La riga nera che abita il mio sguardo

di Roberto Albini

Sto fermo, sul marciapiedi, a fianco di un semaforo aspettando il verde. Che tempo fa non me lo ricordo, ma in fondo cosa cambia? Forse è una giornata estiva, perché indosso una maglietta, e quando provo a ricostruire la scena mentalmente, mi vedo sudato. Davanti a me il solito traffico, mi pare sia mattina. Un grosso camion passa scuotendo l’asfalto sotto i miei piedi, un motorino lo supera a destra gridando come un dinosauro ferito. Un signore in impermeabile attraversa di corsa, fuori dalle strisce pedonali, scansa qualche auto e loro gli suonano il clacson contro. In questo casuale, normale, muoversi di soggetti, da uno spicchio di visuale compreso tra il braccio del signore con l’impermeabile e il fanale di posizione del motorino, noto che c’è un puntino che avanza verso di me. E’ strano, non solo perché riesco a vederlo chiaramente in quell’assoluto caos, ma anche perché avvicinandosi non si ingrandisce. No, rimane così, avanza ma resta sempre un puntino. La sua traiettoria è sicura, precisa, retta verso un bersaglio che conosce solo lui, e che sicuramente si trova da qualche parte sulla mia faccia. Il puntino a un paio di metri dal suo obiettivo devia curvando quasi a novanta gradi, e solo allora, da quella distanza, capisco che è un’ape. L’insetto sale fino quasi a scomparire inghiottito dalla luce sicuramente estiva del cielo, poi esegue una manovra degna di un kamikaze e si lascia cadere a smorsacandela. Io la osservo. Penso che è solo un’ape, che è facile rubarmi l’attenzione quando tutto quello che mi sta intorno è solo noia e rumore. Perfino il volo di un’ape mi affascina come fosse lo spettacolo più interessante del secolo. La bestiola segue precipitando verso di me. Penso: si sposta. Ma lei segue decisa. Penso: ecco ora si sposta, adesso, sì. Non mi cadrà addosso.
Questa è l’ultima cosa che ricordo.
Quando ho riaperto gli occhi c’era mamma vicino a me. Mi dice: tutto bene? Io non so che dirle. Non ci sto capendo nulla, l’unica cosa che so è che stavo attraversando la strada, e adesso mi ritrovo in una camera puzzolente d’ospedale con mia madre che mi chiede le mie condizioni. Allora le domando cosa è successo. Lei mi dice che mi ha punto un’ape. Io guardo mamma, si è truccata strana oggi mamma. Ha come una riga nera che le parte dalla fronte e le arriva fino, fino… La riga non si ferma sul suo volto, prosegue sul maglioncino, e poi sulla gonna giù nel pavimento. Giro la faccia e quella riga non scompare: graffia le pareti, il soffitto, la mia mano se l’avvicino agli occhi. E da quel giorno vedo tutto a metà.  Perfettamente a metà. Una riga nera divide qualsiasi cosa su cui si posi il mio sguardo. Il mondo, dal mio punto di vista, è composto da pezzi perfettamente combacianti e allo stesso tempo irrimediabilmente separati da un confine visibile solo a me.
A volte è divertente.
Quando parlo con qualcuno ad esempio, ho sempre la sensazione di stare con due persone. La mia riga gli divide la faccia, e le due parti si comportano in modo differente. Una è seria mentre l’altra ride o una vuole stupirsi, e l’altra s’imbroncia.  Oppure quando cammino per strada, non so per quale motivo le persone tendono a disporsi ai lati del confine che posso vedere solo io. E’ incredibile. E poi quando mi osservo allo specchio.
In quell’occasione è curioso perché se mi scruto bene, a differenza di tutti gli altri, la mia riga divide due metà perfettamente uguali. Il lato sinistro del mio volto è identico al destro. Se parlo si muovono insieme, in sincronia, se piango o se rido tutti e due gli spicchi di me tendono gli stessi muscoli. I giorni che sono triste tutta la mia faccia è triste, e quando sono allegro sia il lato sinistro che quello destro sono rilassati e morbidi allo stesso modo.
E allora, sì insomma qualche giorno fa ho pensato di fare un esperimento. Cioè non è che l’ho proprio pensato. Insomma, è stato come un flash, una voce, la mia naturalmente, che mi suggeriva un desiderio. Poi quell’intuizione labile si è gonfiata, giuro ha fatto tutto da sola. E’ stato proprio come un parto, con l’embrione e la gestazione e tutto il resto. Fino a quando questo seme di pensiero è divenuto un’idea che si è subito trasformata a sua volta in smania. Io in fondo volevo solo avere un lato diverso dall’altro, come tutti. Guardarmi allo specchio e ritrovarmi smarrito davanti a una parte di me che non riconosco.
E così siamo arrivati a questa mattina.
Quello che è successo dopo, lei lo sa. Vero dottore?

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