Il ladro di passeggini (Parte IX – Che fine hanno fatto i gatti di Roma)

di Roberto Albini

“Comunque volo o non volo, la città era diventata un’altra rispetto a quella che ricordavo. Se era migliore o peggiore di prima, ancora non lo avevo capito. Ero troppo frastornato dal salto spazio-temporale che avevo compiuto. Camminavo guardandomi intorno come un turista smarrito, cercando in qualche modo dei punti di riferimento, qualcosa che mi riallacciasse a quella città. Ma se il panorama d’insieme mi faceva capire che mi trovavo effettivamente a Roma, tutto il resto, tutti i particolari, non coincidevano per nulla. Non c’erano più i sampietrini, per esempio, erano spariti i semafori sostituiti da delle linee di laser sparati da delle colonnine poste ai lati della via. Tipo i raggi rossi di certi allarmi nei caveau più inespugnabili dei film. Per non parlare dell’abbigliamento delle persone, e di quel loro strano modo di procedere parlando all’aria, con lo sguardo inespressivo e i muscoli del volto teso in tensioni senza intenzioni… E poi, non c’erano gatti. Nemmeno uno, spelacchiato, sporco. Non c’erano più gatti a Roma.
E’ come dire il polo sud senza i pinguini, il deserto senza i cammelli, la giungla senza la tigre. Dove erano andati a finire tutti i gatti di Roma?
All’improvviso mi colse l’insopprimibile voglia di sapere il motivo dell’estinzione dei gatti nella mia città. Come se di tutti quello fosse il quesito essenziale, il fulcro stesso di tutte le altre questioni, il mistero che svelato mi avrebbe dato la chiave di lettura per tutto il resto. Rapido mi diressi verso il primo bar che scorsi, perché ero sicuro che se c’era un mistero da rivelare, l’unico che mi avrebbe potuto aiutare sarebbe stato un barista.
Quando entrai nel bar, ci stavano due ragazzi al bancone, seduti sugli sgabelli, con bicchiere di birra ciascuno in mano. Il barista era un signore che avrà avuto più o meno la mia età. Mezzo pelato (chissà perché i baristi sono quasi sempre mezzi pelati), smilzo, tanto che attraverso la maglietta di cotone nera di un gruppo hard rock, gli si intravedevano le costole. Appena mi vide si voltò di scatto fissandomi. ‘Ciao’, mi disse muovendo appena le labbra. E io, cercando di pronunciare le parole il più velocemente possibile, esausto degli spasmi che mi dava trattenere ancora a lungo la curiosità, risposi: ‘Ma che fine hanno fatto tutti i gatti di Roma?’.
I due ragazzi con la birra si azzittirono e anche loro si voltarono verso di me che ero rimasto immobile davanti all’entrata. Il barista appoggiò lento le mani sul bancone, poi si scambiò un’occhiata con gli altri clienti e tornò a guardarmi. ‘Davvero non sai perché non ci sono più gatti?’, mi chiese serio. Io scossi la testa e sentii come se avessi dovuto vergognarmi di qualcosa. Allora sbottò in una risata sarcastica, rivolto ai due compagni improvvisati. ‘Siediti’, intimò, e io obbedii. ‘Devi venire da molto lontano, o forse è il resto del mondo che si è allontanato da te, se non conosci questa storia. Ma in tutti i casi, hai rivolto la domanda alla persona giusta, perché io c’ero, quando i gatti decisero di andarsene. Io li vidi incamminarsi per le vie di Roma, in file composte, di notte. Però procediamo con ordine…’

BREVE STORIA DEL GRANDE ESODO DEI GATTI DI ROMA

‘Dunque, tutto iniziò quando le prime comunità orientali, cinesi in particolari, iniziarono a stanziarsi in città. In fondo sapevamo poco di quella cultura, e loro non facilitavano la conoscenza. Come tutte le volte che si entra in contatto con un’altra civiltà e ci si capisce poco, nascono dei malintesi, così che iniziarono a girare strane leggende intorno alle abitudini e i costumi dei cinesi. Una di queste storie narrava che fossero ghiotti di gatti. Naturalmente non ci credeva nessuno, o meglio, non ci si credeva con quella vaghezza con cui, allo stesso modo, non si crede agli oroscopi. Comunque, vero è, che i gatti iniziarono a diminuire. Passavano gli anni, i cinesi aumentavano e i gatti diminuivano. In verità pochi ci badavano, pochi notavano questa lenta sparizione felina nella capitale e quelli che se ne accorgevano davano la colpa al cambio climatico, all’aumento di inquinamento, o cose di questo tipo. In realtà quello che stava accadendo era che sul serio i cinesi si stavano mangiando tutti i gatti. E gli piacevano tantissimo. Li cucinavano in tutti modi, avevano imparato a farci i biscotti e perfino i gelati. Uscivano di notte, vestiti da ninja, invisibili e astutissimi.  Ogni mattina, all’alba, tornavano con cesti pieni di gatti, che svuotavano in enormi congelatori. I cinesi non erano cattivi, per loro era naturale mangiare i gatti, era il loro piatto preferito. D’altronde anche se un italiano andasse in India e mangiasse una mucca, agli occhi dell’indiano, apparirebbe come un uomo crudele. Ma i gatti piano piano stavano scomparendo, anche se da parte loro non fecero nulla per contrastare questa carneficina. Avrebbero potuto unirsi, combattere, tentare di resistere, e invece si lasciarono sterminare tutti, ognuno troppo impegnato a salvarsi la pelle per avere la lucidità necessaria a progettare un piano di difesa congiunto. La gente li abbandonò al loro destino. Nessuno mosse un dito in loro difesa, e anche se i sospetti furono tanti, i cinesi, per quieto vivere, furono lasciati liberi di cacciare. Così, una notte, come ti dicevo, i gatti di Roma decisero di lasciare la loro patria, di andarsene, in file ordinate, illuminati a malapena da una tenue luce lunare. Da quel momento i topi si sono moltiplicati all’infinito, sono diventati più grandi e più voraci. Si aggirano al tramonto come i cani randagi di cui si cibano. Adesso a uscire la sera c’è da avere paura. I cinesi si fanno spedire i gatti precotti dalla Cina, già conditi, di quelli da scaldare al microonde. Si lamentano che non hanno il sapore di quelli romani, e i nonni cinesi, ai propri nipoti, raccontano commossi di com’erano felici i bei tempi, quando c’era abbondanza di gatti squisiti, non come quelle che schifezze che sono abituati a mangiarsi loro’.

Per un po’ rimasi in silenzio. Era una storia tristissima. E dove erano emigrati tutti quei gatti? ‘Ah, un po’ qui, un po’ là…’, rispose vago il barista mentre quei due annuivano.
Insomma, ma perché nessuno fece nulla? E le gattare? Cosa staranno facendo ora le gattare, a chi lasceranno la trippa avanzata? Sarà rimasta ancora qualche donna a cucinare la trippa?
Guarda, a te ora ti sembra normale, chiaro, perché… Insomma, tu l’hai vissuta. Ma io mi sono ritrovato lì, di punto in bianco, a scoprire che i cinesi si erano mangiati tutti i gatti di Roma, e che a nessuno gliene era fregato niente. Tutti lì, a parlare con quei cosi al collo… Ma che cazzo avranno mai da dirsi tutto il giorno? E mentre quelli parlavano i gatti se ne sono tutti andati, per sempre, e siamo rimasti soli con i topi.
Ma a te sembra normale?”.

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