Un guasto tecnico

di Roberto Albini

Quella domenica mattina a svegliarmi non fu il solito arrotino che sgolandosi annuncia il proprio avvento. Stavo lì, sommerso sotto le coperte, intento a non far uscire nemmeno un alito del calore risparmiato durante la notte, sognando qualcosa in cui c’era mio cugino, una vecchia e un areo che cercava di atterrare vicino a noi. Anzi, forse la vecchia non c’era, ma l’aereo sicuro. Però non era un aeroplano, piuttosto un suono che stava attentando al mio sonno che si faceva largo tra le persiane, e che giungeva da lontano, insistente, al principio fino come un fischio, per poi finire irruento nel mio sogno, sotto forma di aereo. Tra me, mio cugino e quella vecchia. Anche se forse non era una vecchia. Non ricordo più chi era il terzo protagonista.
Allora mi asciugai la bava, e presi a fissare la finestra. Mio cugino già si stava allontanando insieme alla vecchia o quello che era, e un po’ mi scocciò perché in fondo in quel sogno ero allegro, pur non ricordandone il motivo, prima che arrivasse quel sibilo travestito da aereo. Ma se tutta quella scena era solo il frutto del mio dormire, quel cazzo di rumore, anzi di urlo meccanico c’era. Eccome. Mi avvicinai traballando e infreddolito alla finestra. Con un occhio solo osservai la strada aspettandomi di vedere l’Ape gialla sgangherata dell’arrotino, ma al posto suo c’era un’auto dei Carabinieri. Quel suono, quella specie di allarme di una casa, erano loro a provocarlo.
Aprii leggermente la finestra, lo stretto indispensabile per osservare meglio. Sul tettuccio dell’auto era sbucata una specie di autoradio, nera in tinta con il resto, che sembrava uno di quegli schermi a led delle farmacie dove di solito scorre una scritta tipo: “sconti per gli antiemorroidali”. Solo che in quello dei Carabinieri c’era scritto: “attenzione guasto tecnico”. Il messaggio, composto da lucette rosse, brillava ritmicamente accompagnato da quel suono potente e sgradevole come la sirena di un allarme antiaereo.
Incuriosito, mi affacciai.
Non c’era solo quella volante. Ce n’erano diverse che facevano avanti e indietro lungo tutte le strade intorno al mio palazzo. Tutte con quel messaggio sul tettuccio, e tutte fracassando i timpani alla gente con quel rumoraccio. Non ero l’unico a guardare incuriosito il panorama. Di fronte a me, sul palazzo davanti, ci stavano un sacco di persone sporte sui davanzali a cercare di capire. A un certo punto incrociai lo sguardo di un signore panciuto, con i baffi, appoggiato con i gomiti sul balcone. Attirai la sua attenzione con un braccio, cercando di domandargli se sapeva cosa stava succedendo. Quello dall’altra parte, tentando di urlare più dell’allarme, mi fa: “C’è un guasto tecnico!”. Mi guardai intorno. “Ma guasto tecnico di che?”, gli risposi mettendo le mani a conca davanti alla bocca per farmi sentire meglio. E lui alzò le spalle rispondendo laconico: “Un guasto tecnico!”. Non so perché ma mi girai istintivamente verso il cielo, e pure quel signore lo fece, e una donna sotto di lui che sbucava a malapena dalla finestra.  Ci mettemmo tutti a fissare il nulla, e rimanemmo così per un po’. Intanto sotto di noi i Carabinieri passavano e ripassando con quell’annuncio senza senso. Poi vidi, al di là della staccionata che divide il piccolo giardino che circonda il mio palazzo dalla strada, un uomo con il suo cane che tutto di corsa, anche un po’ spaventato, cercava di tornare a casa trascinando la bestia ignara.  “Senta, scusi!”, gridai dalla mia postazione, “Sa per caso cosa succede? Perché corre così?”. Lui si girò di scatto con gli occhi sgranati, sforzandosi di tirarsi appresso il cane: “C’è il guasto tecnico! C’è il guasto tecnico!” fu tutto quello che seppe dirmi. E io: “Ma guasto di cosa? E’ pericoloso?”, ma quello già era sparito dietro l’angolo.
Intanto l’uomo panciuto sul balcone si era messo a parlare con i vicini del piano di sopra, una coppia di colore. Li vedevo agitarsi e fare strani segni nell’aria. Il baffuto mi sembrava volesse mimare un’esplosione o qualcosa del genere, mentre l’uomo della coppia straniera pareva esibirsi in una specie di danza, poi si fermavano tutti e due e si annuivano a vicenda.
Dalla finestra accanto alla mia sbucò pure la signora Carla, una vedova che ormai parlava solo con i suoi quattro gatti spelacchiati, alla quale rivolsi un’espressione interrogativa. La signora Carla teneva in braccio uno dei suoi felini che provava a divincolarsi dalle sue carezze. Però lei lo teneva saldo tra le mani mentre mi fissava smarrita. “Signora Carla ma cosa succede?”, tentai di domandarle. Lei per tutta risposta scosse il capo, come in trance, e ritornò dentro casa senza dire una parola.
All’improvviso un’auto con dentro due Carabinieri si fermò proprio sotto le mie finestre. Ne uscì un militare smilzo, con la divisa di due taglie più grande del necessario, che trafelato, accostando il bacino alla ringhiera, si abbassò la cerniera dei pantaloni e iniziò a pisciare. Forse non avrei dovuto, ma l’occasione non andava sprecata: “Mi scusi agente… Ma cosa sta accadendo? Cosa è questa storia del guasto tecnico?”. Lui aspettò di finire il suo assunto, dopo, mentre si sgrullava l’arnese, con il mento, indicò la sua vettura. “Che non sa leggere? C’è un guasto tecnico”. Pure lui. “Sì lo so, so leggere. Intendevo: che tipo di guasto, e perché tutto questo trambusto? C’è pericolo?”. L’agente si tirò su la zip come avesse insaccato una pistola nella fondina. “He… dico. Giovanotto! Non sono autorizzato a parlare, né a sapere. Io eseguo gli ordini. Avanti! Rientri in casa che c’è il guasto tecnico. Circolare! Circolare!”.
A quel punto, spaventato, chiusi subito la finestra, sparendo dalla sua visuale,  di quella del ciccione con i baffi e di tutti gli altri.
Chiusi bene le persiane, e i vetri. Il suono adesso giungeva molto più attutito, quasi non si sentiva più.
Osservai il mio letto. Mi ricordai di mio cugino, della vecchia che forse non era una vecchia, e di quanto ero contento in quel sogno. Ebbi cura di indossare un paio di tappi per le orecchie, e mi rimisi sotto le coperte.
Quando chiusi gli occhi, l’aeroplano non c’era più. Anche mio cugino se n’era andato, non mi aveva aspettato.
L’aereo adesso non cercava di atterrare ma volava via lontano, e io lo salutavo con la mano.
O forse ero io che mi allontanavo.
Con la vecchia.
Ma forse non era una vecchia.

Annunci