Il ladro di passeggini (Parte XII – Il segreto di un fazzoletto di carta)

di Roberto Albini

“Poi una casualità. Il collare della tipa prese a brillare, lei si portò un dito a sfiorare qualcosa d’invisibile e continuò a parlare, esattamente con lo stesso tono di prima, ma non più rivolta a me. Capii che aveva ricevuto una chiamata. Mosse gli occhi verso un punto indistinto nell’aria e assunse la tipica espressione amorfa che avete tutti, adesso, quando chiacchierate al telefono. Allentò la presa dalla mia mano, che lasciai cadere fiacca sul fianco. Fece un cenno come per dirmi di aspettare un attimo, e io ne approfittai per allontanarmi. Giusto qualche passo, per tornare a confondermi tra la folla.
A me la folla affascina. Se riesci a estraniarti, pare come di vedere un documentario, uno di quelli dove si vedono le mandrie di gnu muoversi compatte apparentemente senza direzione. Hai mai visto gli sguardi degli gnu? Sembra che nessun pensiero li sfiori mentre fanno ciondolare il muso. Anche la gente, quando si muove in branchi, ha la stessa espressione. Si muovono compatti e sparsi allo stesso tempo, senza lasciarti capire bene perché si stanno muovendo, proprio come gli gnu.
Comunque lui stava lì, circondato da gente distratta. Un bambino dentro il passeggino che giocava con le sue dita. Intorno centinaia di suoi simili lo ignoravano, presi com’erano ad andare senza sapere il perché. Era come una macchia su un lenzuolo bianco. Mi guardai in giro. Sembrava fosse solo. Osservai meglio ma proprio non vedevo nessuno stargli accanto. Allora mi avvicinai.
Fu strano. Prima con quella ragazza, a causa probabilmente della perdita del pene, non avevo provato nessuna sensazione ad averla accanto. Cioè, prima se una ragazza mi si avvicinava era istintivo prestargli attenzione, un certo tipo di attenzione, anche involontaria. Credo tu capisca di cosa sto parlando. Una donna, una sconosciuta ti si avvicina, tu provi a guardarla in faccia, ma gli occhi subito scivolano sul suo corpo. E’ un richiamo antico, la sessualità prende il sopravvento sopra qualsiasi altro pensiero. Tu non ci badi, in fondo è normale, ma già la stai giudicando come femmina, non più come persona. Poi interviene la ragione, ristabilisce l’ordine, e quell’idea sottaciuta torna ad abitare gli antri ai quali abbiamo destinato gli istinti, dentro una gabbia fatta di cultura e coscienza ammaestrata. Ecco, questo con lei non mi successe. Lo sguardo non andò oltre le intenzioni di guardare, mi apparve per quello che era, un essere umano. Non mi ispirava nulla se non la curiosità di capire chi fosse. Compresi che senza il pisello, per un uomo, la vita è più facile da gestire.
Invece, quando vidi quel passeggino e il suo occupante, avvertii un sentimento fino ad allora sconosciuto, un altro tipo di richiamo, anche questo forte, possente, invadente, sconosciuto e per questo ingestibile. Quando fui davanti a lui, lo accarezzai piano. Mi guardò ridacchiando, batté le manine e io risposi al suo sorriso. ‘Dov’è la tua mamma?’, gli dissi sforzandomi di mantenere un’espressione allegra. Ma lui non rispose, non poteva farlo. Si limitò a emettere qualche suono fatto di vocali in sequenza. Lanciai qualche altra occhiata intorno a me, ma tranne il normale spostarsi di mandrie umane, non c’era nessuno. Afferrai il manico del passeggino, e iniziai a spingerlo verso un parco, proprio dall’altra parte del marciapiede.
Una brezza tiepida mi indusse a chiudere gli occhi, il bambino continuava il suo dialogo solitario mentre si guardava le mani. Attesi che il laser rosso si spegnesse e attraversai la strada. Mi aspettavo qualcuno mi chiamasse, ma non successe. Così proseguii, tranquillamente, come un nonno che porta a spasso il nipotino. Mi sentivo così leggero, così disteso, per la prima volta da quando ero tornato a Roma. Il chiasso scemò verso un punto lontano, sentivo solo la vocina del bambino cantinelare. Compresi in quel momento le parole del vecchio, laggiù in Sudan, il suo discorso sui rami e le radici, e mi resi conto della gravità di quello che mi avevano fatto.
Camminai aggrappato al passeggino non so per quanto. Non riuscivo a smettere. Forse qualcuno da qualche parte era in pensiero, forse adesso si stava disperando per la scomparsa del proprio figlio. Ma allora, allora perché lo aveva lasciato lì, perché non mi aveva impedito di rapirlo? Non riuscivo a sentirmi in colpa, sai? Per niente. Tutti i miei viaggi, le avventure, la storia degli uomini capra e la mia permanenza in Africa, ad un tratto persero sostanza, forma, tutta la mia vita divenne un fazzoletto di carta usato, arrotolato e gettato al suolo, mercé del vento. Inutile. Ma afferrato a quel passeggino tutto tornava in ordine, il senso era la protezione che avrei potuto dare a quel bambino. La stessa protezione che nessuno era riuscito a dare a me, nemmeno io.
Non so per quanto tempo andai in giro con lui, forse un’ora o più. Ma dovetti arrendermi all’evidenza che quella pace non mi apparteneva, e che avrei dovuto abbandonarla. Entrai in un bar, affollato, lasciando il passeggino fuori. Ordinai un caffè, o non ricordo cosa, e intanto vigilavo il bimbo attraverso il vetro della porta. Poi pagai, e uscii facendo finta di nulla, disperdendomi ancora una volta, come un fazzoletto di carta usato.
Da allora appena posso rubo i passeggini.
Passo le giornate a camminare tra la folla, ce n’è sempre uno dimenticato da qualche parte. Ripeto l’operazione ormai con destrezza, ci faccio un giro, faccio finta che mi appartenga, poi lo abbandono dove sono sicuro venga ritrovato da qualcuno. Anche prima di venire qui, ho lasciato un bambino davanti all’entrata di quella farmacia, la vedi? Proprio lì in fondo alla via. Già non c’è più. Lo avranno trovato, avranno chiamato la polizia, e il mio bambino chissà da chi è ritornato.
Questo è il mio segreto: rubo i passeggini. Se sia immorale non lo so, non so se sia peggiore o migliore di confessare un delitto, o un tradimento. Ma è il mio segreto, abbine rispetto, per favore”.

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