Il ladro di passeggini (Parte VI – Di quando perse i suoi rami)

di Roberto Albini

Il vecchio seduto al tavolo, appena scorge la pancia del barista sbucare da dietro la porta, si zittisce di colpo. Osserva l’uomo senza celare una certa espressione di sfida, come a voler dire: “Cosa vuoi?”. Beve un altro sorso di birra per far capire che ancora non ha finito la consumazione, l’altro lo guarda distratto, sembra pensare ad altro. Poi sospira e rientra nel locale.
“Hai visto?”, continua, “Non può resistere, la curiosità se lo sta mangiando vivo. Hai notato la sua espressione? Sembrava perso. Pensava io non notassi il suo sbirciare da pettegola. Comunque… dove eravamo rimasti? Ah, sì: ‘Che entri la sentenza!’, fece uno di quei nani. Appena finito di dire quella frase, il pavimento sotto i miei piedi cominciò a tremare. Non era un tremore costante, né troppo forte, nulla che assomigli a un terremoto per esempio. Era piuttosto un fremere, a cadenze ritmiche, che aumentava costantemente fino a trasformarsi in una vibrazione del suolo. Ad un tratto vidi stagliarsi, immensi, i contorni di una sagoma che sembrava voler oscurare lo spicchio di cielo inquadrato dalla porta. Poi apparve rapido il muso enorme di una capra dalle dimensioni elefantiache, sputando nell’aria una folata d’alito che divenne vapore. Un fetore pungente di carne putrefatta riempì la sala, i nani le fecero largo e lei entrò a stento dall’uscio, maestosa, ringhiando.
Probabilmente a causa del terrore, non ho molti ricordi di quella scena. Una radio da qualche parte, fuori nei campi, diffondeva le note di I was made for loving you, un vecchio successo di un gruppo insignificante di tanto, tanto, tempo fa. Una canzone orrenda, tanto che pensai che quello era precisamente il pezzo che proprio non avrebbe mai dovuto accompagnare la mia scomparsa. Perché era chiaro che la famosa sentenza si sarebbe presto tramutata in un’esecuzione. Il finale è la cosa più importante, sappilo. Qualsiasi svolgersi di una storia, sia un film o un libro piuttosto che una relazione amorosa o un’intera esistenza, è completamente vanificato se il finale non è all’altezza del resto degli eventi precedentemente occorsi. Le gesta di un eroe, per quanto leggendarie possano essere state, diventano semplici consolazioni se poi alla fine quello muore per un’infezione emorroidale e non battendosi all’ultimo sangue con il suo acerrimo nemico. Una vita acquista il suo valore più alto proprio nel momento nel quale finisce, ed è per questo che mi sentivo così disperato. Certo, la mia di vita fino a quel momento non aveva brillato, ma una morte per mano di una capra, con il sottofondo di quella canzone così orribile, l’avrebbe resa ancora più squallida, più insulsa. Non fu l’idea di morire a turbarmi, lo sapevo che prima o poi sarebbe dovuto accadere, ma era il modo in cui essa avveniva che mi riempiva di tristezza.
Quando la capra irruppe nel salone, io non feci un passo, non mossi un dito, non dissi una parola. I nani cantavano sommessamente una litania dalle parole incomprensibili, e un assolo ridicolo di chitarra elettrica riempiva tutti gli spazi lasciati vuoti dalla mia paura.
Dopo, non ricordo più nulla.
Vuoto, buio, silenzio.
Mi riebbi in una stanzetta scura e umida. Da una piccola finestra sulla parete entrava un filo di luce, che a malapena riusciva a darmi qualche indizio sul posto dove mi trovavo. Avevo le gambe intorpidite e la testa pesante. Un uomo, un vecchio curvo, vestito con una tunica cenciosa e dalla cui spalla destra spuntava un piccolo albero grande poco più di un bonsai, si agitava lento in un angolo. Una bambina pose la sua mano sulla mia bocca, e io tossii. La piccola si girò verso il vecchio richiamando la sua attenzione, lui si girò sorridendomi. ‘Bene’, disse con un filo di voce, ‘Si è svegliato finalmente, Signore. Come si sente?’. Mentre parlava le fronde dell’alberello sulla sua spalla si agitavano delicatamente. Io non risposi, avevo poche forze in corpo, riuscii solo a domandargli dove mi trovassi. Mi rispose che mi avevano trovato lungo il viottolo di fronte alla loro capanna, che mi avevano raccolto e curato, e che avevo dormito per tre giorni di seguito. Chiesi allora da cosa mi avessero curato, ma non ebbi altra risposta se non uno scuotere di testa e di rami. ‘I Tah-zaa le hanno applicato la sentenza, Signore’, rispose il vecchio, ‘Capita a tutti quelli come lei, prima o poi’.
Mentre quello sconosciuto parlava, sentivo aumentare un dolore proveniente dalle zone basse del mio corpo, una specie di puntura, o di pizzico, e un diffuso bruciore. Chiesi allora in che cosa consistesse questa sentenza, ovvero che cosa mi aveva fatto quel caprone enorme. E l’uomo, guardandomi con infinita dolcezza, una dolcezza molto più intensa di qualsiasi sguardo abbia mai ricevuto, rispose: ‘Le hanno tagliato i rami, Signore. Da adesso lei possiede solo le sue radici’.”

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