Il ladro di passeggini (Parte II – Di come certe porte si rompono)

di Roberto Albini

“Una nave mi portò in Egitto, e da lì proseguii in treno. Mi accorsi di essere straniero appena fui sbarcato. Me ne resi conto a causa dell’odore. A me arrivava puzza di cipolle, fave bollite, benzina di pessima qualità, polvere, sudore, pelle aliena. Come quando si entra in casa di qualcuno che si pensava conoscere fino a quando non si è annusato il suo habitat. Allora tutto cambia. Ci si accorge all’istante di trovarsi di fronte a un nuovo estraneo. Le case dei nostri amici, dei nostri parenti, di chiunque, puzza. E’ l’odore al quale siamo abituati, che odora di noi, a farci capire quando stiamo al sicuro, il resto è solo fetore umano. Capii all’istante che da quel momento il profumo della sicurezza sarebbe divenuto un ricordo come tanti.
Il barista con il tatuaggio di delfino sulla testa, mi aveva scritto su un foglietto il nome di una città e di una persona. Quello che poi scoprii essere solo un villaggio, si chiamava Talodi, mentre quello che dopo capii essere il suo padrone, si era ribattezzato Conte Tedeschi. Il Conte era un ex operaio di Melfi, che aveva deciso licenziarsi e cercare altre strade. Quei sentieri, un po’ com’era successo a me, l’avevano portato in Sudan, a cercare fortuna con le pannocchie. Fortuna che aveva trovato, tanto che viveva in un complesso che era la copia esatta di Versailles. Mi confessò che realizzarlo gli costò quanto un monolocale a Roma. In periferia. Mi accolse con gentilezza, e quando gli dissi che quel barista mi aveva indirizzato da lui, divenne ancora più amabile. Appena arrivato mi portò a visitare la sua enorme villa.
Mi guidò in cima al tetto, per stupirmi con il panorama. Il terrazzo era così grande, che il Conte aveva potuto coltivare e far crescere un vero e proprio bosco. C’erano querce e faggi, e piante che non avevo mai visto. Mi raccontò che al suo interno viveva una piccola comunità di cervi e una famiglia di cinghiali. Dal lato opposto della foresta c’era, invece, una vera e propria catena montuosa, con montagne così alte che sparivano tra le nuvole, impedendomi di comprenderne l’altezza.
All’ultimo piano, il Conte Tedeschi, aveva fatto riprodurre il suolo lunare, lo spazio, le stelle. Quando l’ascensore si aprì venimmo risucchiati dall’assenza di gravità che regnava in quell’enorme stanzone, e per un po’ fluttuammo nell’aria fino a quando un solerte maggiordomo non ci aiutò ad atterrare.
Il penultimo piano era vuoto. Per terra il Conte aveva fatto spargere della sabbia bianchissima, così che tutta l’area finiva per assomigliare a un deserto pallido ma splendente. Anche le pareti erano bianche così che non si poteva capire dove iniziava il suolo e dove finiva il tetto.
Ogni piano che visitavo era un prodigio, una meraviglia, un’ostentazione della potenza illimitata che il Conte possedeva. Scendemmo fino al quarto piano sotto il livello stradale. In quel posto Tedeschi riponeva la sua collezione di automobili. Inutile ti dica che lì c’era tutta la produzione mondiale di auto lussuose. Una ventina di Ferrari, una quarantina di Porsche, e qualsiasi altra marca prestigiosa ti venga in mente. Fu in quel momento che il Conte mi avvisò che tutto ciò sarebbe stato mio. Lo disse sorridendomi, intuendo il mio stupore e costatando con soddisfazione l’esattezza della sua previsione. Mi confessò che lui non aveva la patente, non poteva guidare. ‘Vedi’, mi disse, ‘ad un certo punto ti accorgi che è tutto qui quello che tu chiami onnipotenza: un cimitero di cose mobili che giacciono immobili’. Quando ripeto questa frase mi scorre ancora un brivido lungo la schiena. Allora non capii a pieno quelle parole, ma ne avvertii la gravità, come un presagio oscuro, denso.
Il Conte mi istruì sui compiti giornalieri, sull’esatta entità dei miei nuovi possedimenti, su quanta gente lavorava per me nei miei campi sconfinati di mais. Poi un mattina mi svegliai, e lui non c’era più.
Il giorno dopo una folata di vento fece sbattere le finestre della mia stanza, anche se erano state chiuse. E una porta, da qualche parte nel palazzo, esplose in mille schegge brune”.

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