L’altro (Parte II)

di Roberto Albini

Gli uomini invecchiano come le città. Ogni persona ha il suo monumento in faccia, quello che se anche cambiano i palazzi intorno, i sensi di marcia, anche se dove adesso c’è una banca prima c’era la Standa, ti fa orientare lo stesso. La gente con il tempo cambia la propria architettura, però certe caratteristiche non si modificano mai. Marcon Claudio, per esempio, ha preso diversi chili. Non direi che è grasso, ma io ho pur sempre un ricordo giovanile di lui. E’ stempiato sul davanti, quindi ha deciso di rasarsi tutto. Placide onde di adipe gli attraversano la fronte, le occhiaie invece gli fanno risaltare gli zigomi crollati sulle guance che a loro volta si afferrano al mento per non cadere. Com’è cambiato Marcon Claudio da quando eravamo ragazzini, come me e come la mia città. Eppure in mezzo a quegli scherzi degli anni, io riesco a intravedere ancora i tratti di Claudio amico d’infanzia. Sarà per la fronte pronunciata, che lo fanno assomigliare a uno scimmione, gli occhi piccoli, chiari, la forma delle ciglia o forse quella del naso che, proprio come il Tevere a Roma, sono rimasti tali e quale a trent’anni fa. Lo osservo mentre sceglie una scatola da pasta. Sorrido: concentrato sembra identico a quando era ragazzino. Ha un’espressione, come dire, persa. Si nota benissimo che il suo cervello gira a vuoto. Mi viene in mente la scena di lui durante i compiti in classe, al mio fianco, mentre osserva il foglio bianco proprio come ora guarda le scatole di pasta. Per quanto ne so, potrebbe ancora star riflettendo a quel compito invece che agli spaghetti.
E’ diventato alto Claudio. Anche allora lo era, ma adesso intorno al corpo ci ha messo anche della carne, e appare più imponente. Da bambino era docile, timido e se ci trovavamo in un gruppo, erano rare le volte nelle quali esprimeva una sua opinione. Quando stavamo soli, al contrario, non faceva che parlare, di cose inutili e piatte. Solo una volta l’ho visto perdere la testa, un giorno nel quale stavo facendo a botte con un tizio. La lotta è ferma in un momento di stallo. Tengo stretto con un braccio il collo di quello, mentre lui mi afferra un orecchio cercando di frantumarlo. Basta aspettare un po’, vedere chi sa resistere di più al dolore, sarebbe sufficiente trovare la forza per stringerlo ancora nella mia morsa, vinco io, è chiaro. A un certo punto, però, Claudio sbuca imbufalito dal capannello di persone che si è assiepato per gustarsi lo spettacolo. A tradimento, mentre io tengo bloccato il mio avversario, Claudio senza nemmeno guardare sferra un calcio che va a colpire dritto la bocca di quel poveraccio. Io mi spavento, lascio la presa e noto che ho i polsi sporchi di rosso. Claudio resta in piedi, pugni chiusi, fiatone. Io guardo Claudio e poi quell’altro buttato per terra, ha la faccia imbrattata di sangue mischiato a polvere, una specie di fango che lo fa apparire mostruoso. Ci guarda senza poter dire nulla, poi si rialza e scappa. Gli altri ragazzini pensarono che era tutto preparato, che io ero dovuto ricorrere a un aiuto esterno per vincere, e mi presero per il culo un sacco di tempo. Per Claudio non era successo niente. La prima cosa che mi disse dopo quell’episodio fu che c’era un ragazzino che era finito in un pozzo, e che non riuscivano a tirarlo fuori. A causa di questo fatto in televisione davano solo il salvataggio del ragazzino dentro il pozzo, quindi Daltanius non sarebbe andato in onda. Pareva affranto. Per Daltanius non per il bambino sotto terra.
Io lo odiai per quella cazzata. A causa sua ero diventato lo scemo della classe. Ma chi lo voleva, chi lo cercava? Perché mi stava sempre appiccicato? Così presi a trattarlo male. Quando iniziava qualcuno dei suoi noiosissimi discorsi, non facevo più finta di starlo a sentire. Anzi, gli dicevo proprio che lo trovavano patetico, con tutte quelle liste di giocatori e gol, che non me ne fregava niente. Lui mi guardava sorpreso, pareva non afferrasse bene, credo che per lui fosse inconcepibile non trovare interessante il calcio. Alla fine sorrideva dandomi una pacca sulla spalla, e continuava come se niente fosse. Passava a chiamarmi quotidianamente per andare a vedere la tele, nonostante tutte le volte lo facessi aspettare mezz’ora davanti al portone. Quando prese l’influenza e si assentò una settimana da scuola, colsi l’occasione per far sedere un altro al posto suo nel mio banco. Al ritorno non mi disse niente e il pomeriggio si presentò puntuale alle sedici.
Questo suo resistere lo rendeva ai miei occhi ancora più patetico. Ogni sua mossa cordiale, accomodante o distensiva rispetto ai miei attacchi, lo abbassava un po’ di più al livello di ameba. Ritenevo l’affetto che mi dimostrava privo di valore, dato che palesemente non era ricambiato, e che per questo motivo dovesse essere di una natura che non aveva niente a che fare coi sentimenti, ma con quella specie di devozione che hanno le pecore per il proprio cane pastore, o certi mentecatti adoratori delle mode.

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