Lui ti trova

di Roberto Albini

Una nuvola passa e stappa il sole che sputa un raggio attraverso la finestra del bagno. Marco è seduto sulla tazza, le mani in mezzo alle gambe, lo sguardo fisso verso la parete. La luce lo coglie all’improvviso, gli punge un occhio. Ma Marco non si distrae. Stringe il pene con forza e spinge la sua immaginazione in un posto dove esiste solo il sesso, dove le donne ti offrono in bocca seni enormi con capezzoli duri, scuri, che premono decisi contro il palato. Dove ciuffi di peli neri sbucano da cosce aperte, schiudendo fighe umide e dappertutto braccia che invitano a partecipare a orge luride come quelle dei film porno. Ogni tanto spunta un viso conosciuto: la vicina del quarto piano, la figlia dell’amico di suo padre. A volte una zia, o una con cui si è stati una sera chissà quando, e il cui nome è stato dimenticato mille e mille seghe fa.
Marco guarda le piastrelle avana del bagno di casa sua. La sua mente ora è arrivata fino ai tempi della scuola. Il ritmo del braccio rallenta. L’ultimo giorno del quarto anno, in un’aula, al secondo piano. C’è silenzio nei corridoi. Una goccia di sudore le scivola tra i seni, e la mano sul suo pisello. Quella pelle. Soda, liscia. Come un campo innevato. Gli slip rosa con i merletti che spuntano dai jeans a vita bassa. Il soffitto di quell’aula e il caldo denso poco dopo.
L’orologio al polso di Marco, ogni volta che il braccio sale o scende, emette un ticchettio metallico. Sulla parete c’è anche quella sull’autobus. Una mora, scollata, scosciata, truccata come Moira Orfei. Mastica una gomma e guarda di sguincio attraverso un paio di occhiali da sole con la montatura arancione. La realtà finisce lì, ma Marco ora sta in un altro posto. Allora la mora si alza, si fa largo tra la gente e poi va a strusciarsi il sedere su lui. Non c’è posto nei sogni per i tempi morti, così si ritrova direttamente a casa sua. C’è della musica, anche se non si avverte nemmeno un suono. Lei nuda è proprio come aveva pensato. Dopo, solo inquadrature spezzate. Oscene fino al ridicolo. E il ticchettio che aumenta.
Una nuvola passa e attappa il sole.
Nel bagno si fa di colpo sera.
Qualcuno pronuncia il suo nome. No, non qualcuno, forse qualcosa. Forse è stato un rumore da fuori, o un oggetto che è caduto in cucina. Ma lui l’ha sentito chiaramente, anche se è stato poco più di un fruscio. “Marco”, è venuto da lì, vicino alla porta. Marco si alza dalla tazza, tenta di rimettersi a posto, ma il pene è ancora duro e fatica a infilarlo nelle mutande. Ora fissa la porta, quasi accucciato. Credeva di essere solo in casa. Si allaccia i pantaloni, e resta in attesa. Passano i secondi. Poi di nuovo: “Marco”. Questa volta è attento, individua l’origine di quella voce, ma pensa che è impossibile perché sembra provenire dal lavandino. Quindi si avvicina, con cautela quasi il lavabo fosse diventato di colpo una bestia da temere. Guarda sotto, ma c’è solo un tubo incrostato.
“Marco”.
Adesso l’ha udita perfettamente. Una voce, quasi un lamento, da dentro il lavandino. Alza il tappo dello scarico, prova a vedere attraverso il buio e per un attimo… No, è solo un riflesso, un gioco della fantasia. Eppure, qualcosa che brilla e si muove. In fondo a quel tubo, dove nessun essere umano ha mai messo piede.
– Chi sei? – grida.
– Marco… – risponde la voce. Sembra ancora più lontana.
– Chi sei? –
– Marco, cosa fai ancora lì? – Nel finale la frase sfuma fino a divenire quasi impercettibile.
Marco rimane muto.
– Ti sta cercando. – aggiunge la voce.
Marco rimane immobile, un altro po’. Non sente più nulla da qualche secondo, ma non sa cosa fare. Si guarda intorno, intorno guarda lui. Adesso c’è troppo silenzio.

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