Il ladro di passeggini (Epilogo – La ribellione degli acari)

di Roberto Albini

Il barista a quel richiamo esce immediatamente, come fosse stato tutto il tempo lì, dietro quella porta di vetri, nascosto ad ascoltare. Ma non è così, lui ha altro da fare: la sua guerra disperata agli acari. Sbuca rapido, un po’ sudaticcio, come al solito preceduto dalla sua pancia. Si aggiusta i capelli, si spazzola della polvere immaginaria dalle maniche arrotolate della camicia, poi estrae uno scontrino dalla tasca. Lo sventola per sottolineare la sua solerzia, accenna anche un sorriso che si spegne come un fiammifero, gelato dallo sguardo impassibile del suo cliente. Quando si trova a pochi passi dal tavolino rallenta e, come avesse preso le misure, inchioda a mezzo metro. Appoggia il foglietto con il conto usando estrema delicatezza, quasi fosse di cristallo, quasi avesse timore di produrre anche il più piccolo rumore al di fuori del necessario. “Ha fatto un conto unico?”, gli domanda il vecchio. “Voglio offrire io questa serata”, aggiunge. Il barista annuisce mentre muove gli occhi intorno per accertarsi della presenza di altre persone, ma non c’è nessuno oltre a loro due. L’altro scruta l’espressione del barista pancione, compiaciuto del suo stupore, poi prende in mano lo scontrino con uno svolazzo voluttuoso della mano. Estrae una montatura senza lenti dalla tasca della giacca, indossandola per un istante, il tempo di leggere la cifra, poi ripone gli occhiali e rimette lo scontrino sul tavolo, nello stesso identico punto dove pochi istanti prima lo aveva appoggiato il barista. “Prego, tenga pure il resto”. Il barista guarda il tavolo e poi il vecchio: “Signore, forse si è distratto, ma non mi ha pagato”. Il vecchio sorride: “Appunto, tenga il resto. Non serve”.

