Il ladro di passeggini (Parte IV – Ogni vita sono due)

di Roberto Albini

“Quando scesi dal piano superiore, dove si trovava la mia stanza, quelle cinque persone, si trovavano in semicerchio davanti alla grande porta scardinata. Neri, più neri di chiunque avessi mai visto fino a quel momento, alti poco più di un metro, immobili, e muti. Nessuno di loro mi osservò mentre scendevo le scale, e continuarono ad ignorarmi anche quando provai ad accennare un saluto con la mano. Ognuno di loro possedeva una capra. Gli occhi di quegli animali si muovevano velocemente in ogni direzione, come volessero rendersi conto di dove si trovassero. Il loro fiato era pesante, e il battito del loro cuore riecheggiava tra le pareti come il suono di un piccolo tamburo, in maniera ritmica, quasi si stessero riprendendo da uno sforzo enorme. La lingua a penzoloni dalla bocca, il pelo bruno, riccio, setoso, e le corna lunghissime arricciate su loro stesse. Sembravano sul punto di scatenarsi in un attacco congiunto, ma qualcosa le teneva ferme, trattenute da un guinzaglio invisibile ai loro padroni minuscoli. Avrebbero potuto spazzare via quei nani neri in qualsiasi momento se avessero voluto, e invece stavano lì, bramando l’azione e tuttavia incapaci di muoversi senza un ordine preciso.
Davanti a quella visione, mi resi subito conto che il breve periodo in cui avevo assaporato il dolce sapore di una vita agiata, si era concluso. Provai pena, ed ebbi paura, non di una probabile morte, ma di tornare all’esistenza di prima, ricca di stenti e speranze, avara di soddisfazioni. Uno come me, uno qualunque, conosce benissimo cosa si nasconde dietro una discesa inaspettata: un’altra salita, e un attendere vacuo l’arrivo di una pianura, non per fermarsi ad osservare il paesaggio, ma per riprendere le forze in vista di un nuovo sforzo. Ogni vita ne contiene due. La prima è quella che si recita, la seconda quella che si immagina debba essere. Nel mezzo un baratro, dove i sogni finiscono inevitabilmente per precipitare in assenza di una casualità che li realizzi. Quei cinque erano il burrone, e non potevo far nulla ormai per impedire di caderci dentro.
Il primo disse: ‘Da adesso il tuo nome sarà Tha-lee. Uomo insetto’. Gli altri, a turno, ripeterono la frase ma pronunciandola ritardando di qualche secondo, così che alla fine si aveva la sensazione di udire un’eco. Poi proseguì: ‘Tha-lee, da oggi questo posto non è più tuo”, gli altri dissero le stesse parole ognuno a distanza di pochissimo tempo. ‘Non è mai stato tuo, né mai lo sarà. Le capre pascoleranno in questi luoghi, e regneranno secondo la volontà del loro istinto, l’unica legge che riconosciamo e rispettiamo’.
Ti sembrerà incredibile, ma a quel punto mi venne da ridere, e risi. Cioè, immaginati la scena: cinque nani neri con cinque capre puzzolenti che parlavano come un prete dal pulpito. Non lo trovi comico? No, no, aspetta: io ero fuggito da un circo tragico per ritrovarmi in un altro circo ancora più assurdo, e pensai: ‘Ma perché tutto a me? Ma che ho fatto di male?’. Rividi la scena da fuori, come fossi il protagonista di una storia senza né capo né coda, un’altra volta. La mia vita è una specie di sabbie mobili, dove più mi muovo più affondo, dove ad ogni azione corrisponde una reazione illogica, dove l’unica costante è il mio sguardo basito di fronte a quello che mi capita.
Mentre io mi arrotolavo a spirale dentro le mie considerazioni, i cinque neri e le loro capre, ignorando tutto quello che si muoveva all’interno dei miei pensieri, proseguivano con i loro discorsi assurdi fomentando lo scollamento tra il mondo che accadeva fuori e quello che continuava a ruotare in un’atmosfera che aveva un suo peso specifico solo nell’universo che comprendeva il mio essere me stesso.
Fino a quando i due mondi non si scontrarono in un tragico impatto.
Fu quando quello disse: ‘Che entri la sentenza’.
E un’ombra scura calò dentro la stanza”.

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