Come il bagnarsi di pioggia

di Roberto Albini

Nel momento in cui arriva Carlo, io sono accerchiato da asteroidi minacciosi. Cioè, da dei poligoni di pixel azzurrognoli che si spostano su uno schermo nero. Ma erano gli anni Ottanta: se volevi giocare, in qualche modo ti serviva sempre la fantasia. Carlo mi da una pacca sulla spalla. Indossa un paio di quei cosi strani che si sono inventati, le cuffie. In mano ha il walkman. Agita la testa seguendo un ritmo che sente solo lui, e muovendosi allontana la nube di fumo delle trecento sigarette accese nel locale. Io non sposto lo sguardo dal vetro dietro il quale l’universo intero è impegnato a volermi distruggere, e dove è riflessa la capocciona dondolante di Carlo. Di tutto quello che lui si sta mettendo nelle orecchie, a me arrivano solo dei ticchettii metallici e dei gridolini isterici. Lui si sente figo con quel marchingegno in mano, lo capisco da come sorride tronfio. Sono gli anni Ottanta: avevamo appena imparato che non c’è bisogno di domandarsi se sia più opportuno essere o apparire, se rendi le due cose identiche. Poi si sfila le cuffie e me le mette in testa senza smettere di ballare. All’inizio il suono mi arriva confondendosi con le esplosioni del gioco, ma poi, tutto insieme, vengo circondato completamente dalla musica. Mentre tento di evitare di essere fatto esplodere nello spazio, una ragazza canta sopra una base che sembra fatta con la Bontempi. Inizio a battere a ritmo la gamba destra, e tutto il mio corpo lo segue. Negli anni Sessanta, se volevi cantare ti chiedevano voce; negli anni Settanta pretendevano che sapessi suonare. Negli anni Ottanta per sfondare ti bastava vestire male e dimostrare singolare e peculiare genialità. Adesso non è richiesta nessuna dote particolare e nessuno si aspetta più nulla dalla musica.
Carlo mi toglie le cuffie. “Forte è?”, mi grida in un orecchio. “Si chiama Madonna. Hai capito che matta? Madonna!”. Ride ma io non lo sento. Ancora ho nelle orecchie la musica Bontempi ed i miei razzi, infrangendosi contro gli asteroidi, producono un botto esagerato. Poi Carlo si ferma all’improvviso. Anche lui mi vede riflesso sul vetro dello schermo. Mi fissa, tutto serio e mi fa: “Hey, ma tu la sai la notizia?”. Io non rispondo. “Pipino s’è fidanzato”. In quel momento il joystick mi scivola dalla mano. La mia astronave esegue una manovra avventata. Passa attraverso due enormi blocchi di pietra spaziale evitandoli miracolosamente, per poi schiantarsi contro un sassetto da niente. Una vita sprecata. Per fortuna erano gli anni Ottanta, e cominciavamo già a capire che di vite ne servono almeno tre.
Il riflesso di Carlo sul vetro ha la mia stessa espressione. C’è una domanda che i nostri sguardi si inviano, un mistero nascosto nel quesito: chi cazzo si può essere messa con Pipino? Stefano, detto Pipino, era una persona disgustosa dentro e fuori già a quell’età. Una pianta suburbana, nata secca, annaffiata con l’urina di cani randagi e che di quella conservava l’odore. Dopo la doccia, perché prima il puzzo del suo sudore è uguale a quella di due piedi la sera dopo un giorno indossando Superga senza calzini. Nello spazio remoto passa un’astronave rapida in lontananza. Un astronauta mi saluta dall’abitacolo ma io lo devo uccidere se voglio accaparrarmi un bonus speciale. Provo a prendere la mira ma un asteroide mi taglia la strada e blocca il mio missile. L’astronave e il suo pilota scompaiono diretti verso chissà quali rotte interstellari. In fondo sono contento di non aver ucciso l’astronauta. Negli anni Ottanta l’astronauta era ancora uno di quei mestieri che i bambini dichiaravano di voler fare da grandi. Adesso fa sorridere. Negli anni in cui l’unico sogno che fanno i giovani è di trovarlo un lavoro, pensare ad un’epoca in cui i sogni potevano lanciarsi fino ad farti immaginare astronauta, assomiglia all’osservare un neonato. Innocente, e in questo colpevole.
Carlo mi dice che nessuno sa chi è, ma che lui va in giro dichiarandosi fidanzato. Corrono voci che qualcuno l’ha beccato infrattato dietro il tunnel del sottopassaggio della metropolitana. Vivo in un mondo che cammina in bilico, l’ha sempre fatto. Sa procedere solo così, in equilibrio sopra un filo sottile. Il mondo è un acrobata. Russia e America hanno diviso la Terra a metà, si sono infilate dentro le trincee e si guardano minacciose. Da un momento all’altro una delle due può sparare e basterebbe solo un colpo per far scomparire l’umanità. Credere che qualcuna si sia potuta innamorare di Pipino, alla fine, non è così assurdo quanto abituarsi a questa condizione, considerarla naturale, come il bagnarsi di pioggia.
Un asteroide mi prende da dietro. La mia nave si divide in tanti pixel azzurrognoli che formano una specie di piccolo fuoco d’artificio. Mi rimane solo una vita.
E già lo sapevamo dagli anni Ottanta che con una vita sola non duri abbastanza.

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