L’uomo che morì per l’abbaiare di un cane (Parte I)

di Roberto Albini

Manuel stava tentando di girare la quinta canna, quando Lucio entrò letteralmente zompando al centro della stanza. Marion, o non so come si facesse chiamare in quei giorni quella ragazza, era stravaccata sull’unica poltrona della casa. Stava guardando su un documentario a proposito della scomparsa della scimmia pecorina in Amazzonia, in uno dei quei canali il cui nome finisce per “y”. Lucio atterrando produsse un botto enorme tanto che vibrò il pavimento, e Dorian, o non mi ricordo come si faceva chiamare in quel momento, si girò di scatto. La sua bocca, il suo sguardo, persino la posizione delle mani, tutto indicava che stesse per urlare, ma in verità non uscì nessun suono da quelle labbra tinte di rosa forforescente. Manuel, invece, alzò appena lo sguardo. “Cazzo, ho i polpastrelli secchi, non riesco a far girare la cartina. Chi è che mi lecca i polpastrelli?”. Lucio li guardò tutti e due con un sorriso a centottanta denti, senza nemmeno far caso alle loro reazioni. Teneva tutte e due le braccia dietro le spalle, chiaramente nascondeva qualcosa. “Indovinate: che è successo oggi?”, disse facendo una vocina da scemo e cantinelando la frase. Manuel stava fisso su quella maledetta canna che non gli riusciva proprio di chiudere, e Floriana, insomma quella lì, continuava a guardare Lucio sbigottita come una che si è appena svegliata, e riusciva solo a scuotere la testa. “Esatto! L’ho trovato ragazzi!”. Manuel per un istante alzò la testa, e anche quella finalmente tornò sulla Terra. Marian a quel punto sorrise e con un filo di voce disse “Il titolo?”. Lucio a quelle parole reagì come un ossesso. Tirò fuori quello che teneva nascosto dietro la schiena che era un volume, di quelli con la copertina di plastica trasparente sopra un cartoncino più duro, marrone tristezza autunnale, con le spirali di plastica che sembrano fatte dello stesso materiale dei fili del telefono negli anni Ottanta. Scuoteva questo fascicolo in aria mentre girava su se stesso, ridendo come un folle e teneva in alto le braccia nemmeno stesse stringendo la coppa dei Mondiali di Calcio. “Si! Sì! Il titolo!”.
Ora, c’è da dire, che Lucio erano circa dieci anni che stava cercando il titolo del suo unico libro, per poi poterlo presentare a qualche casa editrice. Il libro lo aveva finito subito dopo la laurea, ma lo aveva iniziato quando aveva appena sette anni. Un’opera gigantesca comprensibile solo a lui e a tutti quelli che, stremati dopo aver ascoltato il sedicesimo brano estratto dall’esimia opera, sommergevano di complimenti il novello scrittore per chiudere l’argomento e potersi finalmente riposare. Lucio raccontava che l’idea per quel libro gli era apparsa come una visione, tanto che ancora restava scolpito nella sua memoria l’attimo esatto nel quale gli venne l’idea di scrivere.  Stava allo zoo, con suo padre. Era una mattina calda, di un caldo agosto romano. Il piccolo Lucio aveva insistito parecchio per farsi portare allo zoo, ma il padre lavorava tutta la settimana e aveva libera solo la domenica. Ma la domenica c’erano le partite, così tutte le cose che Lucio faceva con suo padre, le faceva d’agosto, a campionato fermo. Non è che poi questo padre avesse così tanta fantasia, visto che la maggior parte delle volte lo portava su un prato, non troppo lontano da casa, a giocare a pallone. Cioè peggio: a passarsi la palla uno con l’altro, per un’ora. Invece, quella volta, chissà perché, al suo papà venne in mente di andare allo zoo.
Passeggiarono lungo quelle viuzze maleodoranti, passarono la gabbia della tigre, quella dell’orso, gli elefanti, e poi arrivarono a una grande uccelliera, dove dentro convivevano una gran numero di specie di uccelli. Il piccolo Lucio osservava quella gabbia gigantesca stupefatto.  Gli uccelli erano di tutte le grandezze e i colori del mondo. Gli piaceva così tanto che a un certo punto si avvicinò di colpo alle sbarre, attratto da tutto quel battere di ali, quel volteggiare di piume, quella piovere di cacca fina. Ma a quel punto gli si avvicinò placido un merlo; avanzava piano diretto al ragazzino, come volesse esprimere la volontà esatta di volere proprio lui. I due si fissarono per un po’. Lucio era felice e spaventato allo stesso tempo, avrebbe voluto toccarlo, così si sporse con il braccetto leggermente verso il merlo, ma non fece in tempo a raggiungerlo perché a quel punto il volatile balzò all’indietro dicendo: “La pizza è buona!”