chiavi che gli cadono per terra. Notoriamente c’è solo un posto dove vanno a finire le cose che ti cascano davanti all’auto: sotto l’auto. Ci deve essere una mano lì sotto, uno spirito inquieto e inutile, un demone designato a farti sparire gli oggetti che si trovano nei pressi di un’automobile. Fabio è costretto a sdraiarsi a terra per ritrovare le chiavi. Nell’azione si sporca il petto con una sostanza che lui spera tanto sia solo fango. Lo stato d’ebbrezza aumenta la sua ansia di ritrovare ciò che ha perduto, e in una serie di mosse senza senso e senza risultato finisce per imbrattarsi completamente il giacchetto che gli è costato mezzo stipendio e che indossa solo ed esclusivamente il venerdì e il sabato, per non sciuparlo.
Dietro di lui, ma Fabio non può vederlo da quella posizione, brillano delle luci. Se ci sporgiamo con lo sguardo, vediamo che c’è qualcosa che si muove in fondo alla strada. Delle persone si sbracciano urlando brandendo delle torce elettriche verso… Ma cosa diavolo è quella cosa? E’ un elefante, certo. La sua ombra si staglia scura ma precisa sulla facciata di un palazzo, sollecitata dalle luci artificiali che lo rendono ancora più enorme. La sua proboscide schiocca nell’aria nell’intento di mettersi su due zampe, e quella gente che non smette di urlargli, di spingerlo, di accecarlo con le torce. Il pachiderma pare imbizzarrito, sicuramente spaventato, barrisce potente, ma a noi data la distanza, ci giunge solo un flebile eco a malapena distinguibile. E’ un suono cupo che assomiglia al fischio del vento attraverso le persiane. Più chiare, perché acute, le urla dei suoi aguzzini. Il teatrino tragico, attraversa lo spicchio di strada visibile lentamente, come fossero i pupazzi di un vecchio tiro a segno a gettone. Da quaggiù i loro movimenti sembrano lenti, ma in verità passano veloci. Scompaiono tutti dietro l’incrocio, anche il lamento dell’elefante, che adesso, pure concentrandosi, non si ode più.
Fabio afferra prima un fazzoletto di carta usato e viscido. Poi una lattina, ancora umida. Dopo qualcosa di peloso e freddo. Infine ci azzecca e trova le sue chiavi. Quando si rimette in piedi si pulisce il giacchetto con le mani, così si sporca pure quelle. Non gli importa, ha ritrovato la sua auto e le chiavi: adesso può tornare a casa. Tra venticinque chilometri di curve su una strada a doppio senso solo per definizione, senza illuminazione, si ritroverà su un caldo letto. Detta così sembra impossibile, per di più in quello stato, ma Fabio è un bevitore esperto e conosce le tre regole per tornare sani e salvi a casa. Primo: aprire i finestrini. Allora Fabio, senza nemmeno accendere la macchina, abbassa il finestrino e si sporge per respirare la stessa aria alla medesima temperatura di quella all’interno dell’abitacolo. Si stupisce. Il trucco non gli sembra abbia fatto effetto. Secondo: ascoltare qualcosa, radio accesa e a tutto volume. Il nemico numero uno di un guidatore ubriaco è il sonno. E’ questo che sta pensando Fabio quando gli crolla la testa sul volante, e si addormenta.
Ma non è quello che ci stupisce. Piuttosto l’oggetto che precipita sul tettuccio della macchina di Fabio appena lui inizia a sognare. La “cosa” era leggera, perché non ha prodotto nessun danno sulla carrozzeria, ma si è infranta con un rumore infernale in mille piccole scaglie. D’istinto tutti guardiamo in alto. Al quarto piano c’è una finestra con la luce accesa e le ombre di due persone proiettate su una tenda. I due si agitano, uno di loro ha i capelli lunghi forse è una donna. L’uomo alza un braccio, indica al di fuori della stanza. Chissà che ci abbiano visto. Poi a un certo punto, dal davanzale sbuca una corda che lentamente scende verso il marciapiedi. E’ una corda spessa, come quelle che si usano in marina. I due personaggi sembrano scomparsi, la tenda è tornata a brillare chiara. Solo quella corda si muove flemme, continuando ad allungarsi. Però, proprio quando  sta per toccare il suolo, il rombo di un motore fatto girare a tremila giri a folle, esplode esasperato dal silenzio circostante. La corda si blocca, poi risale velocemente, fino a scomparire dietro la tenda, orfana delle sue ombre.
Fabio s’è svegliato, e adesso ha due occhi grandi come due palle da tennis. Tiene stretto il volante con le braccia tese come stesse a Maranello, e preme sull’acceleratore come dovesse superare Nuvolari. Però è fermo, tra una Smart e una Fiesta vecchio modello color cachi. Con un movimento meccanico che ricorda uno zombie epilettico ingrana la retromarcia e da un colpo alla Smart, poi con la stessa agilità di un malato di Alzheimer cambia in prima e colpisce la Fiesta. Sorride. Sorride di se stesso, l’imbecille. Per uscire da quel parcheggio ci mette diciotto minuti, li ho controllati io stesso. Alla fine si ritrova sulla strada, nemmeno lui ha capito come, ma non si scorda delle tre regole sacre per uscire vivo da quella notte. Uno: abbassare il finestrino, e lo abbassa. Due: musica a palla. Allora infila un CD a caso. Parte Everyday is like sunday, nella versione dei Pretenders, una delle sue preferite. Fabio è esaltato, si sente più sveglio, i trucchi funzionano. Comincia a ululare le finali di tutte le frasi, perché non conosce le parole, fino a quando non arriva il ritornello. Urla invasato.
Esfridei staik sandei! Uen uself trik trein!
E parte.

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