Dentro il bar, da sopra il bancone, un giovane acaro guarda in basso verso il pavimento. Osserva impassibile lo spettacolo orrorifico di migliaia di suoi simili agonizzanti al suolo. La mistura di igienizzanti  e acidi vari non è ancora evaporata del tutto, ed il suolo è ricoperto di piccoli laghi maleodoranti da dove spuntano arti e tronchi di corpi agonizzanti. E’ un vero massacro, pensa il giovane scuotendo la testa. Quando finirà questa tragedia? Si chiede. Non si ricorda neppure più  quanti esseri ha visto morire senza un perché, che sono spariti senza nemmeno avere la possibilità di capire di quale colpa  si fossero macchiati per meritarsi una simile fine. Gli sembra come se questa mattanza sia una cosa necessaria, l’ingranaggio indispensabile e sconosciuto al quale tutti sono predestinati affinché una macchina, il cui scopo ultimo non è dato sapere, possa mantenersi in funzione. Qualcuno di loro interpreta le stragi come il segno di una presenza divina, di qualcosa al di sopra degli acari stessi, capace di svelare il mistero dalla vita e della morte inquadrandolo in un concetto così alto da non poter essere compreso. Ma a lui questa spiegazione non basta. Molte volte si era riunito con dei suoi amici coetanei, quasi tutti ormai morti, per discutere del genocidio che da qualche tempo si stava perpetuando nei loro confronti. Avevano disegnato sul muro una data, il momento esatto in cui tutto era iniziato. Avevano tracciato una linea e si erano tutti messi a pensare a qualsiasi  cosa fosse accaduta in quel periodo. Il motivo di quella carneficina immotivata doveva trovarsi in qualcuno degli eventi occorsi nei giorni immediatamente precedenti al giorno in cui tutto ebbe inizio. Con solerzia avevano appuntato tutto quello che veniva loro in mente, e poi ne avevano discusso accanitamente per dargli una chiave di lettura. Ma ognuno di loro aveva una sua teoria, una sua spiegazione. Alcuni mettevano in risalto dei fatti, altri li contestavano dando il loro giudizio, quasi sempre opposto o comunque diverso, fino a quando si resero conto che non sarebbero mai arrivati a dare una spiegazione univoca alla tragedia che li stava colpendo. Nel frattempo la diatriba si era allargata a quasi tutta la popolazione di acari del bar. Tutti avevano voglia di dire la loro, e ciascheduno di quei piccoli esseri era convinto non solo di conoscere il mistero ma anche di avere in mano la soluzione della questione. Gli acari si divisero in gruppi, più o meno numerosi, che lottavano tra loro per imporre ora una ora l’altra teoria. L’unica cosa che li accomunava, che li faceva sentire uniti, era il senso di paura, di disagio profondo, e la mancanza di qualsiasi visione di un futuro accettabile che non prevedesse la loro estinzione. Il malessere ben presto si tramutò in disperazione, la disperazione in caos, il caos in frustrazione e la frustrazione in rabbia.
Benché fossero tutti ormai pronti a ribellarsi in qualche modo, le morti non cessavano, anzi, si intensificavano sempre di più. Dal cielo piovevano acque avvelenate dall’odore insopportabile che scioglievano i corpi, seccavano le fauci, e che lasciavano al suolo migliaia di cadaveri innocenti. Il vero problema è che non si riusciva più a capire chi fosse il nemico, chi fosse l’artefice di tutto ciò e per quale motivo dimostrava tanta crudeltà nei loro confronti.
Si fece largo, dunque, la teoria che il male non fosse qualcosa di esterno, ma di insito nel modo stesso di organizzare la società degli acari. Uno di essi in particolare, un esemplare peculiarmente velleitario, mise in discussione i criteri di scelta delle leggi che regolavano la vita dei minuscoli abitanti del bar. C’è qualcosa che non va, prese a dire. Prima di tutto il fatto stesso che non esiste un’organizzazione precisa. Cos’è questa anarchia, questa libertà? Pretendete forse che l’istinto di sopravvivenza da solo possa dotarci di qualche forma di difesa? E la maggior parte degli acari applaudì. L’acaro in questione, usava dei discorsi particolarmente convincenti, ma non erano questi di per sé a sembrare persuasivi. Era il tono, l’espressione: in un mare di confusione, qualsiasi soggetto si dimostri convinto delle proprie affermazioni, al di là di ciò che proclama, automaticamente avvalora le proprie tesi. Come a dire che quando non esiste più nulla di certo, affermare di avere certezze basta per rendere le supposizioni certe. L’acaro, quindi, riuscì a convincere buona parte della sua comunità che l’unica forma di lotta ad un sistema iniquo e illogico, fosse quello di imporre un regime sociale altrettanto insensato. Lo so, sembra assurdo, ma questo fu quello che successe in quel bar.
Il giovane acaro, dall’alto del bancone, continua a osservare i suoi simili morire nelle pozze di acido, mentre dentro di lui ancora risuonano le parole del suo leader: “Combattere il nulla con il nulla”. Ma non ne è convinto, c’è qualcosa che non lo convince fino in fondo. Il suo sguardo volge poco più in là. Un intero esercito di acari sta caricando il niente. Una voce da lontano li esorta a sacrificarsi, e loro rispondono a quell’inno con tutta la forza.
Ad un tratto si ode nel cielo, illuminato da lampade a neon, uno stridio sinistro. Gli acari arrestano la loro carica ponendosi in assetto difensivo. Da lontano l’acaro capo li esorta alla battaglia, ma poi un getto di acqua mista a veleni diabolici cade sull’esercito. Muoiono a migliaia. Quella fu ricordata come la sconfitta più grave del popolo degli acari, qualcosa che rimane nella memoria come il confine oltre il quale gli stessi acari non possono più osare spingersi.
Il giovane acaro, memore di quella sconfitta, guarda dall’alto del bancone il suo popolo gemere sommerso dalle misture mortali. E’ finita, pensa.
E si scorda che per uno scrittore, la fine è solo l’inizio di un altro capitolo.

FINE

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