Gli asparagi selvatici non attraversano la strada (Atto I – Tutte le notti delle quali ci ricordiamo solo la mattina)

di Roberto Albini

Alle tre e quarantasette di venerdì notte Fabio Misino barcollando si alza per uscire dal pub. In verità più tardi, al colloquio con il magistrato, dichiarerà di non ricordare l’ora, ma per noi è uguale. Noi osserviamo la scena da fuori, non ne siamo partecipi, e questo ci dà un bel vantaggio. Non siamo coinvolti emotivamente, possiamo osservare tutto con calma fino a notare, per esempio, che quando Fabio Misino si è alzato appoggiandosi a una sedia per non cadere e ha gridato: “Ma che diavolo ci mettete in quest’acqua!”, il grande orologio rotondo appeso sulla parete alle sue spalle segnava proprio le tre e quarantasette. La cameriera allora guarda il bicchiere senza capire e lui, facendo finta di non aver già bevuto una vodka lemmon, tre prosecchi, un whisky secco, uno con ghiaccio, due grappe barricate e due shortini rum e pera, continua: “Stavo una favola fino a quando non ho chiesto l’acqua!”. La ragazza nemmeno gli risponde, e lui rimane lì in piedi tentando di trovare con gli occhi l’uscita mentre cerca di restare in piedi con aria disinvolta. Nel locale sono rimasti solo lui e una coppia, oltre al barista e alla ragazza che serve ai tavoli. Nella memoria di Fabio però non c’è traccia di loro due, non si ricorda nulla di una coppia seduta proprio al suo fianco quella notte, infatti non ce n’è menzione su nessun rapporto ufficiale. Non si ricorda nemmeno del tatuaggio che portava la donna su una natica scoperta per metà a causa dei suoi pantaloni pseudo indiani dall’elastico allentato che quando si siede scendono scoprendo il disegno di un fiore di loto rigato dalle smagliature e imbrattato da pedicelli grossi come funghi. Non ricorda nemmeno che il suo ragazzo, o chiunque fosse quello seduto al tavolo con lei, insisteva nel mettergli sotto il naso continuamente un tablet ridendo sguaiatamente.  Nella sua mente si è persa persino la scena in cui lei versa il suo cocktail sullo schermo e poi lo inizia a leccare. Il ragazzo si alza di scatto cercando di sfilare il tablet a quella scatenata, ma lei lo tiene stretto e passa la lingua a paletta sul vetro a cristalli liquidi, e allora le grida di fermarsi, che lo sta rompendo. Proprio in quel momento Fabio Misino trova la porta, prova a spingere ma bisogna tirare per uscire, così sbatte e fa casino, la cameriera lo nota, comprende, gli va incontro, ma in quell’istante Fabio azzecca il verso e, sbattendo la spalla contro lo stipite, va via.
L’aria fresca del mattino gli fa bene.
Fabio appena fuori respira a pieni polmoni, con una mano cerca le chiavi dell’auto poi si guarda intorno. Cerca di farsi venire in mente dove ha parcheggiato ma si rende subito conto che i suoi pensieri funzionano a singhiozzo: ci sono buchi da tutti le parti. Dunque, prova a fare mente locale. Mentre lui pensa, noi ci guardiamo un po’ in giro, giusto per capire almeno dove si svolge la storia. Ci sono dei palazzi dozzinali in giro, di quelli costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta. A quei tempi doveva esserci un solo architetto in giro, perché le case sono tutte uguali. Casermoni enormi da un milione di piani, uno appiccicato all’altro, nel tentativo di coprire il cielo e tutto quello che c’è intorno. Insomma, dall’architettura non si capisce bene in che posto stiamo. Potrebbe essere la periferia di Roma, ma anche quella di Segrate. Speriamo solo non sia importante ai fini della storia.
Fabio intanto prova a ricordare.  Dunque, sono venuto qui con Carlo. No. Mi sto sbagliando, quello era sabato scorso. Sono venuto da solo. Eppure ricordo che c’era qualcuno con me in auto. Comunque, sono arrivato da lì. No, da lì. Aspetta… C’era un cartello. Un bar?
Mentre Fabio pensa con la faccia stretta tra le mani, dall’altro lato della strada qualcuno sta chiudendo una serranda. Sono due persone, due ragazzi, sono alti più o meno allo stesso modo. Uno indossa una tuta da ginnastica e l’altro una giacca elegante. Quello con la tuta sembra agitato, in mano ha qualcosa che sventola in faccia a quell’altro. Dal nostro punto d’osservazione non si capisce bene cosa sia. Sembra un ventaglio, un piccolo ventaglio a forma di stella. Ai lati dondolano due pennacchi neri. Il tizio con la tuta lo muove sotto il naso dell’uomo con la giacca, impedendogli di chiudere la serranda. Poi, all’improvviso, la persona in tuta fa un passo indietro e assume una postura strana, muovendosi lentamente come fanno gli atleti prima di esibirsi nella loro disciplina. Carica il braccio indietro preparandosi a lanciare qualcosa e subito dopo il ventaglio fende velocissimo la notte roteando come l’arma di un ninja.
Fabio si è stancato di pensare. Tanto non ci riesce. Si dirige verso destra osservando le automobili parcheggiate come fosse ipnotizzato. Tenta in tutti i modi di tenersi concentrato sulla ricerca della proprio auto ma è come cercare di tenere ferma un’anguilla nell’acqua. I pensieri sbriciolati si dirigono in ogni direzione come pezzi di un’esplosione. In mezzo a quelle scaglie c’è pure tutto quello che serve a riconoscere la macchina. Il problema è afferrarlo. In quello stato le cose galleggiano sopra un buio che avanza mangiandosi tutto quello che incontra: i ricordi, le sensazioni, i pensieri. Un momento stanno lì pronti per farsi cogliere, e l’attimo dopo il Grande Buio se li è portati via. Per sempre. Anche Fabio se l’è chiesto dove vanno a finire, in quale parte della nostra mentre sono stipati tutti i ricordi ingoiati dall’alcool. Tutte le notti delle quali ci ricordiamo solo la mattina. Fabio credeva che dentro di noi ci fossero due cervelli che non si incontrano mai. Quando è spento il primo entra in funzione il secondo. Per Fabio tutte le dimenticanze causate dalle bevute risiedevano nell’altra testa, quella che comandava quando l’altra si addormentava.

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