L’uomo che morì per l’abbaiare di un cane (Parte VII)

di Roberto Albini

“Cazzo, Caputo! No! No, no, no! L’hai fatto di nuovo?”. Il capitano sbatteva i piedi a terra come una donna isterica, mentre Caputo lo fissava ansimando, con il fucile ancora caldo tra le braccia. Fabiana crollò a terra producendo un tonfo sordo. Manuel guardò la testa esplosa del Bellini, poi Caputo, poi tornava al Bellini, incredulo, sgomento. Passarono una trentina di secondi prima che si decidesse a soccorrere la sua amica. Le si avvicinò cercando di alzarle piano il capo, tentando di usare la massima cautela: “Francesca stai bene?”, le chiese premuroso. Lei aprì gli occhi lentamente, osservando la cucina come fosse la prima volta: “Perché mi chiami Francesca? Non ti ricordi che mi chiamo Marinella? Marinella Tedeschi… Ma… Cosa ci fai anche tu a Tokyo?”. Manuel non comprese subito quelle parole: “Che vuol dire Tokyo, Marinella?…”. Lei sorrise flebilmente: “E dove pensi che ci troviamo sciocco? Uh, che mal di schiena…”.
Intanto Federico II andava in giro in cerca di brandelli di cervello e altre frattaglie di quello che era stato il suo padrone. Leccava il sangue a terra, annusandolo fino a quando non incontrava un residuo organico. Dopo lo ingoiava ingordo, con aria soddisfatta. E’ quella la fine dei padroni dei cani, una volta che i cani capiscono di non avere più padroni. Anzi, a pensarci bene quella, prima o poi, è la fine di tutti i padroni.
Il capitano faceva avanti e indietro nella stanza, nervoso, farfugliando bestemmie. “Cazzo Caputo, avevi promesso di non farlo più, mai più. Me lo avevi giurato perdio. Mica posso passare la mia vita ad aggiustare la tua! E la prima volta nell’asilo. Te lo ricordi? Eh? Te lo ricordi imbecille? Dovevi solo tenere d’occhio il sequestratore, roba da cadetti. E tu che fai? Spari a una maestra. E va bene, mi sono detto: è giovane, è alla sua prima missione, la tensione e tutto il resto. Quel giorno c’erano solo un paio di marmocchi come testimoni ed è stato facile insabbiare tutto. Ma poi quella volta nel supermercato… Tre, dico tre, commessi! Se doveva finire così, tanto valeva non provarci nemmeno a sventare la rapina no? E pure lì chi ti ha salvato il culo? Io! E poi alla stazione della metropolitana, al concerto rock, allo stadio… Al circo Cristo! Perfino quella volta al circo sei riuscito ad ammazzare una zebra!”. A quelle parole Manuel si girò di scatto, lasciando cadere la testa di Marinella a terra, che risvenne. Quella frase gli era passata dentro il cervello come un lampo. I suoi sensi, intorpiditi da ciò che era successo, si riebbero tutti insieme, come se si fosse iniettato sedici Red Bull dentro le vene. Camminò lento verso il capitano che stava lì a smadonnare e con un filo di voce chiese: “Come la zebra? Quando?”. Il capitano si girò verso di lui guardandolo come un padre guarda il proprio figlio durante una scenata di gelosia con la propria moglie. “Eh, quando, quando, ma che cazzo d’importanza ha quando?”. Ma Manuel scosse la testa: “E’ importante per me saperlo. Quando è successo?”. Il capitano l’allontanò con una mano.  Lui non oppose la minima resistenza. “Ma che cazzo ne so, due tre anni fa. Forse più. Questo ammazza gente nemmeno fosse Jack lo Squartatore. E’ normale fare confusione no? Sono un uomo io, mica un computer”. Poi tornò verso Caputo strappandogli di mano il fucile. “Insomma Caputo, cazzo, e ancora cazzo. Vogliamo andare avanti così? Dimmelo che mi metto l’anima in pace”. Scagliò l’arma per terra che cadendo sollevò degli schizzi di sangue che andarono a imbrattare Lucio. Poi appoggiò la faccia a una parete, continuando a bofonchiare tra sé e sé. Manuel fissava Caputo cercando il coraggio di rivolgergli la parola. “Caputo, scusi se la disturbo in un momento così delicato… Ma quanto tempo fa ha ucciso la zebra? Se lo ricorda?”