Il ladro di passeggini (Parte VIII – La lezione dimenticata)

di Roberto Albini

“Alla fine, restai a innaffiare quell’albero per quarant’anni, più o meno. Non potevo farne a meno, era come una forma di riconoscenza per quel vecchio, o molto più probabilmente era semplicemente perché non sapevo dove andare a cercare le mie radici. Per una pianta è facile, ma per un uomo? Che ne sa un essere umano di radici. Gli uomini nascono in un posto, ma poi possono morire da tutt’altra parte. Mi ci volle tempo, molto tempo, per capire cosa intendesse il vecchio con ‘cerca le tue radici’, perché i saggi sono come le piante, per loro è facile: sono saggi. Ma chi saggio non lo è, può solo usare l’immaginazione e se uno ha poca fantasia è fottuto. Prendi le utopie. Immaginati tutta la gente che guardava esterrefatta Leonardo gettarsi dai dirupi con un paio d’ali di cuoio, e precipitare rovinosamente tutte le volte. Qualcuno si sarà messo a ridere, qualche stupido che ride davanti alle utopie c’è sempre. Qualcun altro lo avrà preso per scemo, ma mica perché Leonardo fosse scemo, no. Solo perché quelli non erano saggi, e quindi per loro quelle azioni, quel modo di pensare era assolutamente inconcepibile. Ecco, allora pensa se si potesse tornare indietro nel tempo, prendere per un orecchio quello lì, quello che si sganasciava mentre Leonardo cadeva, e potergli dire: ‘Hai visto chi è il cretino?’. Però non si può, e allora finisce sempre che il migliore di noi finisce per essere visto come il matto del villaggio, e che le utopie vengano realizzate solo dopo. A volte troppo dopo.
Io non ero né pianta, né saggio. Pensa che casino avevo in testa.
Poi un giorno mi accorsi che quello che al principio era una piantina claudicante, grazie alla mia acqua, era divenuta un grande e bellissimo albero robusto. Il mio compito lì era finito. Non avevo più alcun motivo per restare, così tornai. Nello stesso stato d’animo con cui me n’ero andato.
Feci il percorso inverso. Dal Sudan all’Egitto, dall’Egitto alla Sicilia, e poi su, verso il punto da cui tutto era iniziato: Roma. Il treno fermò a Stazione Termini. Era tutto cambiato. Abituato ormai come ero alla strettezza della capanna dove ero vissuto fino a poco prima, tutto mi sembrava esageratamente gigantesco. Strutture in leghe scintillanti dall’architettura avveniristica fungevano da pareti. Dappertutto schermi piatti come foglie di un albero che diffondevano immagini senza che nessuno le osservasse. Notai con stupore che i telefonini erano scomparsi dall’uso quotidiano. Sembrava adesso andasse di moda una specie di collare, dai colori e le fogge più svariate, per comunicare. Le persone si portavano una mano al collo, probabilmente pigiando qualche comando tattile, e poi aprivano e chiudevano la bocca con lo sguardo rivolto da nessuna parte. Mi fece impressione vedere tutta quella gente parlare da sola mentre camminava in mezzo alla folla. I bianchi erano in minoranza. C’era quasi tutto il mondo dentro la stazione, e gli europei non erano più la maggioranza ma solo una comunità rachitica mischiata a tutte le altre razze. C’erano indiani che si spostavano con elefanti, in verità non molto grandi, agghindati con pezzi di lamiera come fossero motociclette giganti. Altri, perlopiù asiatici, per muoversi usavano una specie di tappeto che si srotolava e riarrotolava senza soluzione di continuità, come un tapis roulant portatile, permettendo così al passeggero di procedere speditamente. Nonostante la massa enorme di esseri umani, Stazione Termini era avvolta da un silenzio sibilante. Solo un vociare sommesso interrompeva il rumore prodotto da mille piccoli motori elettrici, che ricordavano il ronzare di uno sciame di zanzare. In mezzo a tutta questa quiete artificiale, una voce dagli altoparlanti annunciava il ritardo di un treno. Fu in quel momento che capì che questa nuova epoca in cui mi ero intrufolato, aveva cambiato forma, ma non sostanza.
Ai margini dei binari c’erano delle persone che dormivano nel suolo, coperti di fogli di giornale e, a ben guardare, sul tetto della stazione, da delle crepe, colavano gocce d’acqua verdastra. Il suolo era sporco, un po’ per gli escrementi degli elefanti, un po’ per la cronica incuria che nemmeno quel salto temporale di quarant’anni era riuscito a mitigare.
In fondo non era cambiato praticamente nulla.
Come se Leonardo, una volta abbandonato il suo sogno di volare, non avesse saputo trasmettere a nessun altro quella voglia di afferrare la sua utopia, e che quindi gli uomini si fossero arresi all’idea che il volo per l’uomo sia impossibile. Come se dopo la sua morte, invece di aspirare al cielo, l’umanità abbia continuato a camminare sempre più rasente il suolo, fino quasi a strisciare. Quello che stavo osservando, doveva essere ciò  che succede quando si smette di immaginare, quando le piante non vengono innaffiate, e i saggi scompaiono”.

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