. Lucio rimase a bocca aperta, e quello ripeté con ancora più voce e rabbia: “La pizza è buona!”. Il ragazzino non avrebbe mai pensato che un uccello potesse parlare, ne rimase sbigottito, basito, e fu in quel momento che ebbe la visione, l’idea sublime. Si immaginò un villaggio, nascosto nella foresta, dove per qualche motivo si erano evoluti solo gli uccelli, mentre gli uomini erano delle creature che abitavano i boschi, ad un livello semi primitivo. Gli uccelli erano divisi in caste, dove i predatori, stranamente, non erano in cima alla scala sociale. Più tardi, ma solo molto tempo dopo, questa semplice trama divenne lo sfondo a tutta una serie di accadimenti, di lotte per il potere, e storie d’amore.
Insomma, una mezza stronzata, ma lui ne era infervorato. Da quel giorno iniziò a scrivere il suo racconto, e continuò per anni e anni. Poi un bel giorno decise che era finito, ed iniziò a pensare al titolo. Ma più ci pensava e più non gli veniva proprio in mente come condensare l’opera di tutta una vita in poche semplici parole. E così non si decideva, e passarono altri lunghi anni, dove Lucio si tormentava ogni secondo perché affranto da questa sua mancanza di ispirazione. Chiunque gli stava intorno subiva questo suo stato d’umore, tanto che alla fine gli unici rimasti ad ascoltarlo erano quei due, con i quali condivideva l’appartamento e per questo si potevano sottrarre con molta più difficoltà.
E deve essere stato proprio questo a causare tanto stupore in Benedetta, sì insomma chi può ricordarsi come si faceva chiamare a quel tempo. In pratica non lo aveva mai visto ridere, tantomeno felicissimo come in quel momento. Finalmente aveva trovato il titolo, questo voleva dire che forse sarebbe diventato una persona normale. Lei si alzò in piedi, lo abbracciò, si complimentò, e saltò un po’ insieme a lui. “Ragazzi, sono così felice”, disse Lucio. “Per cortesia, mi succhi i polpastrelli?”, rispose Manuel.
La ragazza al contrario si dimostrava molto più curiosa. “Dai, dai, dicci che titolo gli hai dato!”, lo esortava. “Va bene, ve lo dico. Voglio che siate i primi a saperlo ve lo meritate”, disse Lucio aggiungendo: “Anzi, ragazzi, voglio che facciamo una cosa tutti insieme, perché io a voi vi voglio veramente bene, sul serio”, pronunciò questa frase sporgendo il labbro inferiore e spalancando gli occhi come un cerbiatto. “Allora, voglio dirvelo in maniera seria, perché per me è importante, e voi siete stati gli unici a starmi vicino in tutto questo tempo, gli unici che avete creduto in me. Quindi adesso io metterò il libro sul tavolo, tutti e tre lo toccheremo, poi ce ne staremo un po’ in silenzio, per concentrarci, per partecipare con tutto il nostro cuore, il nostro spirito, a questo momento essenziale della mia esistenza. Se mi volete bene, dovete farlo”. I due si guardarono. Lei sorrise mentre Manuel alzò le spalle e le mani che reggevano la cartina per far capire che lui non poteva con quel problema. Caterina sbuffò poi prese le dita di Manuel ciucciandole. “Ecco, adesso puoi. Dai fallo per lui”. Manuel con una sola mossa del polso chiuse di colpo la canna, e poi poggiò l’altra mano su libro. Subito dopo fece la stessa cosa Martina. Adesso stavano tutti e tre in silenzio, con gli occhi chiusi, i palmi delle mani sulla copertina del volume. C’era un’atmosfera magica lì dentro.
Poi all’improvviso la porta di casa schianta. Qualcuno o qualcosa diede una botta spaventosa contro l’uscio, le chiavi attaccate alla serratura saltarono per terra, e subito dopo un ruggito, anzi una serie di colpi secchi dell’abbaiare rauco di un grosso cane. Annamaria salta letteralmente dalla sedia portandosi le braccia al petto, Manuel fa schizzare la canna per aria e lancia un urlo effemminato. Lucio s’affloscia e stramazza sul tavolo. Stecchito.

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