L’uomo che morì per l’abbaiare di un cane (Parte V)

di Roberto Albini

Caputo osservava dall’alto il quartiere. Le persone avevano iniziato a uscire tutte insieme, come si fossero date un appuntamento, come formiche alle quali un bambino dispettoso stava bruciando il formicaio. Il suo mirino telescopico indugiava su ognuno di loro, a caso, ed era così potente che l’agente, se avesse voluto, gli avrebbe pure potuto contare il numero dei peli nelle orecchie. Un gruppo di ragazzini, a cavallo di motorini smarmittati, si era radunato ai margini della via principale dove, da un momento all’altro, sarebbe sbucato il Santo Padre. Uno di loro tirava fuori dalle tasche dei pacchetti argentati che distribuiva rapidamente agli altri con fare guardingo. Molte persone si erano portate dei cartelli. Su alcuni c’era scritto “Meno male che il Papa c’è”, su altri “Padre rimetti a posto la mia casa”, qualcuno invece sventolava la bandiera della Roma. Caputo non capiva cosa cazzo c’entrasse, ma tanto per lui era uguale, e intimamente sapeva che nemmeno quella gente si rendeva conto della differenza che passava tra un campione di calcio, un leader politico, o un Papa. A Caputo l’umanità faceva schifo, anzi, non proprio l’umanità in quanto tale, piuttosto i suoi desideri. I desideri della gente, secondo lui, puzzavano, e quell’odore se lo sentiva permeare in tutti i suoi pori quando si trovava in mezzo alla folla. Per questo preferiva restare in disparte, lontano da qualsiasi essere umano, in cima a un palazzo, dove l’olezzo di sogni umani non poteva raggiungerlo, e da dove lui aveva la possibilità di osservare quella massa di frustrazioni attraverso la croce del suo mirino senza rischiare di essere confuso con loro. Poi, a un certo punto, quella miriade di capocchie di spillo si diresse verso la stessa direzione, sbracciandosi e urlando istericamente. La star aveva fatto il suo ingresso, anche se un palazzo impediva a Caputo di vedere da quale parte di preciso giungeva. Un applauso fragoroso tuonò tra le mura ammuffite di quei palazzoni di periferia. Tutti gridavano: “Viva il Papa! Viva il Papa”, e Caputo avrebbe voluto spiegare loro che quell’entusiasmo era diretto dalla parte sbagliata. Si sarebbero dovuti abbracciare e ringraziare a vicenda perché tutta la bontà e la voglia di pace, tutto quello che si aspettavano dal Papa nasceva da loro, perché loro avevano creato quel personaggio, e che senza il loro desiderio puzzolente di vederlo così come gli appariva, lui non sarebbe stato nient’altro che un adulto mascherato da meringa. Tutto ciò che di buono esiste in questo mondo, qualsiasi sia la forma che vogliamo dargli, proviene da questo mondo, e tutto il male, anche il peggiore, anche quello che non ci appartiene, è sempre nostro.
Questo Caputo avrebbe voluto gridare, da quel balcone, in via di San Basilio, a Roma, la sera che il Papa venne a far visita in quella zona amena dell’universo. Ma una vertigine, una nausea sottile, gli strinse la gola, gli fece girare la testa, costringendolo a distrarsi dalla sua guardia. Era quell’odore, quel maledetto puzzo di voglie cariate, che saliva su, in alto, fino a raggiungere le sue narici. E allora tacque. Si riprese scuotendo la testa, cercando di lottare contro lo schifo che gli provocava quella visione, e tornò a rifugiarsi dietro il mirino.

Il capitano si stava portando la tazzina di caffè alla bocca quando, per l’ennesima volta, qualcuno bussò violentemente alla porta. Seguì l’abbaiare di un cane, amplificato dall’eco prodotto dalle pareti strette del pianerottolo, e un urlo umano, ancora più bestiale. Il capitano poggiò la tazzina sul tavolo, e si diresse rapido come una faina verso l’uscio. “Chi è?”, disse secco portandosi una mano sulla fondina. Manuel nel frattempo si era spostato a coprire Lucio che guardava il vuoto, o qualcosa che poteva vedere solo lui. Silvana, capita la sua mossa, si spostò anche lei a cercare di occultare il cadavere dalla visuale. “Sono Bellini, del terzo piano. Volevo scusarmi per prima…”. Il capitano si girò verso i due ragazzi interrogandoli con gli occhi, e loro scossero la testa fingendo di non sapere di cosa stava parlando. Il capitano socchiuse la porta e il cane, rapido, caricò come un ariete. “Vuoi stare fermo cazzo!”, gridò il Bellini a scquarciagola. “Lo scusi…”, continuò il vicino e interrompendosi quando si accorse che quello che gli aveva aperto la porta non era Manuel. Allora, trattenendo la bestia con tutte e due le mani per il collare, aggiunse: “Ma… forse ho sbagliato appartamento…”. A quel punto il capitano spalancò la porta di colpo. Il cane con un salto si precipitò dentro la casa andando a sbattere contro il tavolo mentre Bellini venne letteralmente trascinato dentro. Il poliziotto diede uno sguardo furtivo fuori, poi chiuse. “Insomma: chi è lei?”, chiese serio il capitano. “Gliel’ho detto, sono Bellini, del terzo piano. Prima Federico II, il mio cane, ha urtando accidentalmente contro la porta e volevo scusarmi, forse qualcuno si è spaventato e…”. Poi Bellini notò il cecchino appostato e i due ragazzi in piedi, contriti. “Ho capito, sto disturbando”, seguitò l’ospite, “Forse è meglio che vada…”. Ma il capitano si frappose sbarrandogli la strada. “Qui non se ne va nessuno: è in corso un’operazione militare, lei è precettato fino al suo termine”. Bellini accennò una risposta, ma non gli vennero le parole. Poi Federico II ricominciò ad abbaiare in direzione di Caputo che si girò un attimo annusando l’aria per poi tornare, indifferente, ad osservare fuori della finestra. “Se non fa star buono quest’animale, le giuro che lo ammazzo qui, subito”, sibilò il capitano. Federico II guardò prima il padrone, poi il poliziotto, dopo la sua pistola, e si accucciò, placido, sotto il tavolo.

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