L’uomo che morì per l’abbaiare di un cane (Parte VIII)

di Roberto Albini

“Come ti chiami?”, disse il capitano. “Manuel”. “Manuel, devo uccidere tu, il tuo amico in coma etilico e la tua amichetta. Non è nulla di personale, ma siete testimoni e, dal mio punto di vista è un bel problema. Oddio, magari siete il problema pure di qualcun altro, io non vi conosco. Ma questa cosa non mi riguarda, ciò che importa, in questa circostanza, è che voi avete visto il mio amico Caputo sparare al vostro vicino. Lo capisci? Come quando ti prude una parte del corpo difficile da raggiungere, e il prurito aumenta, aumenta, fino a quando tu non desideri altro che passi quello spiacevole fastidio. Diventa l’unica cosa che importa veramente, e allora ti contorci, ti strusci su una parete, ma poi finalmente ce la fai. Il prurito è svanito, e tutto torna a posto. Naturalmente il prurito in questa storia siete voi. E poi passerà, e passando voi non ci sarete più, ma al vostro posto resterà un’efficace, comoda, scusa che inventerò per salvare il culo a Caputo. Ora, poniamo che il prurito fosse un essere vivente, sì insomma, che respiri, che si riproduca e tutto il resto: un animale in pratica. Ecco, immaginati che ogni volta che ti prude una spalla, fosse un animaletto a generare il prurito: pensi che ucciderlo, per toglierti il fastidio, ti sembrerebbe immorale? Aspetta prima di rispondermi. Pensa prima a quante volte hai fatto del male, nella tua vita, semplicemente per toglierti un prurito”.
Manuel non fiatava. Seguiva il discorso del capitano riuscendo quasi a non battere le ciglia. In verità non capiva per quale motivo questa filippica prima di sparare. Credeva che questo genere di cose, cioè il pippotto del nemico prima di giustiziare il buono, succedesse solo nei film, nei libri, nei cartoni animati. A pensarci bene, Mazinga vinceva sempre e solo perché il mostro di turno, un attimo prima di infilargli una lama perforante in petto condannandolo a morte, non poteva fare a meno di disquisire sulle differenze iconografiche nel barocco ungherese. Iniziò a credere che in tutto ciò potesse celarsi una trappola, una di quelle fini, da sbirri che fanno confessare a chiunque di aver sepolto viva tutta la famiglia, magari  con l’aiuto di tecniche da servizi segreti israeliani. Quindi non si distraeva un attimo, osservava attentamente tutto del capitano: la sua mimica facciale, i suoi gesti, persino la pressione che esercitava sulla pistola. E notava che c’era qualcosa che stonava in quella scena, qualcosa che non si trovava al suo posto. Perché il capitano non lo aveva ancora ucciso?
“Sono convinto, Manuel, che prima la gente iniziava a farsi male solo quando il dolore da sopportare era simile a quello di un dente infiammato. Invece, con il passare del tempo la soglia di sopportazione ci si è come assottigliata, erosa. I nostri nonni sono cresciuti tra bombe e gatti cotti alla brace eppure, ancora adesso, conservano una specie di luce diversa nei loro sguardi. Non saprei spiegartelo meglio, con precisione, ma sono sicuro che hai capito di cosa parlo”.
A Manuel venne in mente Mazinga, la puntata in cui c’era un mostro che riusciva a smontarsi un attimo prima di essere colpito dal missile. Mazinga lo colpiva e quello niente, ci riprovava e il mostro si divideva prima di essere toccato. A un certo punto, dopo venti minuti di tentativi inutili, a Mazinga gli viene in mente di sparare il raggio gamma, quello che squaglia. Il robot nemico prova a disgregarsi ma rimane fuso in se stesso, e Mazinga vince. Aveva circa sette anni quando vide quella puntata, ed è da allora che Manuel si domandava: perché Mazinga ha aspettato venti minuti prima di squagliare il nemico, se possedeva sin dall’inizio del combattimento l’arma in grado di sconfiggerlo? Gli sembrava come se finalmente lo stesse capendo.
“E pensaci Manuel, prima ancora dei nostri i nonni, i nostri bisnonni, senza energia elettrica, senza bidet. E prima, ancora prima di loro, tutti gli altri, che nemmeno sapevano scrivere, e apprendevano le leggi dai dipinti sulle chiese. Eppure, eppure tutto scorreva liscio. La vita è fondamentalmente una sofferenza, a volte come quella di un prurito, altre come quella di un mal di denti. La serenità è il lasso di tempo che passa tra una fitta e l’altra, e credimi in questo caso la marca del tuo dentifricio non c’entra niente. Però loro lo sapevano, lo accettavano, come l’acqua che bagna, il fuoco che scotta, capisci? Se ti faceva male un dente, non c’erano dentisti per curarteli, con l’anestesia. Il dolore te lo tenevi, tanto sapevi che prima o poi avresti finito i denti. Sarebbe passato, e poi tornato, e poi di nuovo andato, in un ciclo, esattamente come capita alle stagioni. Mi segui?”.
A Mazinga non interessava veramente uccidere il nemico, voleva qualcosa di più, voleva umiliarlo. Voleva aspettare che si esibisse in tutte le sue mosse, per poi dimostrargli che bastava un semplice raggio per sconfiggerlo. O forse no. Forse Mazinga in certi casi non sapeva bene cosa fare, forse anche lui si emozionava, si spaventava… Mazinga era il robot, il mezzo impassibile, ma dentro c’era un uomo a pilotarlo.
“I ricchi non fanno eccezione. Non ti far fregare: si ammazzano, si drogano, si sbiancano, in una parola sola impazziscono, pure loro. Non è una questione di benessere materiale. Dunque: perché oggi come oggi, sempre più gente si spacca? La mia personale teoria è che ci è calata, e di brutto, la soglia del dolore. Un prurito diventa un mal di denti e il mal di denti… Cosa c’è di peggio del mal di denti? Bhé, quello”.
Manuel capì tutto. Era semplice. Sotto l’effetto del fumo i pensieri viaggiano più veloci, rapidi. Si ha la percezione del tutto in tutto, e le idee appaiono come tanti fuochi artificiali, brillanti e perfetti. Mazinga gli aveva parlato chiaro: Manuel doveva cercare il pilota del capitano. Così si avvicinò, schiacciando il naso contro la canna della pistola. Guardò il militare negli occhi, che interruppe il suo discorso, stupito. “Ma cosa fai? Che ti guardi?”, chiese l’agente. “Sto cercando il tuo pilota. Deve esserci da qualche parte, ne sono sicuro”. Il capitano abbassò l’arma, abbandonando sconsolato il braccio. Si girò verso Caputo, che ancora stava lì sull’attenti, con gli occhi spenti, poi guardò Marinella, sdraiata a terra, e infine puntò Lucio, in coma sul divano. Gli sparò due colpi, uno in testa l’altro al cuore.
Lucio fece due sobbalzi riatterrando sullo stesso posto, nella stessa posizione, come non fosse successo nulla. Nemmeno sanguinò tanto. Subito dopo l’agente diresse la pistola verso Caputo colpendolo ad una spalla. Caputo non disse una parola né fece un lamento. Solo nel momento in cui la pallottola entrò nella sua carne indurì i muscoli del volto. Girò anche un poco il busto, ma poi, subito, ritornò nell’identica posizione di prima, come Lucio.

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