L’altro (Parte V)

di Roberto Albini

Qualcuno potrà obiettare che è praticamente impossibile riconoscere tra mille una persona avendo come appiglio solo il ricordo della sua nuca. Eppure io di quel ragazzino che parlava così contento sotto casa di Claudio, conoscevo solamente i tratti della sua schiena, il modo in cui i capelli biondastri gli cadevano storti sulle spalle. La mattina dopo, a scuola, non dissi nulla a Marcon e mi gettai a capofitto in una personalissima caccia alla nuca.
Il giorno prima, tornando a casa mi misi a perlustrare il mio malessere, il motivo di quella reazione davanti alla scena di Claudio abbracciato a quello. Partii dall’assunto che io fino a qualche ora prima a Claudio lo schifavo. Me ne volevo sbarazzare, mi faceva vergognare davanti agli altri quando irrompeva con quelle sue domande imbecilli sulla lunghezza del dito di Daltanius. E poi quell’assurdo rito delle quattro del pomeriggio… Dunque c’era da presupporre che non era il fatto di aver avuto la consapevolezza che lui sarebbe per sempre sparito dalla mia quotidianità a farmi provare quel dolore in pancia. Non era una questione d’affetto. A rifletterci bene, quello che mi feriva era il pensiero che qualcuno fosse riuscito ad essere migliore di me agli occhi di Claudio. Ecco, cosa era successo: mi aveva detronizzando e così facendo aveva colpito una parte di me che ancora non avevo ancora avuto il piacere di conoscere. Un lato molle della mia personalità, lì proprio dove un’insicurezza, un complesso, o anche solo la normale paura generica di “non essere all’altezza”, aveva scavato un calanco a mia insaputa nella coscienza. Quello sconosciuto in qualche modo dimostrò che io non sono il limite, non sono il cerchio e che non sono insostituibile.
Un brutto colpo, non c’è che dire. Specialmente quando la natura ti ha dotato di un intuito più alto della tua statura. E’ come possedere un pisello enorme a sette anni e vedere  il tuo corpo crescere giorno dopo giorno e lui no. Credo che tutti i miei talenti alla fine si siano comportati proprio in questo modo: troppo grandi a un certo punto della mia vita, troppo piccoli in altri. Mai quelli giusti al momento giusto. Insomma, la mia sensibilità certe cose me le fece capire, poi per il resto più di quello non potevo fare a quell’età. Non riuscii a metabolizzare la verità e lei, come solitamente succede, mi divorò.
La prima cosa che dovevo assolutamente sapere era il nome dell’Altro. “Altro” era come chiamavo mentalmente il nuovo amico di Claudio. L’Altro era un pensiero costante durante quei giorni, quando avevo dieci anni e stavo per finire la quinta elementare. Ogni volta che camminavo, sia per strada che a scuola, ogni volta che avevo occasione di stare in mezzo alla gente, non potevo fare a meno di scrutare la nuca degli altri. Quell’operazione divenne per me, con lo scorrere del tempo, una consuetudine che rasentò l’anormalità. Non mi interessava più vedere in faccia le persone. Da davanti la gente è tutta uguale, indistinguibile; le facce sono sempre le stesse, gli sguardi pure. Le nuche invece no: ognuno di noi ha un rovescio che ci rappresenta meglio di quel che appariamo al dritto. La folla divenne ai miei occhi una distesa di teste girate e di ciuffi di capelli svolazzanti sul collo. Un’intera popolazione di culi, i quali la maggior parte delle volte rappresentavano con migliore efficacia quello che celavano dall’altro lato.  Fu per me un’abitudine così radicata, che ancora ora, da adulto, quando sono sovrappensiero, mi scopro a scrutare le nuche, anche se non ricordo più il perché.
Comunque a scuola, e non mi riferisco solo alla mia classe ma all’intero istituto, una nuca come quella non c’era, ne ero sicuro. E nemmeno tra i parenti che venivano a riprendere i proprio bambini. L’Altro non aveva nulla a che fare con quel posto.
Dunque era qualcuno che Claudio doveva aver conosciuto in un altro contesto, e considerando che la vita sociale di Claudio ero io, doveva essere per forza qualcuno che aveva a che fare con me, se non fosse che la mia vita sociale, a parte la scuola, era Claudio.
L’Altro forse non era di questo mondo.

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