L’altro (Parte I)

di Roberto Albini

Ma guarda un po’ tu: Marcon Claudio. Cioè, io in questo centro commerciale non ci vengo mai, e per una volta, dico una, che mi scordo il latte chi ti incontro tra i salumi marchigiani e l’offerta sulla spigola surgelata? Marcon Claudio, il mio migliore amico delle elementari. Provo a ricordarmi di me studente di dieci anni. Mi vengono in mente solo cose tipo le crepe sul muro, le cartine geografiche colorate, i pidocchi, il buco sul banco che in teoria serviva per il calamaio se non fosse caduto in disuso sei secoli prima, la polvere, e quegli orrendi lampadari sferici che sembravano ti dovessero cadere addosso da un momento all’altro. Eravamo brutti, sporchi e anche maleducati, noi, a quell’età. Che adesso passi davanti a una scuola elementare qualsiasi e sembra di ritrovarti alla sfilata di Prada: davanti ci sono parcheggiate alla rinfusa macchine che nemmeno al Billionaire il sabato sera; i ragazzini che fanno a gara a chi ha pagato di più i jeans, mentre le ragazzine sbrilluccicano le unghie dove hanno fatto dipingere la miniatura della locandina di Twilight. Credo di stare iniziando a ragionare come mio nonno, che andava fiero del fatto che lui all’età mia già aveva avuto tre volte l’epatite e aveva visto almeno quindici cadaveri di cui la metà mutilati. Qualsiasi cosa io facevo lui l’aveva fatta prima di me e in condizioni decisamente più sfavorevoli, oppure si era divertito immensamente di più e con molto meno, così alla fine mi veniva voglia di non fare un cazzo, che tanto era tutto uguale. Per come la raccontava nonno, tutti quelli che erano sopravvissuti alla guerra non si aspettavano nessune nuove emozioni dalla vita, perché lei gliele aveva fatte vivere tutte. Io pure vado fiero delle miserie della mia epoca giovanile, come fossero medaglie da esibire in una parata. Ai miei tempi, quando andavo a scuola, vedevo le donne fare a botte nelle corti, dentro i lotti, mica come voi che adesso vi perdete lo spettacolo di assistere a due signore adulte che si afferrano per i capelli in mezzo a una strada… Dal vivo intendo. Io a scuola ci andavo a piedi, anche d’inverno e con la pioggia, mica come voi sfigati che ci andate al calduccio dentro un Suv... In effetti, questi discorsi suonano proprio come quando mio nonno, mentre mangiavo i Sofficini Findus, se ne usciva che in confronto alla cicoria erano cacca. Non ne sono sicuro, ma forse mi sto avvicinando a quella fase della vita in cui i tuoi gusti tirano l’ancora e si fermano. Il resto continua ad andare avanti, ma per te la musica migliore resterà sempre quella degli anni Ottanta. Che oggettivamente era orrenda, ma non ci puoi fare nulla: se annaffi una pianta con il piscio crescerà uguale, e il sapore del piscio per lei sarà il ricordo della sua gioventù.
Ora, questo Marcon Claudio, io me lo ricordo bene. Aveva un fratello, più piccolo di noi, a otto anni pesava già settantasette chili e quando ti veniva a trovare apriva tutti i cassetti di casa. Lo chiamavano Er Palletta, con scarsa fantasia in effetti. Lui invece, Claudio, era un tipo da quoziente intellettivo sotto la media. Non avevamo nulla da dirci, né gusti in comune, ma questo lui sembrava ignorarlo. Insisteva nel cercarmi in una maniera così pressante da rasentare lo stalking. Mi citofonava tutti i giorni alle sedici, con la scusa di andarci a vedere insieme Daltanius, che piaceva solo a lui. Io non sapevo dire di no, andavo a casa sua e passavamo i pomeriggi a vedere la Tv, insieme alle sorelle maggiori di Claudio, il quale unico pregio era che già avevano le tette. A scuola mi aveva scelto come mio compagno di banco cacciando quello precedente. Mi parlava in continuazione di una serie di casistiche di calcio, di gol segnati e subiti, di classifiche dei capocannonieri, poi mi domandava quali armi avrei usato io se fossi stato al posto di Daltanius.  Tutte cose di cui non me ne fregava niente, ma assolutamente niente. Eppure io e lui abbiamo passato tre anni sempre insieme. Mia madre era contenta perché lui abitava vicino casa mia, e poi anche perché sapeva sempre dove trovarmi. Tutte le volte che tornavo mi domandava se mi ero divertito, e tutte le volte io sbuffavo. Mia madre, per uno di quei motivi che sfuggono alla logica del semplice ragionamento razionale, interpretava quel verso con un “Sì, tanto mammina”, e mi rispondeva con un sorriso.

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