L’altro (Parte III)

di Roberto Albini

A pensarci bene, molti dei guai moderni, e probabilmente antichi, dell’umanità derivano da questa mancanza di affezione all’affetto. Da questa strana incapacità a gestire ciò che spontaneamente si dona a noi senza chiederci null’altro che l’assenso a ricevere. Sarà a causa dell’addestramento che abbiamo ricevuto nei secoli a faticare per raggiungere la felicità, o quello che riteniamo tale, che ci rende sospettosi rispetto a tutto quello che di buono avremo a disposizione se solo allungassimo una mano per afferrarlo. Come certi amori sottovalutati unicamente per la facilità con la quale potremo goderne, come alcune forme di organizzazione sociale, così paurosamente elementari nei loro meccanismi, da farcele apparire utopiche, irrealizzabili, mere chimere destinate ai sognatori più incalliti. Ed è così, chissà perché, che è proprio la semplicità a rendere le cose complesse.
Certo, adesso posso capirlo, Marcon Claudio voleva solo essermi amico, alla sua maniera, qualcuno direbbe in modo superficiale, ma cosa c’è di più profondo in noi stessi della nostra superfice? Cos’è che ci rappresenta di più, quello che teniamo nascosto in qualche ragionamento notturno, in qualche sentimento contorto relegato nelle conversazioni con noi stessi, o il tipo di sorriso con il quale accogliamo gli “altri”? Con gli anni, la vecchiaia mi ha insegnato a sbrogliare le matasse piuttosto che avvilupparmi nella tela dei sofismi fini a se stessi, ma allora, a quell’età, ciò che importava di più era dare una maschera riconoscibile a un personaggio privo di ruolo.
In quanto animali sociali tendiamo all’esterno, mentre l’esterno ci insegna che conta solo l’individuo, e in questa lotta tra l’esplodere e l’implodere rischiamo di restare schiacciati in un confine che finisce per diventare l’esilio delle potenzialità della nostra specie. Allearci, o combattere soli. Amare, o amarsi. Accogliere, o difendersi. In mezzo, tutto quello che non siamo capaci di realizzare.
Alessandro Angelini, è un ragazzo alto, smilzo, butterato. Due occhietti lasciati a pascolare in un mare di ignoranza che i suoi pugni tentano invano di dissipare. Deve essere brutta l’esistenza di chi non sa, ma peggio è quella di chi sa di non sapere. E’ solo un agitarsi di tentativi casuali, nella ricerca disperata di appiattire le cose alla maniera di un interruttore che sa solo spegnere o accendere, e che vive e muore senza sapere cosa succede quando non si è accesi e non si è spenti. Eppure, a ben vedere, il mondo è dominato da loro, dagli interruttori che spengono e accendono, e noi lì, a goderci la luce, o a lamentarci del buio.
Alessandro Angelini grida: “Stira!”. La stira, almeno dalle mie parti, è una specie di gioco, uno di quelli da maschi adolescenti, perfidi e senza senso, come quella stagione di vita. Ci si riunisce in un branco, si decide una vittima, la più debole, ma non è detto, e la si spoglia assoggettandola in quel modo a un tipo di umiliazione che tra gli umani è la peggiore. Quella di rimanere come per natura siamo: nudi.
Alessandro Angelini grida: “Stira!” e indica Marcon Claudio. Claudio si gira e capisce che ce l’hanno con lui, allora scappa nei corridoi immensi della scuola. Gira un angolo, poi un altro, alla fine s’infila nei bagni in quel modo condannandosi. Dietro Angelini c’è il solito sciame che accompagna colui che grida più forte e che dalla sua ombra trae la propria personalità. Dietro ad Angelini, insieme agli altri, ci sono anche io.
Marcon Claudio si attacca alla parete, nello spazio tra un pisciatoio e un altro. Butta lo zaino per terra, allarga le braccia lungo le maioliche giallastre della parete. Si crocifigge in attesa di un supplizio inevitabile. Angelini ride, anche gli altri ridono. Io no, io sto indietro partecipo senza partecipare, come quelli che fanno la rivoluzione senza mai premere il grilletto, affinché un giorno possano dire “io c’ero” o, all’occorrenza, “io non c’ero”.
Alessandro Angelini sghignazza come una jena mentre strappa la maglietta di Claudio e i suoi scagnozzi, una volta ricevuta la prova della loro superiorità, si avventano su di lui e lo tengono fermo. Qualcuno gli sfila le scarpe, altri i pantaloni. Le femmine si assiepano come galline nel pollaio aggrappate ai vincitori del nulla, in una competizione a me sconosciuta nello scegliere il più forte tra gli interruttori, e anch’esse ridono sguaiate nell’osservare per la prima volta in vita loro un uomo nudo. Quello che sempre mi ha colpito di più nelle scene tragiche, è l’abbondanza di riso.
Io, da dietro, osservo. Marcon Claudio mi guarda, sembra volermi chiedere qualcosa. Dovrei sentirmi in colpa, ma è solo una stira. Anche da adulto ho riprovato più volte questa sensazione: forse dovrei sentirmi in colpa anche quando ci sono dei disoccupati, delle ingiustizie, anche quando qualcuno muore di società, ma io sono un rivoluzionario moderno, sto indietro, pigio i tasti di una tastiera, scrivo non agisco, così che quando la storia mi verrà a chiedere qualcosa io potrò rispondergli: “c’ero”, o all’occorrenza “non c’ero”.
Marcon Claudio è nudo. Intorno a lui mezza scuola che lo prende per il culo. Quello che li fa divertire è scoprire che ha un corpo. Faccio un passo indietro. Quel coglione continua a cercare il mio sguardo, ma i miei occhi puntano Angelini, ne cercano l’assenso, la testimonianza che io sto tra i fighi e non tra gli sfigati. Angelini non ha occhi. Ha due vuoti conficcati nelle orbite del suo cranio che gli impediscono di andare a sbattere contro le cose.
Poi la campanella trilla scuotendo le coscienze. Basta che suoni una campana e tutti, jene, saccenti, rivoluzionari o ignavi, tutti, quando suona la campana, tornano al proprio posto.

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