Il ladro di passeggini (Parte XIII – Il vecchio e il topo)

di Roberto Albini

Il naso del topo sbuca dal tombino, le sue vibrisse enormi si agitano saggiando l’aria. Assomigliano a delle canne mosse da una brezza appena percettibile, poi, tranquillizzatosi da chissà quale segnale ricevuto, a fatica, fa uscire il muso. Le sbarre del tombino sono state deformate da centinaia di esemplari che come lui hanno usato quel pertugio per risalire in superficie ma, nonostante ciò, la sua mole gli impedisce di muoversi agilmente attraverso la ghisa contorta. Ci mette qualche minuto prima di ritrovarsi totalmente libero sul marciapiede. E’ zuppo di una mistura composta di fango ed escrementi. Il ratto respira affannato, si guarda intorno sospettoso, poi scrolla la pelle del suo corpo enorme facendo piovere merda tutto intorno. Si lecca una zampa, ma il suo sapore deve fare schifo perché si appresta a sputare a terra. Ringhia per la fame, però la strada è deserta, allora inizia a galoppare pesante nascondendosi dietro le auto che a malapena riescono a nasconderlo. Guarda in cielo e non c’è luna a rischiarare il cammino, solo la luce sbilenca di qualche lampione tenta di sbiadire la notte. E’ la situazione ideale per i suoi propositi di caccia. La sua coda, grande come un braccio umano, strascicando raccoglie immondizia, mentre i suoi baffi non smettono un attimo di cercare la vittima che lo sazierà. In lontananza si ode il guaito di un cane. Il topo digrigna i denti, si ferma un istante a controllare meglio la direzione di quel lamento, poi torna il silenzio e la bestia ricomincia a camminare acquattato. I suoi passi rimbombano tra i palazzi assiepati ai lati della strada, e gli artigli graffiando l’asfalto compongono le note sbilenche di una lugubre nenia. Ogni tanto si ricorda che forse dovrebbe temere qualcosa, allora si paralizza, muove gli occhi, sproporzionatamente piccoli in confronto al corpo, da una parte all’altra. Dopo si ricorda di non avere più nemici naturali. Nessun essere oltre all’uomo può ormai contrastarlo. I gatti se ne sono andati, lui non sa dove né il perché, sa solo che è da moltissimo tempo che la paura è sparita dal cuore dei suoi simili. Eppure le piccole tracce di un istinto millenario, ancora gli suggeriscono prudenza. Stare all’aria aperta non gli piace, si nota dal suo incedere goffo, ma le fogne sono ormai troppo affollate, non ci si può rimanere a lungo senza rischiare di essere schiacciati da altri topi, o addirittura di essere da loro sbranati. Per questo di tanto in tanto i ratti si concedono una passeggiata, quasi sempre notturna, per abitudine più che per necessità. Sa bene che non passerà molto tempo prima che l’aumento incontrollato della popolazione dei topi nel sottosuolo li costringerà sempre più spesso ad avventurarsi anche con il sole alto. Ma per adesso i ratti prendono tempo. L’invasione del mondo è prossima, è una questione di sopravvivenza, però manca ancora qualcosa, un piccolo scatto evolutivo come quello di possedere occhi adatti alla luce diurna, e soprattutto quello di eliminare per sempre dal proprio spirito anche quell’ultima traccia di timore arcaico. Ogni topo sa bene che quando anche l’ultimo anziano sarà morto e nessuno si ricorderà più che, in chissà quale epoca, esistevano i gatti, allora nulla potrà più fermare la loro avanzata sulla Terra.
Ad ogni passo la fame aumenta. Gli duole lo stomaco e sa che deve assolutamente mangiare o non avrà più le forze sufficienti per tornare indietro, nel sottosuolo. In lontananza scorge un bagliore. Muove le vibrisse che avvertono la presenza di qualcosa che respira. Forse è un grosso cane randagio. Aumenta il passo stando attento a non essere notato e si avvicina alla fonte di luce. Non può farsi vedere e allo stesso tempo non può vedere lui stesso cosa si cela dietro l’auto dove si è nascosto, ma tutti i suoi sensi enfatizzati dalla fame, gli indicano che c’è del cibo al di là di quella massa di lamiere fredde. Non sa decidersi, non può cacciare di sorpresa come al solito, non può giungere all’improvviso sulla preda e finirla con un morso letale. Questa volta, se vuole vincere, dovrà rischiare, uscire allo scoperto e affrontare la vittima senza il consueto effetto a sorpresa. Una fitta alla pancia lo costringe a lamentarsi, non può più aspettare: deve attaccare. Con un balzo sbuca da dietro la macchina e si porta al centro della strada ma davanti a lui non c’è un cane bensì un uomo, solo. Il topo fissa l’animale davanti a sé dritto negli occhi, vuole spaventarlo, gli mostra i denti e ringhia scuotendo potente la coda nell’aria. L’umano non si muove. Anche lui lo fissa immobile, e più il ratto cerca di scorgere un segnale di panico nella sua espressione, più si rende conto che quella persona non si sta comportando come un cane. Non c’è paura in fondo ai suoi occhi, ma qualche altra cosa, qualcosa che lui forse non può ancora comprendere. Quell’uomo non lo sta temendo, non è paralizzato dall’idea di finire pasto. Allora il topo indietreggia, non sa decidersi. Perché questa preda non si arrende a divenire tale? Cosa gli impedisce di provare timore di fronte alla morte certa che può infliggere il suo morso? Il topo scuote la testa sbuffando: forse ha un potere che lui non conosce, una mossa speciale, un’arma letale a lui sconosciuta. La fame lo spinge alla lotta, la ragione alla prudenza, e in quella battaglia interna capisce di aver perso l’attimo. Sbatte la coda al suolo che schiocca in un boato. Poi si gira e scappa nella notte.

