L’altro (Parte VI)

di Roberto Albini

Che poi all’altro mondo ci stavo pure io, e ci sto tutt’ora, tutti, in fondo, viviamo in un altro mondo, diverso ma contiguo al pianeta che condividiamo come bravi coinquilini. Atterriamo sulla gente che incontriamo come extraterrestri in perlustrazione, stupendoci dei nuovi paesaggi che mai avremo pensato potessero esistere, nel bene o nel male. E poi, dopo un po’, riprendiamo quota, ci alziamo in volo allontanandoci dalle orbite aliene, ansiosi di tornare a casa, preda delle nostalgie come calciatori brasiliani all’estero, attenti a mantenere i nostri usi e costumi come leghisti ottusi. Il mondo di Claudio m’era parso composto quasi interamente di sabbia, ma forse non avevo controllato bene, visto che qualcuno era riuscito persino a trovarci dell’acqua.
Un giorno all’uscita di scuola un tizio regalava figurine. Mia madre diceva di stare attento perché quelli in verità, secondo lei, erano spacciatori che con la scusa delle figurine ti rifilavano droga, quindi quando vedevo uno di quei rappresentanti della Panini lo evitavo terrorizzato. Pochi anni più tardi, al contrario, li andavo a cercare scoprendo con malinconia che le figurine non producono nessun effetto allucinogeno, nemmeno se le fumi, nemmeno se provi a sbriciolarle e a sniffarle. L’infanzia è piena di menzogne, di tentativi maldestri di ricolorare la realtà, notoriamente grigia. Si inizia con le cicogne, poi Babbo Natale, poi gli spacciatori di figurine, e mano a mano che si cresce le bugie si complicano nel tentativo di sembrare credibili: più studi più farai carriera, più leggi più impari, più voti più possibilità hai di diventare libero. Iniziano con l’illuderti che gli spacciatori la droga la regalano, finiscono con il farti credere che il voto sia l’unico modo per ottenere la democrazia. E noi, cresciuti a suon di stronzate non possiamo far altro che raccontare stronzate, e più le stronzate che spariamo sono grosse, più successo sociale otteniamo. Se quei poveracci che passavano il tempo a distribuire figurine davanti alle scuole, per chissà quale miseria di stipendio, ci avessero veramente regalato droga, adesso saremo adulti più consapevoli, e la smetteremo di cercare a tutti i costi la madre di tutte le bugie, ossia la felicità.
Quel ragazzotto si avvicinò brandendo un pacchetto di figurine Panini del campionato di calcio 1980/81. Sull’involucro lucido sorrideva un uomo di colore riccioluto e sorridente che indossava una maglietta sgargiante. Io lo guardai spaventato. Chissà cosa era questa droga, chissà in che modo mi avrebbe ucciso. Magari bastava solo toccare il pacchetto per cominciare a provare un’irresistibile voglia di  farsi le punture e diventare come Mirko Rossi, quello del palazzo davanti, che girava come un fantasma con la faccia scavata e gli occhi vacui. Tentai di evitarlo scuotendo la testa rapido, ma poi mi venne un’idea. Mi fermai poco dopo averlo superato, mi girai di scatto guardandolo con sospetto e senza dire una parola allungai un braccio verso di lui. Quello quasi per paura ci ripensassi mi afferrò il polso e mi mise le figurine in mano. Restai un attimo immobile per vedere se succedeva qualcosa, però tutto sembrava normale. Scrutai quel pacchetto colorato in attesa di un evento che non accadde mai, e quando mi resi conto che quello che tenevo in mano era solo carta e colla, iniziai a rilassarmi.
L’idea era quella di usare le figurine come un cavallo di Troia. Claudio andava matto per il calcio e avrei potuto utilizzare quella merce di scambio per attaccare bottone con lui. Con la scusa di regalargli le figurine avrei potuto fargli delle domande e scoprire finalmente chi fosse questo fantomatico Altro. Così il giorno dopo, sicuro che non l’avrei mai potuto incontrare fuori della classe, lasciai il mio dono sul suo banco e aspettai che arrivasse. Quando si sedette al suo posto Claudio osservò il pacchetto con il calciatore negro ma non lo prese. Cazzo, come è possibile? La lezione iniziò, e il giocatore ritratto sull’involucro stava sempre lì, con lo sguardo rivolto al soffitto. Arrivò l’ora di ricreazione e Claudio ancora non aveva degnato nemmeno della più piccola attenzione il mio dono. Così ritenni che dovessi agire. Mi alzai veloce e lo raggiunsi prima che lui potesse sparire, afferrai rapido le figurine e gliele porsi esibendo il mio sorriso migliore. “Ciao Claudio, guarda cosa ho preso per te”, gli dissi soddisfatto. Ma lui restò fermo, a sua volta sorridendomi: “Ti ringrazio ma non mi interessa”. Quella frase mi gelò. Come non gli interessava? Brutto cretino, fino a due giorni fa sapevi a memoria la classifica dei cannonieri dal dopoguerra a oggi, e adesso dici che non ti interessa? Finsi di non capire: “Sono figurine dei calciatori, prendile sono tue”. Lui scosse la testa: “No, sul serio ti ringrazio, ma il calcio mi annoia. Adesso ho la passione per l’astronomia”. Quella risposta mi parve provenire da un posto lontano, magari da fuori la finestra, forse me l’ero sognata, sicuramente avevo sentito male, e la mia espressione doveva riassumere bene lo stato confusionale dei miei pensieri perché Claudio si apprestò ad aggiungere: “Daniele mi ha insegnato a riconoscere le costellazioni, e ora passo il tempo a guardare il cielo. Se sai cosa vedere il cielo è pieno di cose stupende, lo sai?”. Ah! Un risultato l’avevo perlomeno ottenuto, il nome dell’Altro era Daniele. Ma chi cazzo era Daniele? “Daniele? Non lo conosco. Chi è Daniele?”, tradussi. “E’ il nipote della portiera del mio palazzo. Un ragazzo simpatico, ci stiamo frequentando. Suo padre possiede un telescopio, e le sere, quando non ci sono le nuvole, mi invita a casa sua a osservare le stelle. E’ bellissimo”.
No, no, aspetta un attimo: cosa è questa storia delle stelle? Cosa c’entra Claudio con le costellazioni? Marcon Claudio! L’idiota della classe!
“Sì deve essere interessante…”, poi non mi venne nient’altro da dire. Ero stato completamente spiazzato. Claudio mi diede una pacca sulla spalla e sguizzò via. Io rimasi lì impalato, con il brasiliano in mano e la strana sensazione di essere atterrato su di un pianeta completamente sconosciuto.

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