. Caputo respirava forte, gli occhi puntati verso il nulla. Passarono alcuni secondi prima che si rendesse conto che gli era stata rivolta una domanda. “Tre anni fa Signore! Missione: “Pagliaccio Incapucciato”, a Roma, piazzale Clodio, Signore. Target: sei rapinatori – Punto d’incontro con il target: il circo Orfei, Signore. Esito dell’operazione: positivo, Signore”. Finì di dire quelle parole, e subito calò su di lui un torpore catatonico. Manuel si lasciò cadere su una sedia, proprio accanto al Bellini, al quale ancora fumava il collo mozzo.
“Va bene Caputo, ci ho riflettuto: ti aiuto pure questa volta, cazzo. E lo sai perché? Lo sai? Perché sono buono cazzo. Perché mi fai pena, anzi schifo, anzi pena e schifo. Se non reggi la tensione, perché non ti cerchi un cazzo di altro lavoro? Perché non ti dai all’idraulica, all’architettura… I fiori: apriti un cazzo di negozio di fiori no? Dunque, vediamo come cazzo posso rimediare a questa tua ennesima stronzata…”. Il capitano scrutò la scena del delitto. C’era sangue da tutte le parti, sulle pareti, sui mobili. Pezzi di pelle bruciacchiati penzolavano dal lampadario, altri erano appiccicati ai mobili, come figurine attaccate a caso da un bambino con problemi comportamentali. C’era un tale casino lì dentro che per cancellare le tracce ci sarebbero voluti sei agenti di CSI e nove puntate intere compresa la pubblicità. Il capitano pensò che non sarebbe bastato pulire tutto e fare finta di nulla. Avrebbe potuto minacciare i due testimoni, spaventarli un po’, magari avrebbe potuto sparare su una mano a Manuel, come promemoria del giuramento di silenzio, ma poi cosa avrebbe detto ai colleghi? Questa volta Caputo aveva fatto un bel macello, e in più in un posto chiuso. Serviva un’idea all’altezza di quel gesto sconsiderato.
Marinella uscì dalla cucina con un mocho in mano e prese a pulire per terra, come se dovesse spazzare i resti di una cena, fischiettando perfino. Manuel la vide ma non ebbe la forza di dirle nulla, che ancora stava pensando a quella storia della zebra, che non aveva ucciso lui. Manuel dopo quell’episodio era stato cacciato dall’Arma, ed era rimasto disoccupato un bel po’ prima di ritrovare lavoro come guardia giurata di una Todis sulla Prenestina. Una vita distrutta, e tutto per colpa di un poliziotto psicopatico di merda. Avrebbe voluto prendere Caputo e strappargli il naso a morsi, ma si sentiva svuotato, le braccia pesanti, e i pensieri scorrere singhiozzando come attraverso un lavandino otturato.
Il capitano estrasse la pistola dalla fondina, e la caricò con un gesto meccanico. “Ok, prima cosa: eliminare i testimoni”, e dicendo ciò puntò la Beretta sulla fronte di Manuel. Lui non reagì nemmeno un po’. Pensava che sarebbe stato molto meglio venisse ucciso. Aveva appena scoperto che se la sua vita era stata un disastro, non era stato per colpa sua. Che tutto era dipeso da scelte compiute da altri, che lui aveva solo subito l’idiozia isterica dell’umanità, e che non avrebbe potuto fare nulla per cambiare né le persone, né il corso della sua esistenza. In fondo era già morto perché il suo futuro era già cadavere. Pensava che nessuno può morire due volte. E, invece, si stava di nuovo sbagliando.

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