Il ladro di passeggini (Parte III – Gli Uomini Capra)

di Roberto Albini

A questo punto l’uomo si prende una pausa. Fissa la sua bottiglietta di birra, ormai a metà, facendola roteare in cerca di un riflesso di luce immaginario. Sospira, come qualcuno che sta cercando di trattenere l’aria prima di un’apnea, poi, senza alzare lo sguardo, dice: “Sto parlando troppo credo. Se ti annoio non fare complimenti, dimmelo pure che mi azzittisco”. Nessuno fiata. Allora l’anziano sembra trasalire, posa la Peroni sul tavolo, ma un attimo prima di lasciare la presa ci ripensa, se la porta alla bocca, tracanna un lungo sorso, poi la lascia definitivamente. Altro sospiro, meno profondo.
“In verità il Conte Tedeschi mi aveva accennato qualcosa, ma solo accennato appunto. Lo ha fatto apposta, purtroppo io non potevo saperlo. Successe che mentre mi mostrava i campi, in un viottolo un poco appartato, vidi muoversi in lontananza un gruppo di uomini, dall’aspetto apparentemente selvaggio, cioè senza vestiti occidentali. Tra loro c’erano delle bestie enormi, al principio le scambiai per cinghiali, però, dopo, quando ci fummo avvicinati abbastanza, riconobbi che erano capre. Grandissime. Incuriosito, chiesi al Conte riguardo quegli strani animali. Lui mi rispose che c’erano delle bande di briganti da quelle parti, e che usavano le capre come armi. Mi spiegò che ai braccianti era proibito possedere qualsiasi tipo di animale domestico. Niente gatti, e soprattutto nessun cane, proprio per paura che li usassero per nuocere a qualcuno. Però loro, con il tempo, di nascosto e con molta furbizia, addestrarono al combattimento le capre, l’unica bestia che potevano tenere. Impararono a selezionarle, a scegliere solo le più forti tra loro, fino a quando produssero una nuova razza, più grande, più possente, più cattiva. Li chiamavano Tha-zaa, uomini capra. E tutti tremavano solo al sentire questo nome. Continuò dicendomi che non c’era da aver paura di loro, che di solito preferivano razziare sulla costa, dove c’erano più movimenti di merci. In tutti i casi ci allontanammo rapidi, io presi per buona quella spiegazione, catalogai il tutto come “costume locale” e me ne dimenticai.
In fondo dimenticare, era la cosa più facile da fare in quel posto. Io e il Conte Tedeschi trascorrevamo le giornate in un ozio vigile, badando alle faccende della fattoria con dei semplici gesti. A un certo punto l’Italia e tutto quello che mi aveva tolto il sonno fino ad appena qualche giorno prima, avevano perso i loro contorni, sfocandosi come un sogno dopo il risveglio. Qualcosa prima del mio arrivo in Sudan era accaduto, questo lo sapevo, ma non ricordavo più cosa di preciso, né quando, né dove. Pensai che quella che stavo vivendo fosse la “vera vita”. La vita di quelli che dicono “la vita è bella”, e che hanno ragione, perché la vita non è brutta. Solo la mia lo era.
A fronte di ciò, nei campi la gente viveva in maniera miserabile. Il Conte gli dava lo stretto indispensabile per non farli morire di fame, anche se poi, al tramonto, decine di contadini rimanevano stramazzati al suolo per la fatica. In sua difesa Tedeschi affermava che senza di lui, non avrebbero avuto nemmeno quelle quattro pannocchie di salario, e che sarebbero morti, non a decine, ma a migliaia, tra stenti e malattie. Lui gli garantiva una sopravvivenza migliore, loro in cambio gli dovevano tutto.
Un tempo mi sarei rivoltato a questo ragionamento, e in parte anche ora. Ma tu dovevi starci, sotto quel patio, con il vento caldo, secco, i servi pronti a soddisfare qualsiasi tua necessità, il cibo, la pace. In un sistema in cui al centro ci sta solo il tuo benessere, la parola “rivoluzione” perde completamente significato. Alla fine credetti perfino di poter ordinare al tempo di cristallizzare la mia vita in quel periodo, illudendomi che quello che ero lo sarei stato per sempre.
Vissi in questo stato per molti giorni, praticamente fino a quella mattina, dopo che il Conte era fuggito, quando la porta si infranse come fosse di vetro, e subito dopo entrarono cinque uomini.
E cinque capre”.

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