Il ladro di passeggini (Parte XI – La moneta che divenne carota)

di Roberto Albini

“A questo punto, immagino, starai pensando: ‘Ma perché questo mi sta raccontando tutta questa storia?’. Ho detto ‘immagino’, perché tu non hai aperto bocca per tutto il tempo, e quindi posso solo ipotizzare quello che ti passa per la testa. Non che mi dispiaccia, anzi. Forse ho saputo incuriosirti, o forse mentre io racconto tu pensi ad altro, ai fatti tuoi, alla bolletta del gas. Io non lo so. No lo so cosa pensi. Io non so cosa pensi, e tu non sai dove voglio arrivare. Niente di nuovo in fondo. I dialoghi sono tutti così, una prova continua a forzare porte che anche una volta aperte di solito rivelano un interno buio e apparentemente incomprensibile, dall’arredamento eccentrico, almeno ai nostri occhi.
La verità, caro mio, è che io possiedo un segreto, un mistero che non ho mai rivelato a nessuno. Potresti conoscere tutto di me, tranne quel piccolo segreto. Ti potrei raccontare tutti i miei gusti, i miei piatti preferiti, il colore che più di tutti adoro. Ti potrei svelare le mie idee politiche, cosa provo quando sento pronunciare la parola ‘dio’, ti potrei parlare di mia madre, di tutti i miei amori, di tutta la gente che ho incontrato. Non nel tuo caso chiaro, ma per chi volesse potrei mettere a disposizione il mio corpo, la mia anima, tutto quello che ho dentro. Ti ho raccontato quasi tutta la mia vita, perfino che non ho più il pisello. Tutto, tranne quel mistero celato. Ed è per questo che anche se un giorno ti verrà da pensare che io per te sono come un libro aperto, ti dovrai ricredere, perché non esiste persona al mondo che sappia tutto, proprio tutto, di me.
Si dà il caso, che fino a poco tempo fa credevo che questo segreto fosse giusto morisse con me. Sono vecchio e non posseggo nulla, guarda: non ho nemmeno un collare come voi. Non mi ci sono mai abituato. E’ uno dei vantaggi della mia età: puoi sbattertene del presente, e di un mucchio di altre cose. Però io al mio segreto c’ho sempre tenuto. E’ come il segno distintivo che mi contraddistingue da tutto il resto dell’umanità. Mi serve per capire che sono io, e non un altro. Anche in mezzo alla folla il mio segreto brilla segnalando la mia esatta posizione. Posso riconoscermi tra mille. ‘Io sono quello lì, anche se sono vestito uguale a migliaia di altra gente, anche se ho la barba come altri sette milioni di uomini, io sono quello lì: quello con il segreto’. Capisci? No, non rispondere, non serve.
Cos’è un segreto in verità? Un gesto estremo di vanità. Il tesoro più prezioso che una persona possa possedere, così prezioso che si tiene in una cassaforte la cui combinazione la sappiamo solo noi. Un segreto non è una cosa da esibire, perché al momento di metterlo in vetrina perde il suo stato di mistero, diventa altro. Come una moneta che appena spesa diventa una carota, senza alcun valore. Insomma, io questo mio unico tesoro volevo portarmelo sotto terra.
Ma i segreti sono strani: è vero che se rivelati non valgono più nulla, ma è altrettanto vero che se non si confessano hanno valore solo per noi, che è la stessa cosa. Quindi, il mio unico avere, se ora non ti dico cosa è, se non lo tiro fuori dalla cassaforte per mostrartelo, non varrebbe ugualmente nulla. Solo la mania di un vecchio senza pisello. E il mio segreto questo non se lo merita, no. Perché puoi dire quello che ti pare sui segreti, ma hanno sempre il sangue blu, hanno il blasone, origini nobili, e si solito finiscono decaduti, dentro le bare dimenticati da tutti. Non me la sono sentita di farlo finire così. Il mio corpo, la mia memoria, tutto di me può finire in pasto ai vermi, ma il mio segreto non se lo merita. Salvando lui, in qualche modo salvo anche me dall’oblio.
Perché ho scelto te.
Non lo so.
Stasera mi girava così. Spero non ti dispiaccia.
Mi sento morire, sì forse è per questo. La morte ha il passo pesante, e il rumore dei suoi tacchi mi rimbombano dentro, per questo si capisce sempre prima quando è il momento di andare. Quando ti ho visto qui, a questo tavolo, solo come me, ho creduto che tu avresti avuto la pazienza per ascoltarmi, per percorrere il sentiero necessario ad arrivare alla rivelazione del mio mistero. Magari mi sono sbagliato, ma fin qui ci siamo arrivati e quindi… Se non ti dispiace continuo.
Quella ragazza mi trascinò fino all’entrata dell’enoteca, senza smettere di parlare un momento. Io non l’ascoltavo, mi guardavo intorno, giusto per comprendere cosa mi stava accadendo. E fu in quel momento che lo vidi”.

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