Il ladro di passeggini (Parte VII – Una bottiglia e le sue esigenze)

di Roberto Albini

“Le parole sono importanti? Non lo so. Le parole sono dei contenitori, null’altro. A tutti è capitato di ricevere in regalo dei calzini, gli ennesimi, e aver pensato che in fondo la carta era meglio di ciò che conteneva. Ciò non toglie che uno rimane con i calzini in mano a cercare di camuffare la delusione, e la carta… Bhé, la carta da regali finisce inevitabilmente nel cesto della spazzatura. Quel vecchio aveva trovato un bel mondo per dirmi che la capra si era mangiata il mio pisello, ma come nel caso dei calzini, quella frase volò via lasciandomi solo con la disperazione”.
L’uomo torna a fissare la birra, praticamente vuota. Non sta pensando che la vuole bere, la guarda e basta, e lei guarda lui in quel modo particolare con cui le bottiglie vuote osservano le persone. Forse l’acool si ubriaca di gente, non lo sappiamo, o meglio non ce lo siamo mai chiesti. Sicuro è che tra una bottiglia e l’uomo che la beve si instaura una di quelle relazioni perfette in cui tutti i protagonisti hanno bisogno l’uno dell’altro per sostanziare un sentimento. La bottiglia senza il suo consumatore è inutile, e il consumatore senza la bottiglia non può dimenticarsi di essere inutile. Quando qualcuno termina di bere il contenuto della bottiglia, è come quando finisce una storia d’amore: ci si guarda tentando di scovare il posto dove sono andati a nascondersi i motivi per cui si è rimasti così tanto insieme. Poi si stappa un’altra bottiglia, o ci si mette con un’altra donna. E’ lo stesso. In tutti i casi si cerca sempre il modo migliore per ubriacarsi, per ritrovare l’ebbrezza.
“Il vecchio notò la mia espressione persa. Ti è mai capitato di perdere il pisello? No, certo, non succede spesso. La prima cosa che ti viene in mente è che non scoperai mai più in vita tua, ma non è certo quello che ti fa male. Vivere senza sesso non è come dicono, non è essenziale, è importante, molto, ma non essenziale. C’è una notevole differenza, alla quale ormai nessuno sembra più badare, tra il concetto di ‘importante’ e quello di ‘essenziale’. Tutto si è ormai mischiato dentro un pentolone in cui cuoce una mistura puzzolente e disgustosa: la società. Non avrei mai più penetrato nessuna, non avrei mai più avuto un orgasmo, è questo è importante sicuramente. Ma l’essenziale è che non avrei mai più potuto avere la possibilità di avere un figlio.
Quello parve ancora una volta leggermi nel pensiero: ‘E’ così che i Tah-zaa cercano di rimettere a posto il mondo, Signore. La sua vita per loro è niente, una brezza che spira per un certo tempo, ma nel momento in cui lei vive già si sta esaurendo da solo, non hanno bisogno di ucciderla, perché già sta morendo. E’ una questione di pazienza. Quello che a loro importa è che il vento non duri più di quel che serve. Levandole la possibilità di avere prole, si assicurano la sua scomparsa in eterno. Non vogliono tergere il presente di questo Paese, perché la natura è potente e sa gestire le cose per suo conto. I Tah-zaa pensano al futuro, è quello che veramente importa loro. Così hanno addestrato le capre affinché non restino tracce del suo passaggio negli anni a venire”. Io seguii il suo discorso ma non lo capii appieno. Il vecchio accarezzò le foglie dell’alberello che gli era cresciuto sulla spalla poi tornò ad osservarmi. Mi resi conto solo in quel momento che la sua pelle scura, bruciata dal sole e piena di rughe profonde, assomigliava alla corteccia di un albero antico. ‘Adesso però, Signore, è troppo tardi per pensarci. Gliel’ho già detto, ha perso i rami ma le sono rimaste le radici, Signore. Le cerchi, e vedrà che il mondo troverà ancora il modo per nutrirla’.
Non ci avevo mai riflettuto prima, ai figli intendo. Si è sempre troppo impegnati a badare a se stessi, alle proprie esigenze, alle proprie incombenze. Avevo riempito le giornate di me, e l’idea di dovermi occupare di qualcun altro mi appariva come una cosa che avrei potuto rimandare, come un compito gravoso al quale si tenta di sfuggire con mille scuse. Invece, da quel momento, mi resi conto che ero stanco di pensare a me stesso, che mi ero annoiato con le mie congetture, i miei capricci. Anche la trovata di essermi trasferito in Sudan, mi sembrò un’enorme sciocchezza, una perdita di tempo. Cosa ero venuto a cercare lì? Un’altra volta avevo confuso l’importante con l’essenziale, e quest’ultimo era irrimediabilmente andato via. Non avrei più potuto afferrarlo, proprio nel momento in cui l’avevo compreso.
Passai alcuni mesi in compagnia di quel vecchio. Lavoravo nei campi, principalmente. Ma tutto sembrava solamente un riempire lo spazio temporale che mi separava dalla morte. Avrei benissimo potuto passare le mie giornate seduto, o sdraiato, a contemplare la parete. Mi sentivo come la carcassa di un animale, svuotato. Ci dicono, ma c’è da sottolineare che noi ci lasciamo volentieri convincere, che il benessere abbia una forma precisa, che cambia a seconda di quello che ci possiamo permettere. Secoli a discutere sul senso della vita, complessi teoremi per spiegare quello che un criceto conosce fin dal suo primo giorno nel mondo. Esistiamo solo per perpetrare la vita, e quando questo ci è impedito, allora, e solo allora, la vita non ha più senso.
Una mattina trovai la casa vuota. Cercai il vecchio nell’aia, poi andai nei campi, ma niente non c’era. Poi, mentre rientravo, notai un albero nuovo dietro la baracca. Era piccolo e curvo, come lo avessero piantato durante la notte e lui stesse lottando per non appassire. Le sue foglie erano identiche a quelle della piantina sulla spalla del vecchio. Presi un poco d’acqua e lo annaffiai, sorridendo. Quell’uomo aveva trovato le sue radici. Ora dovevo farlo anche io”.

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