Il ladro di passeggini (Parte X – C’è sempre un vento che a nostra insaputa ci porta via)

di Roberto Albini

“Comunque, sarà una questione mia, un problema di carattere, ma io, quando mi presentano qualcosa facendola precedere dall’aggettivo ‘nuovo’, rimango sempre un po’ sospettoso. Il nuovo di solito è sempre una cosa vecchia, ma con un aspetto diverso. Una forma di parmigiano anche se la scolpisci a forma di stella, sempre parmigiano rimane. Un telefono anche se lo fai diventare un collare, sempre telefono rimane. Dice: ‘…E’, ma con questo non hai più bisogno di impugnarlo, hai le mani libere, pensa!’. E allora? Che vantaggi avrei a tenere le mani libere mentre chiamo la mia ragazza? Cosa ti fa pensare che io voglia avere le mani libere mentre parlo al telefono? Perché qualcuno decide sempre quali debbano essere le mie necessità? Dice: ‘…E’, ma se tutti la pensassero come te, a quest’ora stavamo ancora all’età della pietra’. Perché in che epoca ci troviamo precisamente? Nell’età della pietra, tutti possedevano una casa. Ora no. Nell’età della pietra la gente viveva insieme e si aiutava a sopravvivere, ognuno come poteva, a secondo delle proprie capacità, e il senso comune di socializzazione non si esauriva in un ‘mi piace’. Ora sì. C’era già la ruota, ma stranamente la si poteva utilizzare senza domandarsi quale targa era autorizzata a circolare, e il suo girare non produceva fumo e rumore, ma grano e olio. Lo ammetto, c’è qualcosa che mi affascina nel passato, qualsiasi esso sia. A volte ho la sensazione di essere capitato in quest’epoca per sbaglio, che non sia questo il tempo che m’appartiene. Indosso questo secolo come uno che ha acquistato un vestito di una taglia sbagliata. Spesso me lo sento stretto, o largo, ma mai della mia misura.
Premesso questo, puoi immaginarti benissimo in che stato d’animo mi trovassi. Ero principalmente confuso, sentivo che dovevo imparare tutto dal principio, perfino ad attraversare la strada. In preda a questi pensieri, stanco del viaggio e visibilmente alterato, cercai una panchina dove sedermi un poco a raccogliere le idee. La panchina in questione era di plastica dura, viola, senza schienale, quelle normali di adesso insomma. Proprio a causa dell’assenza di un supporto per la schiena, mi ci buttai sopra come fossi uno zaino, e ci misi un po’ per capire qual era la posizione adeguata da assumere su quel pezzo di gomma. E mentre stavo lì a tentare di intrecciare le gambe affinché non perdessi l’equilibrio, passò davanti a me una ragazza che, al vedermi, sembrò essere stata colpita da un fulmine. Spalancò la bocca portandosi le mani al viso: ‘Non ci posso credere! Cosa ci fai qui?’, urlò concitata.
Io la fissai per un po’, senza risponderle. Cercavo di capire chi diavolo fosse, ma il suo viso non mi diceva proprio niente. E poi era giovane, troppo più giovane di me. Dove avrei dovuto incontrarla se avevo trascorso gli ultimi quarant’anni della mia vita in un campo di mais? Ma lei insisteva: ‘Insomma, non mi dici niente? Io sono felicissima! Quanto tempo è che sei tornato dal Sudan?’. Cazzo, questa sapeva pure del Sudan, allora doveva conoscermi sul serio. Eppure più la guardavo, più tentavo di recuperare nella mia memoria anche il più piccolo indizio riguardo la sua identità, più avevo la sensazione di cercare di cogliere qualcosa seppellito in un pozzo profondissimo. Imbarazzato le sorrisi. Non c’entrava niente ma volevo prendere tempo, magari mi sarebbe venuto qualcosa in mente. Lei intanto proseguiva come un treno.
‘Ah, se ci penso che te ne sei andato così senza nemmeno salutare, senza nemmeno dirmi per dove stavi partendo. Ma ti pare giusto che lo sono venuta a sapere da un barista?’. Maledetti baristi, sempre colpa loro.  ‘Insomma, quando me l’hanno detto sono ci sono rimasta un po’ male, devo essere sincera, ma poi mi sono detta che magari era meglio così per te, che se questo ti avrebbe aiutato ad essere un poco più felice allora… Ma sto parlando solo io. Dai raccontami: che hai fatto tutto questo tempo? Chissà quante storie avrai da raccontare…’. In verità tutte quelle storie si potevano riassumere in un laconico: ho perso il pisello. Io annuii senza dire nulla e lei non ci fece nemmeno caso. ‘Ma sì dai, io qui in questa città sempre più grigia ad appassire e tu lì a vivere mille avventure, tutto questo tempo… Hey, guardami in faccia: non ti sarai mica sposato vero? No! Lo sapevo! Hai anche dei figli, ci scommetto. E quanti sono? Ma tua moglie è di colore? Che bello, i bambini mulatti sono bellissimi!’. Io la guardavo, la guardavo e basta. ‘Come si chiameranno… vediamo… Però dammi un aiutino… Sono nomi stranieri o italiani? Scommetto che il maggiore ha un nome italiano. E’ sempre così, gli immigrati nel primogenito trasferiscono tutte le loro nostalgie, tendono a mettere nomi superclassici… Antonio! Tuo figlio più grande si chiama Antonio. E come sta Antonio?’. A questo punto non capivo più se mi conosceva sul serio, o fosse semplicemente pazza. Smisi anche di annuire, e la fissai più attentamente. Portava i capelli a caschetto, un vestitino fatto di qualcosa che sembrava carta, azzurrognolo, con un paio di scarponi da montagna che non c’entravano niente con il resto. Al collo, naturalmente quei telefoni moderni a forma di collana. ‘Senti mi devi assolutamente parlare di te, dai prendiamoci qualcosa. Offro io. Una volta ti piaceva il vino bianco, è ancora così? No perché non sai, ma un mio amico si aperto un’enoteca proprio qui all’angolo. Pensa che vende vini di tutti i tipi: rossi, bianchi, rosati, frizzanti, esteri, nazionali, spumanti, secchi, dolci, poco dolci, poco secchi…’ E mentre elencava tutti i tipi di vino che vendeva il suo amico, mi prese per mano facendomi alzare. Così che, quasi senza accorgermene, un altro vento mi stava già portando via”.

Annunci