Il vecchio tace. Giace sulla sedia senza quasi più forze, come se raccontare la sua vita l’abbia svuotato di tutto quello che conteneva il suo corpo. Si porta la bottiglia di Peroni vuota alla bocca, sovrappensiero, poi trasale e si ricorda che ormai non contiene nulla. Fa un cenno come per ordinarne un’altra, ma il braccio arriva a metà altezza e poi precipita sul tavolo. Sente che dovrebbe aggiungere qualcosa, che manca il finale di tutto, una considerazione, una chiosa che dia un senso a  quello che ha raccontato, però tace. Si gira di nuovo verso l’angolo di marciapiede dove ha abbandonato l’ultimo passeggino che ha rapito. L’assenza della luna non l’aiuta a scavare dentro il buio, così rinuncia e torna a fissarsi sul solito punto a metà tra il confine dell’universo e la fine del tavolino. Un rumore lo distrae da quella catarsi. Non ne è sicuro, non era abbastanza concentrato sul mondo, ma gli pare di aver udito come un ticchettio seguito da un piccolo tonfo. Sporge appena la testa, ma più per perdere tempo, per cercare di ritornare in sé, che per una seria volontà scoprire se i suoi sospetti sono reali. “Insomma…” dice rivolto al suo interlocutore, poi si ferma e torna a guardare la strada. Questa volta è sicuro di aver udito qualcosa, lì oltre la fila di macchine parcheggiate. Una botta metallica, come se qualcuno avesse dato un calcio alla portiera di un’auto. E’ più una curiosità che un timore. “Hai sentito anche tu?”, domanda. Poi un verso animale, uno scuotersi rapido, e all’improvviso davanti a lui, sbuca una bestia sconosciuta. E’ grosso come un piccolo maiale ma ha il pelo folto, scuro, appiattito contro il ventre da una patina gelatinosa che sgocciola a terra. Ha il viso da ratto ma i denti aguzzi come un grosso felino, e glieli mostra minaccioso mentre agita la coda squamosa come fosse il lazzo di un cow boy. L’enorme topo lo fissa producendo un ringhiare gutturale, un suono umido che sembra provenire dallo stomaco piuttosto che dalla bocca. Il vecchio afferra per istinto la bottiglia, la stringe per un momento con forza, forse vuole usarla come una clava, per difendersi, ma subito dopo la molla. Si gira completamente verso il topo, composto, con le mani sulle gambe, si aggiusta perfino i capelli. Gli sorride, ma senza allegria. “Sei tu?”, gli chiede. Il topo si avvicina, alza una zampa, vuole dimostrare che non ha paura di ghermirlo. “Ti hanno mandato gli uomini-capra, vero? Sei venuto a prendermi…”. Il ratto sbuffa, accenna ad avanzare senza in verità farlo. “Dai sbrigati, portami via. Non ho più nulla da fare qui ormai.” Il topo scuote la testa, sbatte la coda a terra, poi fugge e scompare dietro la fila di auto.
Il vecchio lascia cadere la testa sul petto, si gira verso il tavolo. “Barista! Barista, il conto per favore”.

Annunci