L’uomo che morì per l’abbaiare di un cane (Parte II)

di Roberto Albini

I due ci misero qualche secondo a realizzare cosa fosse successo. Da dietro la porta qualcuno sbraitava, ma non si capiva né a chi né cosa urlava. Lucio stava lì, sul tavolo, le mani coprivano ancora il libro, e lui sembrava il tuorlo di un uovo un attimo prima di diventare zabaione. Manuel fu il primo ad avere il coraggio di dare un piccolo colpo al braccio di Lucio, giusto per vedere se reagiva. Invece cadde lentamente come una valanga di  liquido denso. Il braccio rotolò pigro verso i margini del manoscritto fino a quando non incontrò la loro fine, poi cadde sul tavolino, ma solo perché non poteva fare altro, rivelando così il titolo fino ad allora celato dall’abbraccio mortale. Manuel sgranò gli occhi. “Non ci posso credere”, disse quasi sibilando. “Nemmeno io”, rispose laconica la ragazza. “Tutta una vita a cercare il titolo per il tuo libro per poi…”, ma venne interrotto da Monica: “…Per poi morire un attimo dopo…”. Manuel scosse la testa: “Ma no, non è quello: “L’uccello che girava le viti del bosco”. L’ha intitolato così, ma l’ha spudoratamente copiato da “L’uccello che girava le viti del mondo”, di Murakami! E’ famosissimo! Non è possibile!”. Debhora si precipita sul libro, sfilandolo da sotto il morto, per leggere meglio. C’era proprio scritto “L’uccello che girava le viti del bosco”, stampato in Comic Sans rosso fuoco, grande. “Deve essere morto per la vergogna, altro che cane…”, aggiunse lui. Federica si alzò di scatto dalla sedia. Fissava Lucio, poi Manuel, poi tornava su Lucio. “Insomma, cosa facciamo Manuel? Chiamiamo l’ambulanza?”. Manuel si mise pure lui a guardare il cadavere, scuotendo la testa. “Non so, forse abbiamo tempo. Voglio dire, non è che adesso se lo portano all’ospedale risolviamo qualcosa… Cioè, è morto. Mica si guarisce dalla morte”. Tiziana prende a mordersi le unghie. “Ma tu dico… Silvana: ma tu non puoi fare qualcosa di quelle cose tue… Insomma…”. Marta batte i piedi e aggrotta le ciglia: “Primo: io non mi chiamo più Silvia da almeno due ore. Secondo: io non sono mica la Madonna, mica faccio i miracoli!”.
Manuel le aveva detto così perché a Sara, da ragazzina gli era successa una cosa, una cosa strana (anche perché se fosse stata normale non ci sarebbe nulla da raccontare), che gli aveva cambiato la vita. Giuliana quando era piccola abitava in un piccolo paese in provincia di Roma, Frasco Romano. Una strada che ne incrociava un’altra la quale finiva davanti ad una chiesa; un piccolo parco, dove ci andavano a giocare gli unici cinque bambini del paese, e un enorme centro commerciale a sette piani, parcheggio esterno, interno, sette ristoranti, quattro paninoteche, un cinema multisala, e due sale slot. Un paesino tranquillo insomma.
Una sera che la piccola si era attardata a rincasare, un momento prima di giungere di fronte al portone sbucò, da dietro un vicolo, una vecchia che l’afferrò per un braccio. Tiziana non aveva mai visto quella donna: era nata lì, gli abitanti erano pochissimi, e si conoscevano tutti, ma quella proprio non l’aveva mai notata in giro. Lei era spaventata, l’anziana aveva quasi tutto il volto coperto da un velo nero, e la fissava da dentro quel buio senza parlare, così la ragazzina iniziò a piangere. A quel punto la vecchia disse: “Avvertili tutti, sta per arrivare un terremoto terribile. Moriremo tutti. Sbrigati: avvertili!”, poi mollò la presa. Renata scappò veloce, impaurita. Lei non sapeva nemmeno cosa fosse di preciso un terremoto. Aveva capito che era una cosa brutta, pericolosa, ma se provava a immaginarsi in che modo questa cosa cattiva sarebbe accaduta, che conseguenze reali avesse, non ci riusciva proprio. Il terremoto per lei non aveva forma, né sostanza, era solo un ordine che aveva ricevuto da un adulto, quindi una cosa seria. Appena arrivata a casa cercò subito la mamma, che stava lavando i piatti. “Ce ne dobbiamo andare mamma: arriva il terremoto!”, disse la piccola cercando di rifare il tono minaccioso che aveva sentito poco fa. La madre la guardò vacua. Aveva la testa da tutta un’altra parte. Aveva passato le ultime due ore a ripetersi a mente tutte le entrate e tutte le uscite economiche del mese. Dentro di lei c’era un intero parlamento che discuteva la legge finanziaria, e proprio come in politica c’erano cifre con le quali coprirne altre, che a loro volta ne scoprivano altre ancora, in un turbinio di numeri che finivano sempre con pronunciare la solita sentenza: se per vivere ti serve sei, quattro non ti basterà. La bambina aveva preso la madre in un momento in cui era come divisa a metà: una parte si trovava in un posto azzurro, leggera, lontana, l’altra invece stava in una casa vecchia, a lavare i piatti, con la testa piena di debiti e una mocciosa isterica che blaterava senza senso. Le ordinò di andare a lavarsi le mani, che la cena era quasi pronta, e nemmeno capì cosa le aveva detto. Allora Patrizia corse a cercare il fratello, che stava in camera sua con le cuffie alle orecchie, ascoltando musica. Lei gridò “Il terremoto!”, ma quello nemmeno ci fece caso. Agitava la testa come stesse facendo l’assolo della sua vita con una chitarra elettrica immaginaria. Maria, sconsolata, cercò il papà, che però non c’era, allora decise di uscire, di andargli incontro, e quando arrivò per strada prese a gridare: “Sta arrivando il terremoto! Sta arrivando il terremoto! Scappate!”. Però per le vie non c’era nessuno. Le finestre sui palazzi erano serrate così come le porte. Si sentiva solo la sua vocina rimbombare tra i vicoli insieme al rumore delle sue scarpette mentre correva. Ad un certo punto si perse. Si ritrovò al centro di una piazzetta in cui non era stata mai. Smise di gridare. Sotto di lei sentì come lo scuotersi di una belva enorme, avvertì chiaramente la sensazione di trovarsi in piedi sulla groppa di una bestia grande quanto tutto il mondo. E l’animale scosse le spalle.
Davanti a lei crollarono uno ad uno tutti i palazzi del suo paese, senza fare rumore, avvolti da una fitta nebbia di calcinacci che ricadendo nascose tutto: le macerie, i cadaveri, la memoria di Loredana, che da quel giorno non seppe più ricordare il suo nome.
Insomma, a causa di questa storia, Manuela si dedicò a studiare la magia, gli oroscopi, i tarocchi e la divinazione in generale. Lavorava in call center di quelli che ti vendono il bastoncino benedetto, e questo bastava per far di lei una maga. Tutti la chiamavano così, e quando i suoi amici parlavano di lei ad altri, pronunciavano questa parola abbassando il tono della voce, come per far capire che parlavano di una cosa seria.
“Dai almeno provaci, che ti costa”. Incalzò Manuel: “Non so, chiudi gli occhi, concentrati su gli avi, lo spirito del bosco, Babbo Natale. Dai, magari funziona”.

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