L’altro (Parte IV)

di Roberto Albini

Incredibilmente Claudio venne a citofonarmi anche quel pomeriggio. A casa mia non c’era nessuno, ero solo, così sfruttai l’occasione e non gli risposi. Il campanello suonò tre volte. Tre brevi ronzii, educati mentre io spiavo Claudio da una fessura delle persiane. Stava lì, in piedi, con una maglietta gialla e un paio di pantaloni corti, verdi, di una stoffa indefinibile. Dopo ver citofonato, rimase qualche minuto fermo davanti al portone, si guardò le scarpe scuotendo la testa, poi si girò di scatto, come un soldato, e se sparì dalla mia visuale. Da quel giorno non andai mai più a casa sua a vedere Daltanius.
Lui non ritornò, recepì il messaggio. A scuola, dato che non eravamo più compagni di banco, mi risultava più facile evitarlo. Con lui non ero sgarbato, non gli mancavo di rispetto, mi limitavo semplicemente a un cordiale rapporto di vicinato. Quando mi parlava trovavo sempre una scusa per allontanarmi, e tutte le volte che lo incontravo per i corridoi non mi fermavo, riassumendo il saluto in un alzata di braccio.
Un mese dopo l’inizio della scuola, e circa due settimane dopo l’episodio della “stira”, il compagno di banco di Claudio, quello che aveva per forza dovuto scegliere dopo che lo avevo cacciato, smise di venire a scuola. I ragazzi che abitavano vicino a lui dicevano che era stato colpito da una grave malattia, ma nonostante le insistenze della segreteria i genitori non formalizzarono mai i motivi dell’abbandono delle lezioni da parte del figlio. Quindi Fabrizio Fusano, così si chiamava quel ragazzino, risultava presente formalmente ma non fisicamente. Veniva regolarmente chiamato durante l’appello, contato durante l’organizzazione delle gite e persino alla mensa c’era un posto riservato a suo nome. Marcon Claudio, invece, si era trasferito nella nostra scuola qualche giorno dopo l’inizio delle lezioni, non so per quale ragione, e quindi non c’era nemmeno il suo nome sul registro di classe. In seguito qualcuno l’aveva scritto a penna aggiungendo una freccia per indicare in quale posizione si trovasse nell’elenco alfabetico, però la maggior parte delle volte i professori quando leggevano non ci badavano neppure a quel segno, e lo saltavano. Nella mensa, a causa di questo ritardata iscrizione, non c’era una sedia a lui riservata, e gli inservienti faticavano sempre a trovargli un posto perché dovevano cercare quello di un assente, magari proprio quella di Fusano.
Io sedevo due banchi dietro di lui, in fondo alla classe. Lo vedevo la mattina arrivare senza salutare nessuno, appoggiare la cartella sulla sedia vuota di Fusano, e guardare fuori la finestra. Un giorno pensai che era ingiusto tutto questo isolamento, e durante l’ora di ricreazione lo andai a cercare. Ero sicuro che l’avrei trovato fuori l’aula, dove stava sempre, appoggiato alla porta e mangiando un panino in piedi, invece non c’era. Chiesi in giro, andai nei bagni ma Marcon Claudio sembrava scomparso. Lo ritrovai quando tornammo tutti ai nostri posti; lui stava lì, seduto nell’unico banco che ospitava una persona sola. Incuriosito mi ripromisi di chiedergli spiegazioni all’uscita dopo la fine delle lezioni, anche se incredibilmente non riuscii a trovarlo nemmeno allora. Era come se Claudio fosse diventato un fantasma che appariva solo durante l’orario scolastico, per poi dileguarsi al suono della campanella.
Il giorno dopo si ripeterono le stesse coincidenze. Passavo i momenti di pausa a cercare Claudio che scompariva per poi riapparire seduto al suo posto. Nemmeno quando tornai a casa riuscii a liberarmi dal pensiero della stranezza di questo comportamento. Mi sentivo come se fosse Claudio ora a rifiutarmi, e inspiegabilmente questa sensazione mi faceva male. Assomigliava a pungiglione che riusciva a forare contemporaneamente il mio orgoglio e una parte fino a quel momento sconosciuta del cuore. Ebbi la consapevolezza che mi ero sbagliato a comportarmi così, che ero stato ingiusto, ma solo perché mi stavo sentendo come lui, perché stavo soffrendo nello stesso modo. E’ solo così, nel compartire il dolore, che gli uomini si comprendono veramente. Decisi allora che sarei andato a trovarlo, alle sedici, per vedere Daltanius insieme, come ai vecchi tempi. Durante il percorso verso casa sua pensai pure alle parole adeguate da dire, a una specie di discorso. Gli avrei detto che mi ero sbagliato, ma che pure lui era diventato un po’ pesante. Avrei parlato con sincerità nel reale interesse di ricostruire il rapporto perché poi, in fondo, io a Claudio gli volevo bene, ecco. E mi mancava, dovevo ammetterlo.
Sì, stavo proprio pensando a questo quel pomeriggio, alle sedici, quando girai l’angolo e vidi Claudio che stava sulla soglia del portone, davanti a lui c’era un altro ragazzino. Mi dava le spalle e non riuscii a vedere la sua faccia. Claudio parlava sbracciandosi e ridendo, come pochi giorni prima faceva con me. Potevo persino immaginarmi le parole che stava pronunciando in quel momento, per quanto ero abituato ad ascoltarle.
Non mi ricordo che tempo facesse quel giorno. I bravi oratori incorniciano sempre le scene in un chiaro contesto atmosferico: “era una notte buia e tempestosa”, “la luna brillava chiara in un cielo senza nuvole”, “il sole illuminava le case”. Io, al contrario, non me lo ricordo mai come è il cielo nei miei ricordi, non so mai qual è la stagione, o la temperatura.
Io mi ricordo solo che rimasi lì impalato, mentre Claudio abbracciava quell’altro invitandolo a salire a casa. In quei momenti al grado di umidità dell’aria non ci pensi proprio.

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