Breve introduzione al concetto di voto e suoi derivati

di Roberto Albini

Tutte le sere la stessa storia. Prima di tutto: poca luce. Deve essere colpa sicuramente della lampadina a risparmio energetico che quando l’accendi sembra si sia appena svegliata e che stia per dirti: “ma che cazzo vuoi?”. Illumina solo perché non può non farlo. E allora diffonde luce controvoglia, il minimo indispensabile, quasi per farti dispetto. Le pareti, i mobili, qualsiasi cosa diventa giallina, non giallo, giallino pallido, e invecchia tutto pure l’umore. Ogni volta che entro in cucina e accendo la luce, penso che in certe occasioni è molto meglio restare al buio.
Tutte le sere, quando torno a casa, mia moglie mi lascia sul tavolo due piatti per la cena. Cioè non è mia moglie, è la mia compagna, e poi d’altronde nei piatti non c’è cibo. Tutto torna. Di solito in uno dei due c’è una specie di fettina, morta stecchita, in pieno rigor mortis. Il sale cerca di tenersi attaccato con tutte le forze per non scivolare giù da quelle pareti lisce e l’olio sembra il sudore prodotto da quello sforzo. Nell’altro c’è quello che nelle intenzioni di chi l’ha preparato dovrebbe essere pasta. Quindici rigatoni umidi di sugo annacquato, si tengono stretti nel tentativo di riscaldarsi. Anche loro intristiti dalla luce giallognola e dalla mia espressione. Allora avvicino i piatti, li guardo. Qui c’è solo da scegliere tra due tipi diversi di sbagli.
Tutte le sere, quando torno a casa, mi viene voglia d’altro. Io lo so cosa è, ma non so spiegarlo. Credo che in fondo basterebbe un poco di fantasia, o solamente provare ad aggiungere due pezzetti di pancetta a quell’acquitrino rossastro della pasta, per curiosità, per vedere che effetto fa. Tentare di dare alla cena un sapore oltre che un volume. Ci provo a ridere davanti alla fettina, ma mi viene in mente solo che non è così che si mangia, che in fondo non ci vuole niente a cuocerla con uno spicchio d’aglio, a spruzzare un po’ di pepe, che non è una mancanza di mezzi il motivo per il quale io devo per forza cenare con questa mondezza, ma di volontà, d’immaginazione. Mi viene una rabbia che a un certo punto penso di alzarmi e la cucinare io una fettina come si deve, rosolandola, lentamente, bagnandola con il vino, speziandola. Che sappia di qualche cosa questa cena, per dio!
Poi però il giorno dopo mi ritrovo seduto su quello stesso tavolo, con davanti due piatti che non sono gli stessi di ieri, ma incredibilmente simili. La luce giallognola, mi penetra nei pori, scivola tra i muscoli, li intorpidisce, arriva fino al cuore.
Oggi mangio solo la pasta. Per lo meno non si attacca ai denti come la carne.
Arriva la mia compagna.
“Hai mangiato?”, mi domanda distratta.
Io annuisco, e vado a dormire.

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